L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

 

 

 

 

 

 

Ascher Fisch

Ostinato russo

 di Giuseppe Guggino

Il ritorno al Massimo di Asher Fisch in un programma interamente russo segna una delle prove più convincenti della stagione dell’Orchestra residente. Eccentrica e non priva di interesse si rivela anche la prova del pianista Simon Tripčeski.

Palermo, 4 maggio 2017 -Una conchiusa circolarità caratterizza il concerto ben impaginato da Asher Fisch con l’Orchestra del Teatro Massimo di Palermo, aperto dagli ostinati ritmici di Mosolov e chiuso con quelli, molto più ambiguamente gioiosi, del quarto tempo della quinta sinfonia di Sergej Prokof’ev.

Del piccolo frammento superstite Zavod dal balletto Stal’ del futurista Aleksandr Mosolov, poi caduto in disgrazia in patria, poco c’è da dire se non i clangori di ottoni e percussioni su un tappeto ostinato ritmico sono risultati abbastanza efficaci nell’evocare la fonderia che il compositore s’è prefisso di descrivere.

Il secondo pannello del concerto s’è aperto con l’irrituale dedica della propria performance del pianista Simon Trpčescki al macedone attaccante di punta del Palermo calcio, suo connazionale. Indubbiamente la scuola pianistica esibita si rivela di sicura affidabilità tra le insidie del Concerto No. 2 di Sergej Rachmaninov, tuttavia il tocco è risultato poco ispirato nel secondo tempo (contraltare di un poeticissimo Balbi al clarinetto) e l’agogica talvolta mutata troppo imprevedibilmente (e, forse, qualche carenza di prove) ha messo in lieve disallineamento in più punti il solista con il podio. Sorvolando sul bis di disimpegno, pescato fra i Valzer più puerili di Chopin nonché sulla ruffianata della čaikovskiana Danza della Fata confetto trascritta per pianoforte, è sul gradito ritorno, una volta tanto, di un grande direttore a Palermo che devono spendersi le necessarie lodi.

La precisione del gesto di Asher Fisch è assolutamente evidente; a questo coniuga la capacità meno scontata di ottenere un suono sempre piuttosto compatto, anche nei difficilissimi passaggi acuti dei violini nel terzo tempo della sinfonia di Prokof’ev. Non difetta neanche la cifra interpretativa, né il controllo dei piani sonori, sicché tanto il secondo che il quarto tempo sono resi con la necessaria corrusca vorticosità, quanto il primo e il secondo suonano vibranti.

E quando il risultato è così convincete, il successo non può che essere incondizionato.