L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Torniamo all'antico e sarà un progresso

di Roberta Pedrotti

Bologna Festival rende omaggio ai cinquecento anni dalla morte di Josquin Desprez nella sua rassegna Il nuovo e l'antico. Il concerto dell'Astrarium Consort diretto da Carlo centemeri in particolare pone l'accento sull'accostamento fra la polifonia rinascimentale e la scuola barocca bolognese.

Bologna 9 novembre 2021 - Cinquecento anni dalla morte di Josquin Desprez (1450 circa - 1521). Un anniversario capitale nella storia della musica, ma si sa, in Italia la polifonia francese fiamminga o romana non è proprio pane quotidiano – né lo è la musica rinascimentale in genere – e se poi si immischia anche una pandemia, le speranze di una celebrazione in grande stile si affievoliscono a dir poco. Eppure, qualcosa di interessante c'è, per esempio con la rassegna Il nuovo e l'antico di Bologna Festival, che si mette sempre d'impegno con un cartellone non banale. È il caso del concerto del 9 novembre, in cui l'antico Josquin non fa il paio con la nostra contemporaneità, bensì con le novità a metà strada fra noi e lui, vale a dire Giovanni Paolo Colonna (Bologna 1637-1695). Si rompe, insomma, la consuetudine che vuole il repertorio concepito per blocchi, al massimo messi in relazione con l'attualità, come se fra i grandi del passato e il presente nessun altro si fosse guardato indietro, nessun altro avesse studiato, eseguito, ascoltato, preso a modello queste musiche. Eppure già Verdi ammoniva (con una delle sue frasi più abusate e travisate) “torniamo all'antico e sarà un progresso” proprio a difesa dello studio della musica rinascimentale e barocca contro chi voleva eliminarlo dai programmi di conservatorio; lui stesso si dedicò con acribia nei suoi ultimi anni alla polifonia e al contrappunto. Insomma, ci apprestiamo ad ascoltare Josquin anche con l'orecchio di Colonna, immergendoci anche nella temperie della Bologna barocca, in un panorama in cui il severo stile erudito coscienziosamente tramandato dai padri rinascimentali si può inturgidire o anche asciugare nell'intreccio per privilegiare una cantabilità più libera. Al contrappunto succede l'agile basso continuo, con nuovi equilibri, ma in continuità con princìpi antichi che il dotto Colonna conserva e ben conosce, con Cazzati e prima di Colonna fra i prìncipi della scuola bolognese, crocevia della cultura musicale europea fra Sei e Settecento. Josquin attraversa il continente in persona e con la fortuna editoriale delle sue musiche; Colonna trascorre la sua esistenza quasi esclusivamente nella città natale, ma viaggiano i suoi scritti, così come verso la diocesi di San Petronio convergono musicisti e partiture.

In questo incrocio, l'accostamento non peregrino fra un patrimonio che era già storico ma non dimenticato e le nuove produzioni secentesche esalta sia la continuità dei riferimenti, sia i contrasti poetici fra la sensualità barocca e il trattamento sofisticatissimo del mottetto Illibata Dei virgo nutrix, il cui testo è un acronimo della firma dell'autore, o del lamento Nymphes des bois, per la morte di Johannes Ockeghem (1410-1497), seppur precedente di qualche decennio il movimento poetico della Pléiade, già così ben definito nell'intimo sentimento religioso che pervade il richiamo classico. Nell'Oratorio di San Filippo Neri l'organico è per forza di cose essenziale; si canta e si suona a parti reali o quasi, con archi, fagotto, organo, tiorba e violone. Così, la lettura di Carlo Centemeri – concertatore all'organo – e dell'Astrarium Consort non solo si adegua alle peculiarità dello spazio, ma mette a nudo il legame fra l'astrazione vocale di Josquin, che tale non è per distacco emotivo bensì per il rifrangersi dell'idea in una polifonia senza identificarsi in una voce, e la retorica degli affetti di Colonna, legame sancito nella comune dottrina contrappuntistica e nelle sue divagazioni e declinazioni.

È una serata che esige un ascolto concentratissimo, ma non è difficile concederlo, sia per la qualità dei brani, sia per gli accostamenti stimolanti, sia per la partecipazione di tutti gli interpreti, quintetto vocale e strumenti che all'accuratezza tecnica sanno accompagnare un bel senso della parola e del sentimento poetico di ogni pagina.

Caldi applausi e un bis: la scuola bolognese continua a non dimenticare le sue radici e i suoi legami diramati nel tempo e nello spazio.


 

 

 
 
 

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