L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Arrestati, sei bello!

di Roberta Pedrotti

L'astro nascente del violino María Dueñas debutta a Bologna con la Deutsche Kammerphilharmonie Bremen diretta da Paavo Järvi in un concerto da ricordare.

BOLOGNA, 21 aprile 2024 - María Dueñas compirà ventidue anni il prossimo 2 dicembre ed è già considerata un astro nascente del violino: imbraccia un Gagliano e uno Stradivari, vanta collaborazioni sinfoniche e cameristiche d'altissimo livello, si destreggia in un calendario già fitto di impegni. Un'attenzione che il suo debutto bolognese conferma come meritata, perché la musicista spagnola non si presenta come un abbagliante fenomeno, bensì come un'artista e un'interprete di grande finezza e sensibilità. Il suono non colpisce tanto per l'ampiezza, quanto per la pulizia e la definizione che lo rendono sempre penetrante e a fuoco. Il primo concerto di Bruch, così legato alla grande tradizione romantica, è un banco di prova perfetto per saggiare la capacità di sostenere il legato espressivo e un virtuosismo guizzante. La dedica a Joseph Joachim, il violinista più influente della generazione successiva a Paganini e uno dei più importanti di tutti i tempi, già condensa in sé tutti i topoi capitali per un solista non solo nell'ambito del secondo Ottocento. E se il modello di Mendelssohn è palese, il virtuosismo tzigano del terzo movimento ha molto in comune con il corrispettivo concerto di Čajkovskij, posteriore d'una decina d'anni, segno della diffusione di un linguaggio del quale l'ebreo ungherese Joachim non poteva che essere alfiere eccellente.

Dueñas, dunque, esce a testa alta da un cimento che mette in campo tutta la mitologia del violinismo romantico fra Germania ed Est Europa, affronta decisa e disinvolta, con grazia e mordente i tre movimenti di Bruch e ribadisce la sua predilezione per l'espressione soffusa e sofisticata proponendo come bis una trascrizione per violino e orchestra di Apres un rê di Fauré.

L'orchestra, già, perché se Dueñas è scoperta recente, Paavo Järvi alla testa della Deutsche Kammerphilharmonie Bremen gode di un prestigio già ampiamente noto e consolidato. Nato in una di quelle famiglie predestinate in cui un po' tutti si dedicano alla musica e un po' tutti approdano a una bella carriera, Paavo ci sentiamo di dire che spicchi come l'artista di maggior interesse. Qui accompagna il violino solista con una cura dinamica sempre affettuosamente complice, con una capacità di dare all'orchestra un corpo denso e ombroso che, tuttavia, non oscura mai il canto scintillante del solo. A incorniciare il concerto di Bruch propone le prime due sinfonie di Schubert e lo fa con una chiarezza di lettura e con una consapevolezza d'interprete che lasciano perfino poco spazio all'analisi: tutto suona semplicemente, sfacciatamente esatto. I tempi e le dinamiche, le articolazioni e i colori risultano sempre giusti, equilibrati e pure mordenti, espressivi, imbevuti della freschezza di un autore adolescente formato sui classici e accesi del trasporto e dei chiaroscuri di un giovane genio scalpitante, con le idee già molto chiare nel suo peculiare romanticismo.

Il controllo di Järvi, la sua visione che dall'analisi minuziosa abbraccia una sintesi a più ampio raggio incontrano la risposta impeccabile dell'orchestra tedesca, quasi spiazzante per la qualità tecnica e il dominio del suono. Se Schubert comunicava nel suo perfetto dosaggio di tutti gli elementi una sensazione di pieno appagamento, il Valse triste di Sibelius come bis appare perturbante, perfino, e lascia frastornati per l'impressionante gamma dinamica sfoggiata. Un pianissimo sottile, pulviscolare, ai limiti delle possibilità umane di emissione e percezione, si rinforza gradatamente, senza soluzione di continuità, addensando sempre più il suono. E non si tratta solo di dinamica: Järvi e la Deutsche Kammerphilharmonie Bremen sfoggiano anche un controllo estremo del tempo in tutte le sue dimensioni di velocità e ripartizione ritmica e metrica, tanto da riuscire quasi a sospenderlo senza perderne la pulsazione interna. “Arrestati, sei bello!” sembrano proclamare senza che la danza cessi il suo moto, come a ricordarci che la musica è (anche) l'arte di plasmare il tempo.

Grandissimo successo finale, inevitabile.


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