L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Il trionfo di Aureliano e Zenobia

di Roberta Pedrotti

Se storiografia, letteratura, arti figurative (ma non il più conciliante melodramma) raccontano di una Zenobia vinta da Aureliano e trascinata come preda in trionfo a Roma, oggi al ROF l'Imperatore e la Regina di Palmira salgono assieme sul carro del vincitore, per l'attesa riscoperta pesarese in edizione critica di un'opera giovanile il cui classicismo mal cela una sensibilità drammaturgica e musicale dotta e spregiudicata.

PESARO, 12 agosto 2014 - Quando, nel 1815, Domenico Barbaja lo invita a Napoli e gli commissiona un'opera da allestire al Teatro di San Carlo in onore del restaurato re Ferdinando I di Borbone, Rossini sa che deve sfoderare le sue carte migliori per imporsi in una piazza dove era stato scritturato in origine in nome del caduto governo di Murat. Per vestire un libretto che rinnova, subito dopo il Congresso di Vienna, il mito settecentesco della monarchia illuminata, di Tito e del sovrano che vince le proprie passioni e gli intrighi politici imponendo la propria magnaminità, era necessaria della musica d'altissima, indiscutibile qualità, un manifesto del suo ingegno che convincesse inequivocabilmente la casa reale del valore di questo giovane pesarese. Per confezionare nell'Elisabetta regina d'Inghilterra il suo (fortunatissimo) biglietto da visita partenopeo, Rossini decidere di attingere ampiamente da un suo recente lavoro milanese, di scarso successo ma del quale, evidentemente, doveva sentirsi intimamente assai soddisfatto: Aureliano in Palmira, un'altra storia di potere, conflitto e pacificazione sotto la corona.

Tanto basterebbe a imporre all'attenzione questa partitura di vaste proporzioni, così come ci appare nella ricostruzione filologica curata da Will Crutchfield su oltre ventisette fonti diverse, ma in assenza di un autografo. Non solo è già evidente nel giovanissimo Rossini, nello stesso momento in cui forniva modelli esemplari e fondanti di quella che sarà detta “solita forma”, la tendenza a elaborare in modo plastico il numero chiuso, ampliandolo e concatenandolo con soluzioni anche ardite, ma soprattutto la condotta melodica è gestita con libertà e disinvoltura davvero sorprendenti. Pur stretto nel suo rigore ideologico e nella stilizzazione neoclassica, il libretto di un esordiente Felice Romani sa compensare la relativa staticità dell'azione con un'autentica profondità intellettuale, che pur nella reinvenzione melodrammatica lega a doppio filo le vicende dell'opera alla letteratura fiorita attorno ad Aureliano e Zenobia [per approfondire leggi qui], come fa, per esempio, nell'inno isiaco che apre l'opera echeggiando il simbolico legame fra la regina e l'Egitto, o nelle minacce di condurre la stessa in trionfo a Roma.

Dirigendo quello che è a tutti gli effetti un capolavoro, ma di un incanto che pare più intellettuale, dotto, che concretamente teatrale, lo stesso Crutchfield si mostra legittimamente impegnato soprattutto nel marcare la distinzione e lo spessore drammatico di quelle pagine che diverranno universalmente note migrando, attraverso Elisabetta, nel Barbiere. Così facendo, però, rischia di perdere in raffinatezza e di eccedere in sonorità, tanto più che, nonostante la sua ammirevole, travolgente dedizione testuale ed espressiva all'opera, non stiamo parlando comunque di un direttore di sommo talento, e che, soprattutto, l'Orchestra Sinfonica G. Rossini, per quanto corroborata da buone e ottime prime parti aggiunte, non ha di per sé un impasto sonoro e una levatura tecnica di primissima sfera. Il coro è quello del Comunale di Bologna, che qui si presenta più a fuoco rispetto ad Armida, anche se il numero piuttosto esiguo non aiuta a modulare senza sforzi tutte le dinamiche necessarie.

Titolo dotto, sofisticato, raffinatissimo, l'Aureliano fonda la sua drammaturgia musicale anche sulla scrittura vocale mostruosa riservata ai tre protagonisti, e qui la produzione ha saputo prendere il volo definitivamente assicurando esiti degni del contesto di un Rossini Opera Festival.

