L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Giulio Cesare post-moderno

 di Stefano Ceccarelli

Il Teatro dell’Opera di Roma riporta in scena uno dei capolavori di Georg Friedrich Händel, Giulio Cesare in Egitto. L’orchestra romana è diretta da Rinaldo Alessandrini, la regia è affidata a Damiano Michieletto; fra gli interpreti vanno menzionati: Raffaele Pe (Giulio Cesare), Mary Bevan (Cleopatra), Arye Nussbaum Cohen (Sesto Pompeo), Sara Mingardo (Cornelia) e Carlo Vistoli (Tolomeo).

ROMA, 21 ottobre 2023 – Il repertorio barocco è oggi forse la vera miniera di diamanti della musicologia. Molti vi si avventurano, spesso avendo poche coordinate chiare, alla ricerca di perle rare, che possano risultare appetibili per il pubblico odierno, sempre più sedotto da questo repertorio. In tutta Europa si diffondono concerti e rappresentazioni di opere barocche, che vogliono costituire un nuovo terreno per attrarre un pubblico incuriosito, le cui orecchie, però, sono del tutto vergini rispetto a questo tipo di repertorio. Ciò concede una certa libertà agli interpreti, dai direttori ai cantanti agli strumentisti: la fantasia, in tal senso, corre, sovente senza tener presente un binario, una strada condivisa. I risultati, inevitabilmente, sono di diseguale valore ed il pubblico, nella maggior parte dei casi, non si rende conto dell’effettiva qualità del prodotto cui sta assistendo. Ma questo accade anche per opere che, in realtà, hanno un lungo corso. È doveroso premettere questa riflessione generale alla produzione del Giulio Cesare in Egitto che chiude la stagione 2022/2023 del Costanzi. In generale, non si può nascondere una certa gioia per la ripresa di un titolo che mancava in cartellone, a Roma, dal secolo scorso (1998); un’opera, peraltro, il Giulio Cesare, che non può certo dirsi sconosciuta al grande pubblico, essendo una delle più rappresentate di Händel, oltre che delle più riuscite. C’è però un caveat doveroso da precisare: qual è l’equilibrio che si deve mantenere davanti ad un certo repertorio, per ragioni storiche meno conosciuto rispetto all’opera romantica? Vale a dire: quanto si può osare, nel manipolare una partitura certo gargantuesca come il Giulio Cesare per presentarla ad un pubblico contemporaneo esaltandone le virtù e smussandone gli elementi che potrebbero risultare, ad un’estetica contemporanea, più indigesti? La risposta è semplice: dare fiducia al Giulio Cesare di Händel o rimaneggiare, anche pesantemente, una partitura, non solo musicalmente, ma anche drammaturgicamente, per allinearsi all’orizzonte di attesa di un pubblico contemporaneo.

