L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

L’estasi in musica

  di Stefano Ceccarelli

Al debutto presso l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, Markus Stenz dirige un concerto applauditissimo. Nel primo tempo si esegue l’amatissimo Concerto per pianoforte e orchestra n. 3 in re minore op. 30 di Sergej Rachmaninoff, solista Andreï Korobeinikov, la cui performance è il momento più applaudito della soirée . Nel secondo, vengono eseguiti tre pezzi corali di Gabriel Fauré, Pavane per coro e orchestra op. 50 , Le Djinns op. 12 e Cantique de Jean Racine op. 11 , chiusi da Le poème de l’extase op. 54 di Aleksandr Skrjabin.

ROMA, 6 maggio 2023 – L’essere umano può certamente sperimentare vari tipi di estasi: una è quella musicale ed il concerto di questa sera ne ha dato un esempio. Al debutto nel cartellone dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, Markus Stenz presenta un programma affascinante e ben equilibrato, che culmina proprio nell’estasi proposta da Skrjabin.

Il primo tempo è interamente dedicato al Terzo concerto per pianoforte di Rachmaninoff, uno dei pezzi più amati della letteratura pianistica. Solista è Andreï Korobeinikov, anche lui al debutto presso l’Accademia. L’intesa fra i due, direttore e pianista, è ottimale: l’orchestra suona divinamente e ben si amalgama con il solista, che ha una sensibilità soffusa, atmosferica. Non si può certo dire che Korobeinikov non sia un virtuoso, anzi, ma appartiene a quella schiera di pianisti che amano toccare gentilmente, carezzare soffusamente il pianoforte; un pianismo, quello di Korobeinikov, che non risulta mai puramente esteriore, ma mira sempre a dare un senso alla lettura della frase. Indimenticabile, in tal senso, il fraseggio soffuso sul tema d’apertura dell’ Allegro ma non troppo , del cui movimento, nel corso dello sviluppo, affronta i virtuosismi, i passaggi più spediti, i salti, le scale, con impressionante naturalezza e controllo volumetrico, ricercando colori tenui, chiaroscurali: esempio fulgido ne è la cadenza, dove l’interprete si abbandona anche a un virtuosismo percussivo, ma sempre con moderazione. I temi del movimento sono letti con estrema delicatezza. Da par suo, Stenz permette all’orchestra di colorare i passaggi del pianoforte e imprimere un’agogica atta a far ‘cantare’ il solista: l’effetto è, a tratti, sbalorditivo. Le atmosfere malinconiche, soffuse dell’ Adagio , impareggiabilmente espresse dall’attacco orchestrale, cui Stenz dona particolare cura, allargando e facendo quasi lacrimare gli archi, ben si adattano al naturale carattere artistico di Korobeinikov: il fraseggiare del pianoforte, all’inizio, è perlaceo, soffuso, e solo con l’andare dello sviluppo si fa più corposo, quando la scrittura orchestrale ed il movimento volgono verso un puro espressionismo. Il movimento confluisce, con passaggi veloci, toccati, nel Finale , dove Korobeinikov dà saggio anche delle sue abilità percussive, scivolando felino nei rutilanti passaggi della scrittura di Rachmaninoff. Il concerto è un successo e gli applausi, scroscianti, inducono l’interprete a ben tre bis (unico caso nelle tre serate): lo Studio , op 42, n 5 di Skrjabin, il celebre Preludio op. 23 n. 5 di Rachmaninoff e, infine, ancora Skrjabin, Studio op. 42 n. 4 .

Il secondo tempo si apre con l’esecuzione di tre pezzi corali di Gabriel Fauré. La scelta, quantomai equilibrata ed azzeccata, crea una stasi prima della purezza musicale del poema di Skrjabin e permette al pubblico, inoltre, di gustare un’esecuzione magistrale del Coro dell’Accademia e di godere di alcuni pezzi mai eseguiti presso questa istituzione. La direzione di Stenz è, ancora, sublime, volendo sottolineare le melodie senza slargale troppo, ma trovando sempre un gesto vigile, l’estasi dell’energia. Fin troppo celebre, quintessenza della malinconia, la Pavane op. 50 scorre come un delicato rivo d’acqua, commovente. Le Djinns op. 12 è un pezzo di bravura per il coro, che intona versi di Hugo in cui si narra della forza di demoni della tradizione araba preislamica: la musica si fa vibrante, fortemente evocativa. Infine, Cantique de Jean Racine op. 11 , ieratico, sacrale: il miglior preludio al Poème de l’extase op. 54 di Skrjabin, con cui si chiude la serata. La direzione di Stenz è tesa, evocativa, atta a cogliere ogni sfumatura di una partitura che si gonfia e si sgonfia, in continui respiri; di una partitura che presenta una notevole varietà di temi, di momenti, di istanti, che vogliono suggerire proprio l’estasi. Stenz tiene vivo il gioco dei volumi, con cui dà tridimensionalità ad una partitura che, se banalmente diretta, rischierebbe di ingrigirsi. In particolare, Stenz sottolinea le giunture tensive dell’orchestra, quando le dissonanze si fanno irte, per poi sciogliersi in paradisi di stasi, in puro stile decadente. In più punti, l’orchestra sale a vertigini inaudite, per volume e compattezza, come nell’accordo finale di do maggiore, che lascia tutti stupiti, pronti ad applaudire.


 

 

 
 
 

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