L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Le occasioni perdute

di Giovanni Chiodi

Assente dalle scene milanesi dal 1991, quando fu portato al successo da un cast superbo con la concertazione di Bruno Campanella e la regia di Pierluigi Pizzi, Le comte Ory torna ora in un nuovo allestimento che non manca di trovate accattivanti, mostrando l'abilità di Laurent Pelly, ma non prende il volo e rimane al di sotto di altre produzioni viste di recente. Anche le due compagnie di canto si disimpegnano fra luci e ombre.

Milano, 15-21 luglio 2014 - Le Comte Ory è tornato alla Scala. Mancava dal 1991, cioè dalla ripresa dello spettacolo classico di Pizzi, con un cast superbo (Devia, Matteuzzi, Bartoli, Desderi, Podles, direttore Campanella). Negli ultimi anni, fortunatamente, l’opera ha goduto di ottima salute, testimoniata anche dallo spettacolo accattivante affidato alle cure di Laurent Pelly, già rodato in marzo a Lione. Doveva esserne protagonista Juan Diego Florez, l’interprete massimo per eccellenza, ma il tenore è stato costretto a rinunciare dopo la prima, lasciando così il ruolo a Colin Lee, già nella seconda compagnia, che lo ha ricoperto egregiamente. Una fortuna, tenuto conto delle difficoltà di questa parte, non abbordabile da chiunque. Pelly è al suo primo incontro con Rossini e ha optato per un allestimento minimalista, come nella sua incantevole Cendrillon. Di fatto è uno spettacolo riuscito, anche se non arriva a competere con quello sorprendente di Caurier e Leiser, messo in scena a Zurigo (e altrove) per Cecilia Bartoli. Un tratto in comune: l’azione calata nel contesto di un paesino della provincia francese (là gli anni Cinquanta del secolo scorso, qui, con meno costrutto, l’attualità). Il primo atto si svolge in una palestra, dove si riunisce una folla di varia umanità, al cospetto di un guru indiano di passaggio, fortemente interessato, naturalmente, al bel sesso. Il che offre a Pelly l’occasione di far sfoggio della sua abilità nel mostrare le reazioni diverse dei paesani, che assistono eccitati al sermone del finto predicatore. Sarebbe centrato anche il personaggio della contessa, giocato tra impaccio, pudore, imbarazzo e voglia latente di un’avventura erotica. Difficile però superare quello che nella menzionata produzione di Caurier e Leiser succedeva nell’aria della (ben più scaltra) contessa: e difatti Pelly non ci riesce.

Salvo risollevarsi nel secondo atto, nel quale non mancano spunti per volgere ironicamente al meglio la situazione, anche grazie a una scena fatta solo di pareti e finestre, con quattro luoghi a vista che scorrono (cucina, salotto spoglio di arredi, camera da letto e bagno). Dal coro iniziale, che si conclude con le signore (tutte vestite uguali) impegnate a raccogliere l'acqua che piove dal soffitto, al duetto del conte e della contessa, momento centrale dell’opera, recitato in modo gustosissimo, pruriginoso e non caricaturale (con trovate azzeccate, come l’assalto in bagno), al magnifico terzetto, che è il perno di tutta la regia, con la contessa che alla fine cede e si concede a briglia sciolta ai due spasimanti, prima di rientrare, precipitosamente e sconsolatamente, nel ruolo di donna perbene, attorniata da coppie felici e carrozzine di bebè, accanto al parroco. E l’evasione non resta che un sogno infranto dalla realtà di tutti i giorni. In definitiva, uno spettacolo semplice e lieve, recitato in maniera sciolta, anche se, per la verità, meno bene che a Lione, dove il meccanismo era parso più oliato. Colpa della routine nella quale si è scivolati, come dimostra anche l’esecuzione musicale. Se Colin Lee disegna un Conte convincente, grazie a una vocalità più che corretta, con facile involo agli acuti (e ai sovracuti), la contessa Adele di Aleksandra Kurzak, invece, soffre di un’intonazione troppe volte incerta, di un fraseggio incolore: e il carisma è zero. Molto più apprezzabile Pretty Yende: contessa mignon, tra lirico e coloratura, ma tecnicamente più pulita, delicata e con qualche suggestivo chiaroscuro, malgrado l’inerzia dell’accento. Accento che è invece l’asso nella manica del Raimbaud di Stéphane Degout, al cui confronto, malgrado i mezzi, il canto di Nicola Alaimo mancava di morbidezza. Spigliate (ma nulla più) José Maria Lo Monaco e Chiara Amarù, interpreti di Isolier. Ottima la prestazione di Roberto Tagliavini come Gouverneur; buona Ragonde Marina de Liso. Direzione sicura, affidabile, con tempi elastici, di Donato Renzetti: ma anche senza quel guizzo, quella trasparenza, quella originalità di idee che avrebbero permesso di sollevare questo Ory dal limbo delle occasioni perdute.

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Florez-Kurzak-Lo Monaco-Degout-Tagliavini, foto Brescia Amisano

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Lee-Yende-Amarù-Alaimo-Tagliavini, foto Brescia Amisano

 


 

 

 
 
 

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