L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

La tragedia di Jenůfa

 di Stefano Ceccarelli

L’Opera di Roma porta in scena un fortunato allestimento di Jenůfa, capolavoro di Leoš Janáćek, a firma di Claus Guth, già applaudito al Covent Garden. La direzione è affidata a Juraj Valčuha; nel cast brilla l’interpretazione di Cornelia Beskow, nel ruolo del titolo.

ROMA, 7 maggio 2024 – La direzione artistica del Costanzi ha, da un po’ di anni, inserito stabilmente Leoš Janáček in repertorio, con risultati anche apprezzabili (si ricordi, almeno: Roma, Kát’a Kabanová, 21/01/2022). Ma questa produzione di Jenůfa, il capolavoro operistico del cèco, rimarrà indelebile nella memoria degli spettatori romani, al netto delle difficoltà linguistiche e dello sperimentalismo della partitura.

Una gran parte del merito va alla regia di Claus Guth. Già messa in scena al Covent Garden di Londra con enorme successo di critica (tanto da essere premiata come la migliore del 2021), la produzione di Guth si distingue per una Mischung ipnotica di realismo e elementi astratti. In assoluto, a mio avviso, il migliore dei tre atti è il II. Guth fa realizzare la casa di Kostelnička con delle mura fatte con reti di materassi, che danno l’idea di una gabbia, di un campo di concentramento (le scene sono di Michael Levine). Le parenti di fondo e di lato sono tutte circondate da un muro bianco (costante scenografica di questa produzione), illuminato su toni cupi e angosciosi. I figuranti, nella regia di Guth, sono identificati come un gruppo omogeneo e rappresentano il punto di vista della chiusa società morava. Efficacissima, in tal senso, la massa di donne che si raggruppano fuori della casa di Kostelnička, il volto delle quali è indistinguibile per via del copricapo tradizionale mitteleuropeo. In mezzo a loro v’è una sorta di divinità ancestrale della morte, un corvo umanoide, che sale persino sulla casa nei momenti di maggior tensione. Tutt’intorno, davanti alla parete continua, vi sono sedie rivolte al muro, che viene toccato dalle figuranti come se fosse una sorta di muro del pianto. Terrificante, il demoniaco corvo si appollaia sulla casa, foriero simbolo del futuro infanticidio e della (creduta) arte stregonesca di Kostelnička. Prendendo sempre a modello il II atto, si può notare il lavoro di fino che Guth fa sui personaggi, dai movimenti alla prossemica. Se si guarda al I atto, si nota che i colori di fondo non cambiano: il regista immagina delle tonalità cangianti di grigio, in modo da reificare sul palcoscenico l’angosciosa vita dei personaggi. La ripetitività dei gesti di vita di questi moravi di inizio secolo è metaforicamente realizzata mostrando figuranti che compiono il medesimo lavoro (il cucito, una licenza registica rispetto al mulino indicato dal libretto); il tutto, lungi dal creare monotonia, suggerisce uno spleen esistenziale che solo la Jenůfa del I atto sembra rivitalizzare. Ancora, è il lavoro sui personaggi a donare movimento alla regia del I atto: in particolare, quelli della protagonista, ancora fanciullescamente ignara di ciò che l’attende, ma anche le movente stizzose di Laca e l’ingresso di Števa, ubriaco, e della sua brigata di soldati, che riempiono e vivacizzano la scena. L’ultimo atto rimane impresso, in particolare, per il colorato intermezzo delle paesane, agghindate a festa (qui l’arte della costumista Gesine Völlm raggiunge un ottimo livello), che portano fiori e canti in omaggio alla sposa; ma si noti pure per la tentata lapidazione della protagonista, a séguito della scoperta del cadavere del piccolo Števa (omonimo del padre). Insomma, Guth porta il pubblico in una dimensione sospesa fra realtà e simbolo, valorizzando i momenti topici della storia con un uso accorto, equilibrato, del linguaggio registico contemporaneo.

La direzione è affidata a Juraj Valčuha. Specialista del repertorio, Valčuha legge bene la partitura nel suo complesso, valorizzandone i momenti più delicati, screziati. Janáček, infatti, dà vita ad una partitura splendida, dove al linguaggio wagneriano dei momenti topici si mescolano sperimentazioni tonali, equilibrato uso delle dissonanze, tutti elementi, insomma, che producono effetti indimenticabili all’ascolto, sospesi, quasi trapunti nell’aria. Naturalmente, una partitura così ha necessità tanto di un rigore cromatico, che di un certo polso nei momenti in cui va sottolineata la drammaticità del libretto. Se a Valčuha non è mancato il tocco, la delicatezza, tuttavia è forse mancato il polso: la sua direzione, morbida e cesellata, potrebbe risultare, qua e là, più incisiva (si pensi al finale del II o del III atto, estremamente wagneriano). In generale, però, il prodotto è buono e l’orchestra del Costanzi produce un suono ottimo, lasciandosi apprezzare.

Nel cast brilla l’interpretazione di Cornelia Beskow nel ruolo del titolo. La sua Jenůfa ha voce piena, calda, capace non solo di svettare in acuto, con facilità e pienezza, ma anche di produrre colori intensi nella tessitura mediana. Inoltre, laBeskow mostra notevole duttilità: si pensi alla freschezza del fraseggio del I atto, incupito solo nel duetto finale con Števa, opposta alla tragicità dello spessore vocale del finale II, quando, contemplando il cielo stellato, cerca invano il suo bambino, in un’atmosfera sospesa, allucinata, in cui i penetranti acuti testimoniano lo strazio dell’anima della ragazza. La Beskow, infine, stupisce per la recitazione, per l’immedesimazione nel carattere. Il Laca di Charles Workman è ottimamente recitato e abbastanza ben interpretato vocalmente: la parte di Laca, sovente svettante in acuto, mette a dura prova la linea del canto dell’interprete, che si lascia andare a qualche fastidioso graffio nella tessitura sovracuta. Ma si fa perdonare grazie ad un’ottima interpretazione generale. Lo Števa di Robert Watson è buono (si pensi alla canzone del I atto), abbastanza centrato nella recitazione, ma non rimane impresso come i primi due, soprattutto mercé di un mezzo vocale più contenuto e meno accattivante. Kostelnička è interpretata da Karita Mattila, cantante di notevole fama, ora al tramonto della sua carriera. La voce non è più, certamente, quella di un tempo e lo si nota, soprattutto, nel volume, assai più contenuto di qualche anno fa. Rimane, però, uno squisito fraseggio ed un’interpretazione magistrale: assieme alla Jenůfa della Beskow, infatti, la Mattila propone il personaggio più intenso, straziante dell’intera produzione: indimenticabile la sua performance del II atto, dalla supplica a Števa fino all’infanticidio, puro ‘recitar cantando’, potente, immaginifico. Fra i numerosi comprimari è bene citare l’ottima interpretazione della Vecchia Buryjovka di Manuela Custer, che riesce a rendere bene l’effetto senescente consono al personaggio, come pure del Capomastro David Stout, della Karolka di Sofia Koberidze, generosa vocalmente, e di Ekaterina Buachidze nel ruolo della Pastora.

In conclusione, un’ottima produzione che riporta, dopo quasi mezzo secolo, Jenůfa davanti al pubblico romano, immergendolo in una straziante tragedia umana che ha il potere evocativo delle più riuscite opere di Euripide.


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