L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Quanta vita in questa pazzia

 di Isabella Ferrara

Con la regia di Alessandro Gassmann, l'adattamento teatrale di Qualcuno volò sul nido del cuculo al Teatro Bellini di Napoli è uno spettacolo di profonde emozioni.

NAPOLI, 27 ottobre 2015 - La stagione teatrale 2015/2016 del Bellini, “A te, altrochè”, propone un cartellone ricco di spettacoli con prestigiosi nomi, che raccontano storie inedite o già note ma rinnovate. Si susseguiranno sul palco dell’elegante teatro artisti e passioni, drammaturgia e poesia, musica e improvvisazione che coinvolgeranno il pubblico. Una stagione interessante in cui ogni spettacolo ha la forza di un richiamo e di un invito. Non si vorrebbe perderne alcuno.

Ad aprire la stagione Qualcuno volò sul nido del cuculo, dal 23 ottobre al 1 novembre.

“Pazzia e democrazia non so’ la stessa cosa?!” dice il delinquente che si finge pazzo il primo giorno in cui viene internato nel manicomio, dove crede di poter scontare una breve condanna evitando il carcere.

E all’interno di questo inferno dove si cerca la pace come se fosse il paradiso, e dove comanda una suora laica di bianco vestita come se fosse un angelo, sperimenterà quanto possa essere vera la sua frase provocatoria e quanto possa essere reale l’incubo dell’ ingiustizia.

E anche tutti noi presenti lo sperimentiamo e viviamo insieme a lui e ai suoi amici pazzi nella trasposizione teatrale di Dale Wassermann del romanzo di Ken Kesey, Qualcuno volò sul nido del cuculo, diventato poi film di culto con la indimenticabile interpretazione di Jack Nicholson, nel ruolo del delinquente che vuole evitare il carcere.

La coinvolgente regia di Alessandro Gassmann, il testo riadattato e reso contemporaneo e vivace da Maurizio de Giovanni, ambientano la vicenda in una clinica psichiatrica italiana nel 1982, che rivive con energia e realistica angoscia.

Lo spettacolo è emozionante, nel pieno senso del termine, perché è fatto di emozioni che diventano tangibili attraverso le paure, le gioie, gli orrori dei personaggi rappresentati da attori superlativi, tutti grandi interpreti senza sbavature, e perché fa vibrare chi assiste delle stesse emozioni che si rincorrono come i pazzi sul palcoscenico, che esplodono in risate amare e per questo sommesse, che si nascondono come le lacrime per la commozione, come lo sgomento per l’ingiustizia.

In scena tutte le fragilità umane di chi ha paura, di chi è diverso e non accettato, di chi è messo da parte nel mondo esterno, e si rifugia nel suo mondo interiore, di chi cerca riparo dal disordine sociale e personale, e si ritrova oppresso da regole e sottomesso all’ingiustizia, alla ipocrisia e alla crudeltà di pochi, che è come quella di molti, ma apparentemente più sopportabile.

E allora ecco che la suora tirannica, la Suor Lucia di Elisabetta Valgoi, nel manicomio impone regole incomprensibili e dannose; “curando per punire e punendo per curare” , come uno degli stessi pazienti, il distinto Muzio di Mauro Marino, confessa a se stesso e al nuovo arrivato, mortifica i pazienti per spegnere la loro dignità e la loro vitalità, viste entrambe come una minaccia al suo ordine e al suo potere. Proprio come accade nel mondo fuori.

Ed ecco che la pazzia diventa davvero la sola espressione possibile della vera democrazia e della libertà di essere se stessi ed essere rispettati nonostante questo e soprattutto per questo. La convivenza delle differenze, la comunità dei diversi, la collaborazione fra gli ineguali, è follia. È la pazzia dei secoli, dei popoli e delle singole persone, laddove la regola è la lotta al diverso, la soppressione e l’esclusione; laddove il potere è sottomissione del più debole e usurpazione.

Un mondo in miniatura nell’ospedale psichiatrico del 1982, e in quelli precedenti e successivi, e in quelli ormai chiusi e trasferiti in strada o nelle case. Un mondo in miniatura nelle menti dei pazienti, e nelle loro grandi sofferenze e piccole gioie. Dove in un corpo enorme - quello di Ramon Machado, l’omone di Gilberto Gliozzi - governa una mente diventata piccola perché intimorita; dove in un ragazzo, il Fulvietto di Daniele Marino, la frase della madre, prima e eterna amica e complice, “non si guarisce dall’essere una nullità”, risuona per ricordare la sua inevitabile sconfitta nella vita; dove la forza di chi non vuole arrendersi è contagiosa, come la gioia di vivere e rischiare, come l’amicizia e il rispetto, ma è anche pericolosa e può condurre alla distruzione finale.

Il protagonista ufficialmente non pazzo, il delinquente che vive di inganni e truffe, interpretato da un convincente Daniele Russo, muore, perdendo la sua battaglia, o muore vincendola, perché è riuscito a cambiare la vita di un uomo, e a dare una speranza a tutti gli altri protagonisti ufficialmente pazzi, o almeno a farli sentire di nuovo uomini, “uomini veri che ci provano”.

La regia, la scenografia, il testo in dialetto napoletano, le musiche e le luci, gli effetti visivi, tutto trasmette fisicamente emozioni, come quel telone opaco dietro cui si svolge tutta la scena, che chiude fuori il mondo, per frantumarsi alla fine lasciando passare aria, luce, libertà.

È sempre rischioso cimentarsi con opere di grande successo del passato, operazione di certo magistralmente riuscita alla regia di Gassmann, che ha lasciato intatti simbolismo e anima del testo originale, innovando con intelligenza e “emozione”, dalla scelta del dialetto, alla traduzione quasi cinematografica delle visioni di Ramon in immagini per il pubblico, fino alla presentazione degli attori con nome e ruolo proiettati sul telone mentre l’uomo era sul palco illuminato dal fascio di luce del protagonismo di scena e della realtà. Quanti pazzi in questo manicomio, e quanta vita in questa pazzia.

foto Francesco Squeglia


 

 

 
 
 

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