L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

La sonnambula a Catania

La sonnambula non critica

 di Giuseppe Guggino

Irrinunciabile l’appuntamento belliniano nel cartellone del Massimo Teatro Catanese, colpisce questa volta nel segno grazie alla splendida Amina di Irina Dubrovskaya e alla sensibilissima concertazione di Sebastiano Rolli a guida dei complessi residenti in ottima forma.

Catania, 29 maggio 2016 - Le recite della Sonnambula in corso in questi giorni a Catania – per inciso consigliamo di non perdere l’ultima replica l’1 giugno – sollecitano qualche riflessione sulle “edizioni critiche” che, a scanso di equivoci lo diciamo a mo’ di premessa, è quasi doveroso adottare laddove già disponibili per un dato titolo. Dall’adottare un testo critico a produrre un testo non criticabile, purtroppo, abbiamo sperimentato come il passo sia estremamente lungo e variabilmente incerto, sicché negli ultimi anni ci si è imbattuti troppo spesso in Lucie antimusicali, mutilate della scena della torre, ma rigorosamente con la glassarmonica ad ammantare il tutto d’aura filologica; per non parlare di certi Puritani con tagli d’antan seppur con l’avallo dell’operazione storicamente informata. Ebbene questa volta al Teatro Bellini di Catania, pur non ricorrendo all’edizione critica (che pure ha contribuito a realizzare), è però riuscito il piccolo miracolo di produrre una Sonnambula da consegnare alle edizioni più riuscite dei propri annali. Principale ragione del successo è la presenza sul podio del maestro Sebastiano Rolli che sin dalle prime battute – pur sacrificando il gioco stereofonico della banda sul palco, risolta in buca, verosimilmente per ragioni da lui indipendenti – dimostra d’essere direttore perfetto per Bellini: sonorità ben controllate, agogica estremamente varia, elevata capacità tecnica di gestire i “Colla parte” belliniani e – più in generale – di respirare assieme ai cantanti per tutta la serata, fraseggio delicatissimo, dominio assoluto della partitura (diretta a memoria da capo a fondo), gusto e pertinenza stilistica impeccabili nelle variazioni di tutti i Da capo (per inciso, l’opera non ha subito alcun taglio se non qualche battuta nella stretta del finale primo e il solo Da capo della seconda aria di Lisa). Ed è proprio per la presenza di mani così tanto esperte che spiace forse ancora di più il non avergli messo a disposizione i dettagli della partitura emendati sulla base dell’autografo (sebbene qualche lieve modifica coerente con l’autografo abbia fatto comunque capolino, come ad esempio nella versione senza quartine della cabaletta di Amina, poi variata con gusto nella ripresa). Spiace il non aver ascoltato quelle ventitre battute dell’introduzione dell’Aria di Elvino dove le trombe a pistoni rimbalzano con i legni il tema della scena tra Teresa e Amina, così come spiace dover lamentare le tonalità manomesse per i tre numeri di Elvino: passi l’abbassamento di un tono (storicamente invalso già nella prima metà dell’Ottocento) sia di “Prendi l’anel ti dono” (da Sib magg. dell’autografo a Lab magg. di tradizione) che di “Son geloso del zefiro errante” (da Sol magg. dell’autografo a Fa magg. di tradizione), passi anche la stretta del finale primo mezzo tono sopra (probabilmente già verificatasi alla prima assoluta dell’opera), ma all’alterazione del rapporto di tonalità relative maggiori/minori che opera la tradizione fra “Tutto è sciolto” e la seguente cabaletta (Si min. / Re magg. che la tradizione sposta prima uno e poi due toni sotto), specie a Catania, dovrebbe opporsi un esplicito divieto, al limite in favore di eventuali abbassamenti coerenti almeno all’interno dello stesso numero.

Ciò detto, va ammesso che l’Elvino di Jesus Leon è tenore di grazia (molto lontano dall’ideale Rubini) che regge con sufficienza le tonalità abbassate secondo prassi esecutiva (anche se sente il dovere non indispensabile di interpolare un re naturale nella sua cabaletta) e si rivela – sia per debito di proiezione che per inerzia di fraseggio – l’anello debole di un cast variamente ragguardevole sotto tutti gli altri aspetti. A cominciare da un secondo soprano dal timbro prezioso e dotato di buona musicalità qual si rivela essere Giulia Semenzato nella parte di Lisa. Notevole è anche il Conte Rodolfo di Dario Russo del quale ormai a Catania ben conoscono la morbidezza della pasta vocale e la composta nobiltà in scena.

Autentica rivelazione è poi l’Amina di Irina Dubrovskaya che possiede quel legato magico così imprescindibile per questo ruolo; al fascino magnetico in scena coniuga un’avvenenza timbrica da soprano lirico forse non affine alla vocalità di Giuditta Pasta per la quale il ruolo fu scritto (a soli tre mesi dalla sua creazione dell’Anna Bolena donizettiana), ma comunque pienamente convincente e in grado di interpolare un Mi bemolle e accarezzare un Fa sovracuto rispettivamente al finale primo e alla fine dell’opera.

I comprimari di buon livello provengono dal Coro del Teatro (Alessandro Vargetto come Alessio, Sonia Fortunato come Teresa e Riccardo Palazzo nelle frasi del Notaro), istruito da Gaetano Costa e in ottima forma per tutta la serata, con vertice in quel capolavoro di scrittura che è “A fosco cielo”.

Dell’ottima prova dell’Orchestra s’è detto tra le righe, ma rimane da spendere una menzione per il primo corno, doverosa per come ha introdotto “Tutto è sciolto”, oltre che il convinto auspicio per un prossimo rinnovarsi del felice rapporto simbiotico col Maestro Rolli.

Lo spettacolo proviene dal circuito Treviso-Ferrara-Ravenna dove, nel corso della stagione scorsa, Alessandro Londei ha tentato una riproposizione scenicamente filologica, ricorrendo alle scene dipinte di Alessandro Sanquirico per la prima assoluta. Confermato il rilievo storico sulla locanda che “parve da prima poco adatta a cagione di que’ quadri che la costituiscono una galleria di antico castello, anziché camera d’alloggio di povero villaggio”, l’esperimento – di quelli pervicacemente auspicati non senza ragioni dall’intuito teatrale di Gianadrea Gavazzeni – sarebbe in sé interessantissimo ancorché riuscito, se alle belle scene e ai costumi azzeccati (dovuti a Veronica Patuelli) si coniugasse un disegno luci tecnicamente più curato e non si sovrapponessero le azioni di tre svegliati del villaggio, volte a sbilanciare sul versante comico quel sottile equilibrio di un genere che dalla Nina di Paisiello proviene e che nella drammaturgia belliniana sta ampiamente al di qua del patetico.

Successo pieno di pubblico, con punte di ovazioni per la Dubrovskaya, Russo e Rolli, che sottoscriviamo.

foto Giacomo Orlando


 

 

 
 
 

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