L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

L’ordine divino

 di Pietro Gandetto

Si festeggia alla Scala l’annuale appuntamento con il Requiem di Verdi. La lettura perfezionistica di Riccardo Chailly si fa ammirare per la caratterizzazione orchestrale. Il quartetto solistico convince per omogeneità e spunti interpretativi.

MILANO, 8 ottobre 2016 - Dopo le felici recite al Teatro Bol’šoj di Mosca, ritorna al Teatro alla Scala la Messa da Requiem di Giuseppe Verdi, proseguendo la consuetudine introdotta nel 2014 (leggi la recensione del 2014 e del 2015) di aprire la stagione dei concerti straordinari con il capolavoro verdiano. Secondo le ultime notizie, però, pare essere l’ultima puntata di questa mini-serie, perché dall’anno prossimo il Requiem lascerà il posto alla Messa per Rossini coordinata da Verdi (almeno per il 2017). In occasione dell'imminente centocinquantesimo anniversario della scomparsa del Pesarese, ma anche per evitare che un’opera così preziosa e bisognosa di unicità, diventi routine. E siamo anche abbastanza d’accordo, non sia mai che il Dies Irae di Verdi (già usato e abusato in ogni occasione di appeal “cinematografico”), faccia la fine dell’Habanera della Carmen e del "Libiamo" della Traviata.

Acquisisce dunque ancor più valore l’esecuzione del Requiem dello scorso sabato 8 ottobre. Si sa che, per i milanesi, il Requiem di Verdi ha una particolare importanza: significa anzitutto Giuseppe Verdi, ma anche Alessandro Manzoni, in occasione della cui morte fu composto ed eseguito per la prima volta nella Basilica di San Marco, il 22 maggio 1874.  Vuol dire, forse, anche, racchiudere in circa un’ora e mezza di musica quel tipico modo milanese di rapportarsi a tutto ciò che è sacro e divino, con compostezza e disincantata accettazione del mistero della salvezza divina e della dannazione eterna.

La lettura musicale di Riccardo Chailly si fa apprezzare per la cura e il perfezionismo nell’esecuzione di ogni nota, pausa, accento e dinamica. Una lettura ispirata alla sottrazione, più che alla stratificazione, dei volumi orchestrali, con un notevole risultato in termini di nitore e chiarezza esecutiva. Il clima di divina compostezza della partitura viene espresso da Chailly con toni soffusi, caldi e mai troppo impetuosi, pur conservando la solennità e l’autorevolezza propria di questa musica.

Il risultato della resa orchestrale è dei migliori. Le singole sezioni - come angeli psicopompi (creature divine deputate alla scorta delle anime dei trapassati) - acquistano autonomia e si distinguono per una caratterizzazione timbrica e una trasparenza sonora impeccabili. Così lo squillo sciabolante degli ottoni del Dies Irae si distingue dalla pastosità dei contrabbassi. Le soavi pennellate degli archi nel Lacrimosa si alternano ai fiabeschi controcanti dei fiati. Non è un perfezionismo fine a sé stesso, ma teso alla ricerca di un ordine assoluto che fa il paio con l’ordine divino che pervade la composizione verdiana. I tempi tendenzialmente dilatati, talvolta spezzano la tensione drammatica, come per esempio nel Dies Irae o nel Libera me Domine.

Il Coro della Scala, migliore al mondo nella resa della cosiddetta tinta verdiana, non delude. Esempio di compattezza timbrica e attenzione alla parola, così importante in Verdi, in cui la parola è già, per sé, musica.  Grande cura nella pronuncia latina, con le sue sibilanti desinenze e i suoi ululanti dittonghi declamati con efficace teatralità.

Il quartetto solistico è di livello, con le opportune precisazioni. Francesco Meli sfoggia una vocalità ora impalpabile, ora più presente, ma ricca di colori e  sfumature. Nell’Ingemisco - uno dei migliori mai ascoltati - il tenore lavora di bulino, in un susseguirsi di microfrasi calibrate e soppesate con gusto esecutivo.  Gli acuti sono meno brillanti e immediati dei centri, ma ciò resta un neo nel quadro di una performance di alto livello.

Krassimira Stoyanova, apprezzata Marescialla e Amelia nei recenti Rosenkavalier [leggi la recensione] e Simon Boccanegra [leggi la recensione] scaligeri, dà sfoggio di una vocalità elegante e ben amministrata. Fraseggiatrice di ispirazione italiana, il soprano bulgaro non stupisce per varietà espressiva. Regala momenti felici nei passaggi più leggeri, confacenti alla sua vocalità, come i lunghi filati dell’Offertorio. Meno convincente il Libera me Domine, dove è mancata la vis drammatica funzionale alla resa del tormento apocalittico. Ricordiamo che Verdi scrisse la parte del soprano per Teresa Stolz, definita come “il soprano verdiano drammatico per eccellenza, potente e appassionata, dotata di tono scuro”.

Perfettibili le voci gravi. Daniela Barcellona, professionista di rango e veterana del ruolo, è intensa nella ricerca di un’espressività composta e dolente. La voce è ben presente nei centri, con buona proiezione e omogeneità nei passaggi, ma il registro acuto è parso aspro e meno incisivo.

Il basso Dmitry Belosselskiy è dotato di bella voce, profonda e penetrante, ma avara di sfumature, colori e spunti interpretativi.  Un maggior affinamento dello strumento, sicuramente interessante, sarebbe stato apprezzato soprattutto ove accostato alla variegata espressività tenorile.

A fine serata gli applausi non si risparmiano, e durano quasi dieci minuti riempendo un teatro quasi al completo.  Un’esecuzione di riferimento, soprattutto se diventerà meno frequente ascoltare il Requiem verdiano in contesto scaligero.

foto Brescia Amisano


 

 

 
 
 

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