L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Fenice sinfonica

di Francesco Lora

Tre concerti nel mese di maggio danno conto della qualità poetica e tecnica dell’orchestra del Teatro La Fenice, diretta da interpreti ben distinti tra loro per orizzonte: Henrik Nánási in Verdi e Čajkovskij, Myung-Whun Chung in Mahler, Alexander Lonquich in Mozart e Schubert.

VENEZIA, 8, 15 e 22 maggio 2021 – Alla Fenice c’è ancora, montata sul palcoscenico, l’imponente installazione a forma di carena di nave che è divenuta un simbolo del teatro resiliente alla pandemia: non la si potrà dismettere a cuor leggero. Il 26 aprile scorso, primo giorno di riapertura delle sale al pubblico dopo tanti mesi di dialogo a distanza, la fondazione veneziana era già pronta a schierare la propria orchestra e il proprio coro sotto la direzione di Stefano Ranzani, col canto di Luca Salsi e Michele Pertusi. Da qui alle soglie dell’autunno prossimo, andranno in scena Faust di Gounod, Farnace di Vivaldi, Rinaldo di Händel e Rigoletto di Verdi, tra serate concertistiche nelle quali tornerà il soprano Anna Pirozzi, esordirà il pianista Elia Cecino, si farà memoria di Stravinskij e si ospiterà Riccardo Muti. In questo maggio, invece, tre concerti strumentali sono parsi costituire un ciclo vario ma coeso dentro la stagione, avvicendandosi di sabato in sabato dall’8 al 22 del mese e dando campo a grandi pagine sinfoniche con interpreti ben distinti tra loro per orizzonte.

A dispetto di una carriera di primo piano, europea e statunitense, il quarantaseienne ungherese Henrik Nánási è meno noto in Italia che altrove. La sua bacchetta costituisce una relativa novità anche per l’orchestra della Fenice, che la sera dell’8 maggio ne scrutava attenta il gesto spigliato e le franche volontà. Il programma era dedicato al tema del fato: la Sinfonia dalla Forza del destino di Verdi accostata, con più coerenza di quanto non si crederebbe, alla Sinfonia n. 5 di Čajkovskij. Con veneta abnegazione e sottigliezza lagunare, l’esecuzione si è imposta sul limite dei singoli leggii per i singoli professori, delle barriere di plastica tra i vari legni e ottoni, nonché sulla mascherina che il concertatore stesso ha sempre tenuto risolutamente calcata in viso, facendovi saettare sopra gli eloquenti occhi scuri. Encomiabile il lavoro sul fraseggio, attento ai piccoli giochi dialettici tra le parti, senza però pretendere di stupire: una lettura scorrevole, comunicativa, quotidiana, dove le zampate virtuosistiche all’ultimo movimento čajkovskiano hanno sorpreso a maggior ragione.

Le prime riaperture equivalgono anche, felicemente, al prevalere del pubblico locale sull’occasionale turista. In alta signorilità di contesto è così avvenuto il ritorno di Myung-Whun Chung, per estendere di una nuova tappa, il 15 maggio, la non ufficiale ma effettiva integrale sinfonica mahleriana da lui avviata a Venezia. Appena diretta la Sinfonia n. 2 di Mahler al Maggio Musicale Fiorentino, la Sinfonia n. 1 messa a punto alla Fenice ha illustrato quanto una diversa istituzione, un diverso pubblico e una diversa compagine motivino un concertatore, da un giorno all’altro, a ricorsi tecnici e obiettivi poetici ben differenti. A Firenze l’orchestra aveva mostrato difficoltà a seguire Chung in quel discorso sfumatissimo e imprevedibile; a Venezia, per contro, l’orchestra ha esibito la lunga intesa maturata col maestro, la meticolosissima preparazione, il protendersi con lui in un discorso solido, deciso, dorato, millimetrico nell’uscita di dettagli impensati, sino a un finale di impressionante sfavillio. Valorosissime le prime parti, in particolare legni e timpani (pressoché tutte donne).

Se Nánási lavora più sul fraseggio che sul suono, e se in Chung il lavoro sul fraseggio e sul suono sono una stessa cosa, in Alexander Lonquich il lavoro con l’orchestra mira invece alla fusione di tutti i timbri, colori e involi in uno d’assieme, alla maniera dei vecchi maestri dalla grande carriera discografica ma non sempre ereditando da loro l’onnipotenza tecnica. Si allude al Lonquich direttore e al suo ambizioso cimento: la Sinfonia n. 9 di Schubert, quella appunto detta ‘la grande’. Nella concertazione si riconosce il modello dei massimi direttori del secondo dopoguerra, ma non sempre si coglie l’auspicata novità d’approccio: si assiste, per esempio, più alla percussiva ostensione di un monumento che alla vivificante impressione di direzioni dinamiche. Eppure ciò avvalora la bontà tecnica dell’orchestra della Fenice, la sua lealtà al direttore, il suo saper corrispondere suono importante e sontuoso. E nulla si potrebbe obiettare sul Lonquich pianista, immacolato da ogni calligrafismo e colmo invece di gesti, tinte e umori: un interprete affilato per il Concerto n. 17 di Mozart.


 

 

 
 
 

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