L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Arrivi e partenze

di Roberta Pedrotti

A ridosso del duecentocinquantesimo compleanno di Beethoven, è particolarmente significativo ascoltare le ultime due sinfonie degli altri numi del classicismo viennese alla cui ombra si forgiò il genio di Bonn, Haydn e Mozart. Il valore di Michele Spotti sul podio dell'orchestra del Teatro Lirico di Cagliari ci ricorda come in un altro momento di passaggio, quello attuale, altre energie preparino il futuro.

Cagliari, 15 dicembre 2020 - L'offerta è davvero vastissima, verrebbe da dire perfino troppo, perché il desiderio restare accanto ai musicisti spesso si trasforma in un autentico tour de force: martedì 15 dicembre, nel giro di poche ore, Beethoven con Maria Perrotta, Marco Angius e l'Orchestra di Padova e del Veneto su Rai5, in streaming Johann Strauss Sohn con Alessandro Bonato e i Pomeriggi musicali di Milano, Haydn e Mozart con Michele Spotti e l'orchestra del Lirico di Cagliari. L'abbuffata fine a se stessa non ha senso, ha senso la testimonianza, la presenza anche dietro uno schermo per artisti ammirati e applauditi in teatro che continuano a rappresentare l'amore per la musica dal vivo, il desiderio di continuare insieme. Anche stasera, si resiste, per fortuna.

Il programma cagliaritano, anche in quest'ottica, è particolarmente significativo: a modo suo, rende omaggio all'onnipresente Beethoven attraverso gli altri due alfieri del classicismo viennese e i frutti estremi della loro esperienza sinfonica. Haydn ha trentotto anni più di Beethoven, sarà fra i suoi maestri, avrà modo di passargli in testimone; Mozart ne ha appena quattordici di più e muore quando Beethoven sta per compiere ventun'anni, tant'è che quando il promettente giovanotto di Bonn arriva a Vienna subito si cerca in lui l'erede del Salisburghese.

La sinfonia n.104 in Re maggiore London (1795) e la sinfonia n.41 in Do maggiore Jupiter (1788) sono, rispettivamente per Haydn e per Mozart, la conclusione e il culmine di un percorso, ma sono anche una chiave di volta, un punto d'arrivo e di partenza, sono i riferimenti in cui Beethoven matura e forma il suo stile. Le strutture classiche raggiungono l'apoteosi, sia per l'articolazione della forma sonata, di fughe e variazioni, sia per la cura al colore strumentale in un organico sinfonico ormai definito per i decenni a venire. Proprio l'apporto dei fiati – anche se Mozart qui non usa l'amato clarinetto, sfruttato invece da Haydn – contribuisce a una tavolozza ben più densa e sfumata di quanto non si fosse ascoltato in precedenza. È l'età delle rivoluzioni, l'esito finale dello Strurm und Drang e dell'Illuminismo sentimentale, quando la ragione metastasiana si colora di pathos, i contrasti e i conflitti non sempre si ricompongono (e quando avviene, come nella trilogia dapontiana, non è senza sottintesi inquieti).

Di fronte a tali monumenti, e per quanto conceda sempre l'ascolto via streaming, Michele Spotti appare subito in buona sintonia con l'orchestra cagliaritana per dare agli impasti timbrici un nitore e un gioco di chiaroscuri che esaltino e non tradiscano lo spirito del declinare del secolo. Soprattutto, che siano un tutt'uno con l'articolazione formale, con la sofisticatissima costruzione che in Mozart, fra l'ambiguità dell'Andante cantabile e la vertigine di contrappunto e dialettica tematica del Molto allegro finale. Di fronte a un così complesso equilibrio fra istanze espressive e virtuosismi compositivi, sembra già difficile mantenere un lucido controllo e ancor più si apprezza che a questo si unisca una bella propulsione dinamica, con quella punta di nervosismo che non diventa nevrosi, ma anima la perfezione classica di un nuovo impeto drammatico.

Sapere ed energia, raccogliere le esperienze passate, svilupparle, consegnarle al futuro. Non monumenti statici, ma l'ispirazione per Beethoven, il culmine di un mondo e la preparazione di un mondo nuovo. Hanno tanto da dire questi concerti, perché questo mondo e queste esperienze ci portino a ritrovare le capacità, la determinazione, l'energia di questi artisti dopo la crisi. È per quello che li seguiamo a distanza obbligata, per ritrovarli, come meritano.


 

 

 
 
 

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