L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Il signore del tempo

 di Roberta Pedrotti

 

Mahler e Beethoven all'Auditorium dell'Orchestra Verdi di Milano decretano un'ulteriore conferma del talento fuori dal comune di Jader Bignamini: un Re Mida del podio il cui controllo tecnico e la cui intelligenza d'interprete si dipanano con disarmante naturalezza.

MILANO, 12 aprile 2015 - Bisognerebbe sempre evitare gli eccessi d'entusiasmo in una recensione, non perché il critico non abbia il sacrosanto diritto alla passione bruciante e all'esaltazione come all'indignazione, ma perché una collezione, anche ben selezionata, di superlativi rischia d'essere esercizio piuttosto sterile di poco o nullo interesse, alla fine, per il lettore, cui ci si dovrebbe almeno proporre di offrire lo stimolo di una riflessione più originale e articolata. Le sciagurate esperienze storiche di tanti “uomini della Provvidenza” dovrebbero poi bastare a render quantomeno inopportuno il rischio di scivolare in eventuali toni messianici.

Però, Jader Bignamini mette in crisi queste certezze e inanella di opera in opera, di concerto in concerto una tale serie di entusiasmanti conferme da farci sfuggire sempre, sottovoce, un “Ecco il direttore che stavamo aspettando, il musicista di cui avevamo bisogno”, ricercando invano nella mente un genere, sinfonico o teatrale, uno stile o un repertorio nel quale abbia mostrato se non il fianco almeno una differenza di resa, di affinità musicale. Ancora ci si stupisce pensando che ha debuttato ufficialmente sul podio solo quattro anni fa, ma è evidente che, oltre all'ottima scuola dell'esperienza in orchestra e come assistente al direttore, qui si parli di uno di quei talenti predestinati, di quegli artisti nati per impugnare la bacchetta tramutandola in oro puro, vero Re Mida della musica.

Il programma che ci propone ora, in un bel pomeriggio milanese in cui il sole sembra già salutare l'estate e un'entusiasta, nutrita scolaresca (si presume conservatoriale o affine) francese affolla un auditorium festosamente pieno in ogni ordine di posti, è composto da due pietre miliari assolute della storia della sinfonia. È un programma accattivante, noto, ma soprattutto un cimento fondamentale per ogni direttore e decreterà la differenza fra il grande artista e il semplice professionista.

Stiamo parlando della Prima Sinfonia di Mahler, Il Titano, e della Quinta di Beethoven, pezzi in cui la difficoltà va di pari passo con la notorietà e in cui sono egualmente bandite carenze tecniche o letture scontate. Bignamini le dirige a memoria, con disarmante naturalezza, gesto elegante, misurato, fluido, un viso sereno che serenamente sorride senza tradire la minima fatica fisica o mentale. E' nella sua dimensione, dipana e controlla i due monumenti musicali con la medisa disinvoltura con cui, si direbbe, respira.

Nulla gli sfugge delle architetture di Mahler e la recente occasione di ascoltare, alla Scala, il suo maestro Riccardo Chailly dirigere la stessa sinfonia con l'orchestra della Gewandhaus rende ancor più evidente come il grande Gustav faccia parte del DNA artistico e formativo di Bignamini, come la chiarezza intelligente e minuziosa delle letture, sovente preparate insieme nella pratica, di Chailly non abbia ispirato un'emulazione, un'influenza sic et simpliciter, ma abbia seminato e condiviso un Mahler altrettanto chiaro e lucido,  nondimeno personale e sentito, un'autentica confidenza con l'autore. Tecnicamente non si potrebbe chiedere di più, tale è il controllo innato di tutte le sezioni, di tutti i rapporti ritmici e tematici. Artisticamente è tutto da gustare il respiro di questa musica, lo scorrere del tempo dominato con un'eleganza ipnotica, che distilla i temi danzanti, le ironie e le ombre più inquietanti, i simboli e le figurazioni. Come solo i più grandi sanno fare, rende naturale, necessaria e ineluttabile ogni sua scelta. In quel momento ci sembra che quella musica debba essere eseguita così e non possa esserlo in altro modo.

Come solo i più grandi sanno fare, Bignamini plasma il tempo e la sua percezione, il suo controllo è ferreo e gentile, ha l'enigmatico sorriso del Licida/Apollo delle Talisie teocritee e con gesto incantatorio suscita la danza di Dioniso. Un istante di musica racchiude un'eternità, una sinfonia di un'ora appare e si dissolve in un battibaleno. I tempi sanno essere incalzanti senza mai essere frenetici o frettolosi, ma compenetrando moto e quiete con un'arte finissima del rubato che in Beethoven si esalta con gusto supremo, giostrando i rimbalzi di temi e microtemi, di ritmi e timbri propri della scrittura del Titano di Bonn. E che piacere veder spazzati via i turgori tardoromantici vivendo però la moderna consapevolezza stilistica con un fraseggiare agile e carnoso, mai prosciugato o cristallizzato, sì da esaltare tutti gli equilibri, tutta la forza, tutta l'arte sottilissima dei capolavori beethoveniani.

Un concerto così, semplicemente, rende felici. E orgogliosi che questi ragazzi francesi (tutti indaffarati prima dell'inizio nella metamorfosi da gitanti sportivi a una forma di giovanile eleganza in rispetto del luogo e dell'occasione) abbiano potuto assistere in Italia a una performance di questo livello. Abbiamo fatto bella figura, indubbiamente: grazie a Jader Bignamini e grazie all'Orchestra Verdi. Non c'era modo migliore per festeggiare il recente riconoscimento ministeriale di ICO (Istituzione Concertistico Orchestrale), al quale speriamo consegua il giusto sostegno a una realtà di cui andare fieri nel mondo.


 

 

 
 
 

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