L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Ritorno a Mozart

 di Roberta Pedrotti

W.A. Mozart (e F. X. Süssmayer)/ P. Lichtenthal

Requiem K. 626

versione per archi

GliArchiEnsemble

registrato a Palermo, gennaio-febbraio 2018

CD Da Vinci Classics, C0016

Il fascino del capolavoro incompiuto sta, senz'altro, nel margine di indefinito, di poeticissima vaghezza leopardiana, ma anche nella possibilità di osservare lo schizzo, lo scheletro, l'interno del lavoro del creatore prima del sigillo finale. E il capolavoro musicale incompiuto si può godere, nei limiti dell'eseguibilità, così com'è, con le sue frasi abbozzate, le sue linee ancora da definire, colorire, ombreggiare. Oppure nel completamento di un postero, che potrà camuffare il suo lavoro lavorando à la manière de, oppure far sentire nettamente la sua firma marcando la differenza rispetto al materiale originario.

C'è, però, anche il caso non di un completamento, ma, esattamente come avviene anche per opere finite, di una libera trascrizione, di una rielaborazione quale quella del Requiem mozartiano che ascoltiamo in questo CD. Anzi, doppiamente trascritto e rielaborato, perché la messa funebre che il Salisburghese non poté completare se non in minima parte e fu affidata all'allievo Süssmayer è stata trascritta da Peter Lichtenthal (1780-1854) per quartetto d'archi e viene qui proposta in una versione per un più ampio ensemble (sei violini, due viole, due violoncelli, un contrabbasso), qui il pregevole GliArchiEnsemble di Palermo.

Ascoltiamo,dunque, il Requiem senza parole, senza voci, senza trombe del giudizio o timpani tonanti. Solo archetti e corde a vibrare il Dies Irae o a cantare il Lacrymosa, a fremere per Confutatis maledictis, farsi solenni nel Rex traemendae majestatis o addolcirsi per Recordare Jesu pie. La trascrizione è fedele, accurata, rende con devozione la grandezza, sia pure tormentata, dell'originale. Anzi, proprio nel rapporto con un modello incompiuto si misura l'interesse per il lavoro di Lachtenthal, al di là dell'indubbia piacevolezza dell'ascolto, con qualsivoglia organico, di un capolavoro. Si misura il documento storico di un compositore che, nato nell'odierna Bratislava, visse a lungo a Milano, ma soprattutto ebbe rapporti di familiarità con gli eredi di Mozart e, nella sua prolifica attività di compositore di danze e musica da camera, si fece in qualche modo ambasciatore di un mondo musicale, quello del tardo Settecento viennese e dello stile mozartiano in primis, che si andava progressivamente sfumando. Mozart restava un mito per le nuove generazioni di compositori, ma all'opera e nelle sale di concerto spirava un'aria nuova che Lichtenthal, nostalgico, mal sopportò. Eppure, il suo testimoniare fedele e devoto il lascito mozartiano non fa che ribadirne, nella semplicità relativa della trasposizione a quattro voci strumentali della medesima famiglia, la grandezza eternamente attuale. Ci restituisce, però, anche un'istantanea di un modo di sentire Mozart, e di proporlo in contesti privati con mezzi essenziali, nel 1816, mentre Beethoven ha già scritto il Fidelio e otto sinfonie, mentre Rossini fa debuttare Il barbiere di Siviglia. Ci restituisce anche una visione non acritica del lavoro di Süssmayer, ché Lichtenthal, compositore, ma anche letterato, medico, saggista, divulgatore e biografo mozartiano, dimostra, nell'approcciarsi alla partitura completata del Requiem, di esser consapevole della delicata genesi del lavoro. Non propone una sua rilettura, un suo completamento, si attiene sostanzialmente alla versione, per così dire, “ufficiale”, ma sembra prestare un occhio di speciale riguardo all'idea dell'abbozzo mozartiano. O, più semplicemente, prosciugare la scrittura nelle linee più essenziali si avvicina a quello scheletro che, per la maggior parte, il genio di Salisburgo ha lasciano come traccia e appunto e che l'allievo orchestrò, sviluppò, infine cercò rispettosamente d'inventare o almeno indovinare. Da Mozart a Süssmayer a Lichtenthal l'idea sembra tornare, almeno nell'intenzione e nella suggestione, al suo principio ancora embrionale. Affettuosamente, possiamo coltivare quest'illusione pensando che venticinque anni dopo la morte di Mozart, il devoto Lichtenthal la coltivasse nel proposito di diffondere il capolavoro anche fuori dalla pompa liturgica dai grandi organici.


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