L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Mendelssohn, lirico e costruttore

di Alberto Ponti

Con l’Italiana e la Riforma si conclude il breve ciclo in cui l’Orchestra Sinfonica Nazionale ha eseguito nel volgere di una settimana, sotto la guida di Daniele Gatti, le cinque sinfonie del compositore tedesco

TORINO, 19 gennaio 2023  Anche allargando lo sguardo dal catalogo relativamente ridotto delle sinfonie della maturità di Felix Mendelssohn-Bartholdy (1809-1847) all’intera opera del grande compositore romantico, è difficile trovare due opere più contrastanti tra loro per premesse ed esiti quanto l’Italiana e la Riforma. Né l’apparente affabilità e spontaneità di scrittura deve trarre in inganno: il repertorio sinfonico di Mendelssohn, al pari di quello del contemporaneo e tanto differente Schumann, nasconde insidie che solo direttori di alto livello sanno affrontare con esito felice. Non è forse un caso che, per la serata conclusiva del ‘ciclo Mendelssohn’ che, nel giro di pochi giorni, ha presentato i cinque massimi contributi dell’autore tedesco alla forma resa mitica da Beethoven, Daniele Gatti abbia deciso di accoppiare proprio la quarta e la quinta sinfonia secondo la numerazione corrente. L’ordine di composizione in realtà è complesso e non sempre pacifico; ultima a venire alla luce fu invece la Scozzese (terza nella classificazione attuale e proposta la scorsa settimana), in un gioco infinito di rifacimenti, aggiustamenti e ripensamenti che, come messo bene in luce dall’introduzione di Oreste Bossini sul libretto di sala, non risparmiarono i due titoli in programma, destinati a fugaci e sporadiche apparizioni in forma considerata non definitiva dal musicista durante la sua vita, e quindi oggetto di pubblicazione e seguente celebrità postume.

In particolare la Sinfonia n. 4 in la maggiore op. 90 (Italiana), nata dalle impressioni riportate nel grand tour intrapreso da Mendelssohn tra il 1829 e il 1831, è uno di quei lavori, caposaldi del repertorio di qualsiasi orchestra, di cui si pensa di conoscere ogni dettaglio. L’esecuzione di Gatti ha il pregio di tenersi lontana dagli stereotipi di certe letture eccessivamente brillanti e appiattite nell’espressione, senza però eccedere, dal lato opposto, in una drammaticità calcata, teatrale e ‘narrativa’, in cui sono talvolta caduti nomi sulla carta insospettabili. Prevale nella visione del maestro milanese un senso di unitarietà da capo a fondo della partitura, avvertibile nei minimi stacchi tra i movimenti, seguiti col fiato sospeso da un pubblico numeroso e silenzioso, rapito a tal punto da dimenticarsi il liberatorio colpo di tosse. L’aereo 6/8 dell’Allegro vivace di apertura ha in fondo lo stesso respiro aggraziato delle guizzanti terzine del 4/4 nel Presto finale in un’ideale e matematica chiusura del cerchio. Non può non venire alla mente, di fronte a questo esordio, indimenticabile fin dal primo ascolto da bambini o ragazzi, l’analogo effetto prodotto dall’introduzione orchestrale al magnifico ‘Dich teure Halle’ di Elisabeth che apre il secondo atto di Tannhäuser. Se, fatto probabile, Wagner e Mendelssohn ignoravano al momento della composizione l’uno lo specifico lavoro dell’altro, è stupefacente comprendere come creatori eccelsi possano arrivare a traguardi simili percorrendo strade diverse.

La cura timbrica di Gatti è da manuale, l’inciso sognante del clarinetto al termine dell’esposizione del primo movimento da cui scaturirà per l’ultima volta la ripresa dell’idea iniziale varrebbe da solo la presenza all’auditorium, al pari dello staccato di violoncelli e contrabbassi che contrappunta il tema principale dell’Andante con moto, o ancora il pulviscolo di note che, nel tempo successivo, come in un dipinto impressionista, si dilata dalla piccola figurazione dei violini fino a occupare l’intera tela con un serpeggiare preciso e morbido. Sono effetti insiti nella scrittura di Mendelssohn che Gatti ha il pregio di assecondare con naturalezza, facendo dialogare con linguaggio ora amabile ora increspato da improvvise e bonarie malinconie tutti i protagonisti di un’orchestra riportata a dimensioni quasi cameristiche.

Una medesima gestualità raccolta ed efficace, di grande linearità e pulizia, impronta pure la successiva Quinta sinfonia Riforma, pubblicata con il numero d’opera 107 dopo un’elaborazione assai travagliata risalente sempre ai primi anni Trenta dell’Ottocento, dove la scelta direttoriale amplia la platea degli archi di una quindicina di unità per equilibrare il numero più nutrito di fiati con l’ingresso, nel movimento conclusivo, di controfagotto, tromboni e cimbasso (a fare le veci del pittoresco e desueto serpentone indicato nella partitura originaria). Qui il risultato raggiunto dal complesso Rai è notevole, conferma l’equilibrio appena udito nell’Italiana, con un’interpretazione di valore assoluto capace di porsi a metà strada fra visioni troppo austere della sinfonia allo scopo di riallacciarsi al suo intento celebrativo dei trecento anni della confessione augustana, che finiscono per deprimerne lo spirito romantico e innovativo, e viceversa esecuzioni roboanti, lohengriniane, alla Karajan che, impeccabili dal punto di vista tecnico, ne fraintendono allo stesso modo la natura intima di opera sperimentale e non certo affermativa. I tempi un po’ dilatati rispetto alla prassi consueta esaltano il carattere nobile della sinfonia, il respiro magnifico delle idee che, nella loro inconfondibile cifra stilistica, tanto richiamano del Mendelssohn passato e del Mendelssohn futuro. Daniele Gatti affresca con mano sicura gli squarci grandiosi del primo e quarto movimento, il fremito degli archi sul tema del cosiddetto Amen di Dresda (altro rivolo sotterraneo che conduce all’universo wagneriano, al Parsifal), la citazione che si estende dal flauto solo (l’eccellente Giampaolo Pretto) all’orchestra tutta del corale ‘Ein’ feste Burg ist unser Gott’, entrambi ben noti nella Germania luterana. L’incessante elaborazione formale della Riforma, che è non solo il suo tratto originale, con l’abbozzo una forma ciclica in modo analogo a quanto avviene nella Quarta di Schumann, ma anche il suo limite evidente, finendo col frenare a tratti la spontaneità dell’ispirazione, è condotta nell’interpretazione torinese con spirito attento a non fraintendere le intenzioni del compositore, in grado di lasciare ad ogni battuta l’impronta del genio. Nei passi di contrappunto rigoroso è possibile, sotto la bacchetta di Gatti, assaporare la bellezza estrema delle singole frasi strumentali o della concatenazione armonica. Sono forse i due brevi tempi centrali, lo scherzo Allegro vivace e il delicato, cameristico Andante, dove si coglie in maniera diretta e senza mediazioni di stampo intellettuale lo squisito e miracoloso lirismo di questo autore con una profondità di cui ricordiamo pochi eguali pur in presenza di un pezzo di frequente comparsa nei programmi concertistici.

L’entusiasmo alle stelle di un auditorium più gremito del solito è il degno coronamento di un ciclo di tre concerti molto apprezzati dal pubblico ed è il segnale di una meritata affermazione per Gatti e per l’Orchestra Sinfonica Nazionale, la cui collaborazione negli ultimi anni ha tracciato un solco importante in serate rimaste nella memoria e nel cuore di molti presenti.


 

 

 
 
 

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