L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Violenza sbiadita

di Sergio Albertini

Il Lirico di Cagliari apre le celebrazioni pucciniane all'insegna dell'approssimazione sia nella ripresa dello spettacolo ipertradizionale di Pier Francesco Maestrini sia nella concertazione scomposta e grossolana di Beatrice Venezi. Nel cast spicca la buona qualità dei comprimari.

CAGLIARI, 17 marzo 2024 - Nel 2019 il Lirico di Cagliari ha in stagione una nuova produzione di Tosca; Cavaradossi era Marcello Giordani, che purtroppo sarebbe mancato di lì a poco (ottobre 2019). Come 'omaggio' al centenario della morte di Puccini, la direzione artistica del Lirico decide di riproporre lo spettacolo, che visivamente è di taglio ipertradizionale. Le scene (e le poche proiezioni) sono impostate a quella tradizione così cara al pubblico cagliaritano. C'è tutto quello che ci si aspetta in Tosca: Roma, in primis, con immagini visualizzate prima d'ogni atto su un tulle che non sarà mai eliminato nel corso dell'opera. Ci sono i fumi degli incensi, il bigottismo di Scarpia (crocifissi sempre presenti), i segni della croce un po' da parte di tutti, il mazzo di fiori per la Madonna, la bandiera francese esibita da Cavaradossi in casa Scarpia, i colpi di fucile, il paniere col cibo, i chierichetti discoli. La regia, in origine di Pier Francesco Maestrini, guida chi non ha mai visto una Tosca con cura didascalica, prende per mano il pubblico, racconta con chiarezza, segue le indicazioni del libretto. Ma non troppo: il ritratto della Maddalena non è in progress, ma compiuto; Tosca, entrando in chiesa, chiede a Mario “Chi è quella donna bionda lassù”, ma la donna, invero, ha i capelli castano-fulvi. E sempre Tosca, ancora, rivolge la richiesta al pittore “Ma falle gli occhi neri!”: peccato che il dipinto abbia, di fatto, gli occhi chiusi e se ne vedano solo le palpebre. Così come, nel secondo atto, Scarpia indica a Sciarrone di aprire la finestra, che invece è 'pittata' e irrimediabilmente chiusa. Che serve allora fare quasi dell'iperrealismo scenico e poi cascare su particolari che, al pubblico più attento, hanno fatto scattare qualche sorriso ? Né Daniela Zedda, nel riprendere la regia, sembra essere riuscita a correggere il tiro.

È una Tosca opprimente, volutamente. Funziona, grazie a un'ottima gestione delle luci (davvero ottime, di Pascal Mérat, rirpese da Jean-Paul Carradori), che restituisce un clima notturno, claustrofobico. Gran bel momento, il cono luminoso che isola al termine del primo atto Scarpia e Tosca, mentre sfiorano un momento di desiderio, di abbandono, di erotismo.

Puccini vide la Bernhardt nella Tosca di Sardou a Milano e a Torino nel 1889 e ancora a Firenze nel 1895. Aveva ben chiaro il personaggio che avrebbe creato; perché Tosca ha, sì, bisogno di voce, certo, ma anche di una resa attoriale complessa, fatta di straripante sensualità: passionale, gelosa, dolente, disperata. La protagonista, Veronika Dzhioeva, dell'Ossezia del Sud, ha una pronuncia perfetta; ha anche una grossa voce, ma non una grande voce. Riesce a scavalcare il muro di suono che (purtroppo) le viene lanciato contro dalla fossa orchestrale, e trova in “Vissi d'arte” anche qualche suono sotto il 'forte'. Manca però del tutto il personaggio, perché l'emissione solida rimane priva d'ogni cura del fraseggio, di pari passo a una presenza scenica generica, provinciale (nel senso meno nobile del termine). Inoltre, in tutta l'ottava bassa, utilizza un suono di petto che riporta a un gusto verista decisamente superato. Le è al fianco il Cavaradossi del turco Murat Karahan, che forse confonde il Lirico di Cagliari con gli ampi spazi dell'Arena di Verona (dove, nel 2019, è stato Cavaradossi, Don Josè, Radames, Manrico...). Anche lui con ottima dizione, con spavaldo registro acuto, offre un disegno generico del personaggio, più suono che canto, canta con voce poco appoggiata e piuttosto spinta, togliendo ogni naturalezza al suo Cavaradossi, anche nei momenti in cui la tessitura si fa più comoda (come in “ardente amante mia”).

Buono lo Scarpia di Ivan Inverardi; non gigiona, sfoggia un canto morbido, restituisce il giusto carisma al personaggio, qui più truce che signorile barone, non perfettamente aiutato da una regia che lo sgrossa malamente.

Sono ottime invece tutte le parti di fianco; se il pastore di Andrea Rossini è forse troppo sorvegliato, di gran rilievo è l'Angelotti di Francesco Leone (timbro brunito, canto d'antica scuola); tolto qualche eccesso in “tutti quanti” (com'è difficile evitare il rimando alla macchietta!), il Sagrestano di Angelo Nardinocchi risulta misurato anche scenicamente; scattante lo Spoletta del turco Safa Korkmaz, efficaci lo Sciarrone di Francesco Musinu e il carceriere di Alessandro Frabotta.

Magnifico il coro del Lirico nel Te Deum, preparato da Giovanni Andreoli; e se i loro abiti, rigorosamente neri, di Marco Nateri, erano coerenti temporalmente con le scene di Juan Guillermo Nova, rimaneva il dubbio come durante una Messa i fedeli e gli officianti diano tutti le spalle all'altare per rivolgersi al pubblico.

Poi c'è lei, Beatrice Venezi, che debuttava in Tosca. Dovrà studiarla ancora a lungo, magari rinunciando a qualche intervista di troppo rilasciata a quotidiani compiacenti. Cerca – sin dai tre accordi iniziali – una drammaticità generica, la cerca con un suono violento, arido, a volte sbiadito nei passi più lirici, e proprio in questo trascolora in una monotonia, priva di autentico abbandono. Non c'è sensualità, nella sua Tosca, né nell'orchestra, né – si è detto – nei due innamorati. Una meccanicità figlia (forse) di una lettura ancora generica, immatura. C'è nitidezza nella resa strumentale, certo: grazie ad un'orchestra di alta professionalità (quei due flauti nella prima aria di Cavaradossi, l'arpa e la celesta in “Non la sospiri la nostra casetta”...). Ma sembra sempre una discesa e risalita tra montagne russe, ora a tutta forza, ora con esagerati rallentando, guidati da una gestualità (soprattutto il braccio sinistro) scomposta, confusa, che sembra 'scagliare' a caso indicazioni generiche, con agitazioni parimenti generiche.

Terza recita, teatro ovviamente pieno. Pubblico oramai abituato al solito repertorio, a regie senza guizzo, a direzioni sbrodolate. Applausi, ovviamente, per tutti. Che, oramai, significano davvero poco. Almeno a Cagliari.


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