L’operazione di Damiano Michieletto e Rinaldo Alessandrini vira decisamente verso la seconda strada, con tutta la problematicità intrinseca di una tale scelta. Il perno centrale di questa produzione è proprio la regia di Michieletto, la quale trae ispirazione da un verso dell’atto III, «Qui la celeste parca / non tronca ancor lo stame alla mia vita!», pronunciato da Cesare, per immaginare due piani distinti, che si intersecano continuamente: quello di una dimensione reale, bianca, neoclassica e neutra, nella quale si apre una breccia verso un piano oltremondano, altro, nero, abitato da divinità e anime defunte (le scene sono di Paolo Fantin). Questo Giulio Cesare, infatti, si apre con la controfigura del protagonista che tenta di muoversi avvolto da fili rossi, come una marionetta; tali fili arriveranno ad invadere il palco, nel II atto, e sono reificazione della metafora del filo delle Parche, le quali compaiono, fin dal principio, aggirandosi ieraticamente sul palco e conducendo le azioni degli uomini – Parche che, nel II atto, si trasformano in sorte di spiriti primigeni mascherati con teschi di animali. Se i personaggi romani sono riconoscibili da un vestiario piattamente borghese (in particolare, si nota il passaggio di Sesto da un completo ispirato ai giocatori di tennis della generazione di Rod Laver al classico completo blu), quelli egizi, invece, sono cromaticamente più marcati: a parte l’eccentrico abbigliamento di Tolomeo, che incarna la follia del potere, Cleopatra è un essere camaleontico, che risente della sua fama cinematografica e cambia d’abito e di parrucca a seconda del ruolo che vuole assumere in quel momento. Tutto questo è da Michieletto incardinato in alcune linee narrative che il regista intende sviluppare: l’evoluzione del personaggio di Sesto, connesso al tema delle ceneri e della morte fino alla compiuta vendetta su Tolomeo (uccisore di suo padre Pompeo); il carattere proteiforme di Cleopatra, che tenta di manovrare gli eventi a suo piacimento, cadendo, infine, anch’essa vittima del destino; destino, peraltro, che è costantemente rappresentato non solo dai fili rossi, ma anche dalla presenza di figuranti che incarnano i futuri congiurati di Cesare – l’opera non si chiude con la rappresentazione della gioia per la morte di Tolomeo ed il coronamento dell’amore fra Cesare e Cleopatra, come richiede il libretto, ma sull’inscenamento dell’assassinio di Cesare sotto la statua di Pompeo, personaggio muto presente fin dal principio. Insomma, Michieletto si concentra non tanto sul trionfo di Cesare in Egitto, ma sulla labilità dei suoi successi, tutti posti nella prospettiva della futura morte del condottiero. A prescindere dal giudizio estetico sul risultato di Michieletto, non si può negare una certa coerenza narrativa del tutto; è, però, forse il caso di notare che questa regia ha un po’ fagocitato il libretto originale di Haym/Bussani e che, al netto di qualche momento visivamente piacevole (la scena della seduzione di Cesare ad opera di Cleopatra, con i candelabri in scena, o lo spettacolare gioco dei fili rossi, raddoppiati dagli specchi, che invadono il palco nel II atto), Michieletto ha forzato molto la drammaturgia originale.