Sbaglierà di certo chi valuti Jessica Pratt con il parametro e l'esigenza di un mezzo onnipotente, giacché ,se pure molto possa, al soprano australiano non si potrà chieder tutto e all'onnipotenza utopistica continuiamo a preferire l'arte. L'arte del dire il recitativo, di parlamentare da pari a pari con l'imperatore calibrando fierezza, celando tensione, incertezza, sibilando e mordendo le parole con la misura di un neoclassicismo ancora levigato, ma in procinto di sgretolarsi nel turbine romantico. L'arte di cesellare la frase e di dire nella coloratura perfetta e nel contempo capace di mutarsi in pianto, ardimento, terrore. Arte delle messe di voce, modulate con maestria a far sì che lo sfogo naturale nell'acuto (e sovracuto) non sia sfoggio, ma teatro e musica.

E se Zenobia saetta dall'iperuranio, Aureliano risponde variando di preferenza fra sonorità ctonie, quasi baritonali (non senza ascendere a un penetrante Re bemolle). Michael Spyres è un formidabile fenomeno vocale che non gigioneggia giocando con i suoi mezzi, ma recita e fraseggia un Aureliano magnetico, sicuro di sé, ammiccante, autorevole e sottile, un vanitoso e marziale Tito nero, ma anche ironico e irresistibile. Fa a gara con la Pratt nel dardeggiare colorature, accenti e sguardi e se lei, bella maestosa, sembra la reincarnazione dell'autentica storica Zenobia, solo che bionda e chiarissima d'incarnato, lui coglie al meglio e vivifica con intelligenza la figura sfuggente ma non inconsistente dell'imperatore rimodellato sui tratti del clemente Tito.

Terza fra cotanto senno, Lena Belkina fa quel che può considerate l'età, la scarsa esperienza e il peso della parte di Arsace, scritta per il mitico castrato Giovan Battista Velluti ed ereditata da sommi contralti ottocenteschi. Per tal cimento era legittimo aspettarsi di più, mentre la ventiseienne ucraina nella Gran scena del secondo atto soccombe alla stanchezza senza rendere il sublime involo del cantabile né l'ebrezza marziale della stretta. Certo, un'interprete più sicura avrebbe reso non men che memorabile la serata già elettrizzante, ma bisogna riconoscere che la Belkina plasma tuttavia un personaggio teatralmente credibile nella sua stessa fragilità (dopotutto l'eroe dell'esercito di Zenobia nell'opera non colleziona che sconfitte) e se saprà calibrare gli impegni e coltivare adeguatamente i suoi mezzi potrà conseguire risultati lusinghieri.

A eccezione della bella Publia di Raffaella Lupinacci, il resto del cast non si fa troppo apprezzare: ruvide e poco proiettate le voci gravi di Sergio Vitale (Licinio) e Dmitri Pkhaladze (Gran Sacerdote), piuttosto rigido il tenore Dempsey Rivera (Oraspe). Il pastore corifeo era Raffaele Costantini.

La nuova produzione di Mario Martone dà subito l'impressione di realizzare quel che si auspicava analizzando l'allestimento del Barbiere di Siviglia: una forma semiscenica minimalista che si sviluppasse però sotto la guida e con l'esperienza di professionisti, quali sono senza dubbio, ed eccellenti, con il regista la costumista Ursula Patzak, lo scenografo Sergio Tramonti e il curatore luci Pasquale Mari. I personaggi sono abbigliati con gusto secondo l'epoca della vicenda e si muovono fra quinte e labirinti di garza trasparente. Gli strumenti del continuo, sono a loro volta veri e propri elementi scenografici, mentre gli esecutori (in particolare l'intensa Lucy Tucker Yates al fortepiano) diventano veri e propri attori, parte integrante di una lotta per la libertà che non conosce confini fra realtà, rappresentazione, teatro, prova, oratorio, spazio metafisico. Tutti recitano bene, narrano ed esprimono con chiarezza e debite sfumature, nello stile classico, verosimile ed essenziale tipico del regista; si potrebbero giusto trovare gratuite e didascaliche le caprette in barba corna e zoccoli per il coro pastorale e le didascalie - sui cui contenuti non si discute, ma certo abbastanza distraenti – che scorrono sul finale dell'opera.

I poli magnetici di Spyres/Aureliano e Pratt/Zenobia, però, innervano di tensione tutta la rappresentazione con la loro personalità. E tanto basta, anche e soprattutto il più semplice degli spettacoli, proposto quasi a dirci che un'opera come questa pulsa e vive anche (soprattutto?) se spogliata dei paludamenti che possono farla apparire più lontana da noi di quanto non sia.

E, finalmente, un grande successo (ancorché orbo d'Arsace) per un'opera che meritava di essere riscoperta al Rof.

foto Amati e Bacciardi


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