L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

La gioia di far musica

di Mario Tedeschi Turco

Sotto la guida di Joshua Bell, l'Academy of St Martin in the Fields si esprime con sonorità corpose e vitalistico entusiasmo fra Beethoven e Čajkovskij, con il direttore anche grande solista.

VERONA, 12 settembre 2022 - Appartengono decisamente al passato le esecuzioni nitide, equilibrate, vivaci ma sempre sorvegliate cui la Academy of St Martin in the Fields diretta da Neville Marriner ci aveva abituato per tanti anni e in tante incisioni. Con il nuovo direttore Joshua Bell, alla guida della compagine da un decennio buono, l’Academy si è presentata al «Settembre dell’Accademia» al Filarmonico in formazione 1+6+6+4+4+2, 4 corni, 2 trombe, legni a coppie semplici e timpani, e con la Egmont di Beethoven ha fatto subito capire a quale tipo di ambito espressivo volesse tendere: quello di un vitalistico entusiasmo dalle sonorità corpose, vibranti, le escursioni dinamiche ampie, il tactus febbrile, il vibrato generoso. Un Beethoven goethiano che ha teso il suo arco retorico verso il martirio trionfale con un effetto drammatico poderoso, le arcate lunghissime nel Sostenuto non troppo iniziale, simbolo della lotta contro la tirannide, a lasciare il posto a un tema Clara/Libertà intriso di pathos, il contrasto di peso sonoro accentuato fino al centro di sviluppo del brano, trasparente nelle linee e – ancora una volta – innervato di continue oscillazioni dinamiche: tutti dettagli magnificamente eseguiti e che rivelano un lavoro direttoriale preciso, ben al di là di quello di un semplice concert master (Bell è rimasto seduto a suonare con l’orchestra, per questa Overture come per la Settima sinfonia eseguita nella seconda parte del concerto, ma è stato altresì prodigo di indicazioni, soprattutto espressive, con l’ampio gesto del braccio che brandiva l’archetto).

Con il Concerto per violino di Čajkovskij Bell ha offerto l’aspetto più noto della sua arte, quello del solista. Tratti peculiari? Oltre alla cavata possente, all’intonazione perfetta, alla sprezzatura tecnica che pareva render tutto di facilità irrisoria, almeno due peculiarità ci sono parse evidenti: la prima nel gusto di scuola ebraico-americana tutto teso al canto, al melos più acceso; la seconda, invero la più notevole e udita nella cadenza del primo movimento, la qualità del gesto virtuosistico in modalità apparentemente improvvisativa, fatta d’una stima dei microintervalli ritmici la quale, pur rimanendo aderente al testo, ne traeva una libertà e uno slancio vigorosi: gli stessi che, nel terzo movimento, al secondo motivo sul bordone di quinte, hanno reso con singolare plasticità lo spirito della danza popolare, il sapore gitano del canto e l’abbandono tutto slavo alla comunicatività sorgiva. Una grande riuscita per un solista dal fraseggio sovranamente libero, rimanendo nel contempo ossequioso alla lettera del testo.

Dopo questo Čajkovskij , Bell ha offerto un bis dedicato alla memoria della Regina Elisabetta: il tema conduttore del film Ladies in Lavender, 2004, regia di Charles Dance, musica di Nigel Hess. Nel film era stato lo stesso Joshua Bell ad eseguirla con la Royal Philharmonic Orchestra, e le attrici protagoniste Judi Dench e Maggie Smith – ha spiegato al pubblico il violinista per giustificare la scelta - erano particolarmente legate d’amicizia con la sovrana. Momento toccante ma musica decisamente di trascurabile disimpegno, c’è da dire.

Finale di concerto, come accennato, con la Settima beethoveniana, con gli stessi tratti esecutivi dell’Egmont: gesto romantico, sonorità ricchissime e dettagliate, nuances dinamiche a modellare una palette cromatica decisamente sontuosa. E ancora, estremo nitore nella restituzione delle linee di contrappunto, energia cinetica costante e di effetto davvero cospicuo nell’ambiguità mercuriale dell’Allegretto, i cui dattili e spondei in sequenza da esametro hanno risuonato talora con una certa enfasi retorica (gli archi al tallone sono parsi qualche rara volta un po’ troppo percussivi), e pur tuttavia con una fluidità discorsiva realmente epica, come dev’essere. Una bellissima Settima, insomma, che ha esaltato le cospicue doti dell’ensemble e ha confermato come, giunto ai 55 anni, Joshua Bell sia musicista a tutto tondo, pienamente maturo non solo nella scintillante tecnica esecutiva ma, avrebbe detto Leonard Bernstein, nella gioia di fare musica.


 

 

 
 
 

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