A dirigere le maestranze del Costanzi siede Rinaldo Alessandrini. Specialista monteverdiano, Alessandrini imprime un’agogica molto larga, che sacrifica momenti dove si sarebbe richiesto un polso più netto, vivido. Ciò anestetizza, in generale, una certa energia che Händel ha pure previsto in un’opera che, pur essendo in sostanza una serie di arie, vibra di una tensione dovuta allo scontro dei sentimenti dei personaggi – forse il vero nerbo dell’opera, anestetizzato, in questa produzione, da una certa superfetazione narrativa. Nel cast dei cantanti brillano poche voci. Il migliore è certamente Carlo Vistoli, che regala un Tolomeo esagerato, schizoide – come voluto da Michieletto. Vistoli è dotato di un timbro pastoso, terso, come pure di un’estensione invidiabile; ma il suo maggior talento risiede nel magnifico fraseggio, grazie al quale riesce a rendere magnificamente i sentimenti del personaggio – basti citare le due arie, «L’empio sleale indegno» e «Domerò la tua fierezza», la cui seconda, in particolare, vede Vistoli riuscire a coniugare eros e disprezzo nei riguardi della sorella Cleopatra. Il Giulio Cesare di Raffaele Pe non convince pienamente né sul piano interpretativo, né su quello vocale; i limiti di questo interprete, peraltro, sono emersi anche durante il recital con Cohen e Vistoli (https://www.apemusicale.it/joomla/it/recensioni/75-concerti-2023/14812-roma-concerto-cohen-pe-vistoli-alessandrini-20-10-2023). Raffaele Pe è dotato di un mezzo vocale contenuto a livello di volume; se pure il timbro, brunito e contraltile, risulta gradevole in qualche passaggio, il problema è nella resa generale di alcune arie che necessitano di una potenza vocale maggiore, come pure nella tecnica esecutiva dei passaggi di registro. Mi spiego meglio: Pe, per il mezzo vocale di cui è dotato, rende certamente meglio in arie in cui ha un’orchestra soffusa ad accompagnarlo, magari in cui può muoversi in passaggi legati nella sola tessitura centrale; i problemi esecutivi sorgono quando deve svettare in acuto, passare di registro e, soprattutto, quando deve ‘spingere’. Questi limiti si percepiscono tutti in apertura, all’esecuzione di «Empio, dirò, tu sei», un’ ‘aria di furia’ alla vista della testa mozzata di Pompeo; ma, pure, nei passaggi più virtuosistici della splendida «Va tacito e nascosto», ricca di salti (evocanti il metaforico cacciatore di cui parla il libretto); invece, in un’aria come «Aure deh per pietà» (dopo lo scampato annegamento), l’interprete mostra una certa qual musicalità ed una linea di canto apprezzabile. La Cleopatra di Mary Bevan è uno dei problemi di questa produzione. Sul lato prettamente recitativo, la Bevan vanta un’ottima presenza sul palco. Su quello vocale, invece, l’interprete mostra di non essere nel repertorio giusto: dotata di una voce esile, molto vibrata ma scarsa in armonici (con acuti talvolta duri e metallici), la Bevan si trova in oggettive difficoltà ad affrontare una scrittura pensata per una vocalità decisamente più spessa e solida. La celebre aria di seduzione «V’adoro, pupille», delicatissima, è scarsamente udibile dalla metà alta della platea; meglio nella drammatica «Se pietà di me non senti» e la struggente «Piangerò la sorte mia», pur con tutti i limiti già segnalati. Il ruolo di Sesto Pompeo è interpretato da Aryeh Nussbaum Cohen. La caratteristica che stupisce maggiormente è la floridezza armonica della voce, acuta, squillante, unita ad una potenza inusuale per la corda di un controtenore. Certamente, Cohen è un controtenore giovane, dagli ampi margini di miglioramento: uno sarà probabilmente un lavoro più minuzioso sulla dizione e sui tempi naturali del fraseggio, che miglioreranno, certamente, la resa delle frasi musicali. Se il punto di forza di Cohen, dunque, è lo squillo e la floridezza armonica della voce (si prenda ad esempio «Svegliatevi nel core» o «L’angue offeso mai non posa»), il suo vulnus è nel fraseggio (come si è notato in «Cara speme», dove la tenue melodia avrebbe necessitato di un fraseggio più colorato). Molto ben eseguito è il duetto finale del I atto, «Son nata/o a lagrimar», assieme a Sara Mingardo, la quale sostiene il ruolo di Cornelia. Mingardo ha voce pastosa, tecnica invidiabile e fraseggio impeccabile, però mostra, trovandosi nella fase matura della sua carriera, una voce poco potente, il che inficia l’efficacia della sua performance. Tutti i pregi, ma pure i limiti, sono evidenti nella patetica aria «Priva son d’ogni conforto». Il resto del cast è di buona qualità. L’Achilla di Rocco Cavalluzzi mostra voce ferma, stentorea, coniugata ad un’ottima recitazione. Il Nireno di Angelo Giordano, del pari, mostra voce tersa e ferma; Curio è interpretato da Patrizio La Placa.

Il pubblico, alla fine, applaude un’opera che, in generale, ha i connotati di un’occasione mancata sotto vari punti di vista, in primis l’autentica valorizzazione del Giulio Cesare in Egitto, che pur essendo in cartellone stabilmente da decenni, necessita – come tutto il repertorio barocco – di cure attente, nello spirito di far vibrare l’emotività degli spettatori con il prodotto autentico dell’arte händeliana e non con una sua post-modernizzazione, a tutti i costi.


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