L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Un pianista di un altro tempo

 di Stefano Ceccarelli

Il pianista Grigory Sokolov torna all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia con un recital di trascinante successo: Johann Sebastian Bach, Quattro duetti BWV 802-805 e la Partita n. 2 in do minore BWV 826; Fryderyk Chopin, Quattro mazurche op. 30 e op. 50 e le Waldszenen op. 82 di Robert Schumann sono il programma che presenta, quest’anno, a Roma.

ROMA, 25 marzo 2024 – Saranno stati più di trenta i minuti di applausi che hanno chiuso, gloriosamente, il concerto di Grigory Sokolov, che torna trionfale nei cartelloni dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Pianista di un altro tempo, Sokolov porta con sé l’eleganza di certa scuola russa del XX secolo: rigorosa, precisa, eppure eterea.

Il concerto inizia con Michele dall’Ongaro che, doverosamente, sale sul palco per ricordare la scomparsa di Maurizio Pollini, cui il concerto è, naturalmente, dedicato. Pollini, che negli ultimi mesi della sua vita è stato costretto ad annullare i suoi impegni, ivi compreso un recital proprio all’Accademia di Santa Cecilia, era profondamente legato a questa istituzione, cui ha donato splendide performance, che il pubblico romano ricorda con affetto.

Dopo il saluto istituzionale di dall’Ongaro, Grigory Sokolov incede sul palco con camminata svelta e timida, fino al pianoforte, attaccando i Quattro duetti di Bach. Tutto il primo tempo è monograficamente dedicato al grande compositore tedesco. Ogni esecuzione di Bach, si sa, accende sempre una vivace discussione: bisogna adattare la scrittura di Bach alle potenzialità espressive del pianoforte o renderla quanto più possibile vicina all’idea che abbiamo della sua sonorità originaria? Sokolov, da par suo, non sembra essere toccato dal problema. Il suo Bach è di un’impressionante pulizia, coniugata ad una sopraffina sgranatura del suono, il tutto sorretto da un’agogica millimetricamente regolare, ma tale da non scadere nella monotonia. Il pianoforte si inargenta di giochi timbrici quasi impercettibili, ove l’impressionante regolarità della lettura del russo restituisce la pienezza della musica di Bach, che si trova nell’articolazione delle frasi, nelle eteree melodie sorrette dal rigore del contrappunto. I Quattro duetti, «meravigliose algide sperimentazioni» (C. Di Lena, dal programma di sala), scorrono con l’austera grazia della bellezza dei pezzi bachiani. La Seconda Partita, invece, offre a Sokolov la possibilità di mostrare l’intera tavolozza cromatica della musica del tedesco: l’introduzione drammatica, scura, della Sinfonia, come pure l’acquatica velocità della Courante (eseguita con una perfezione impressionante, per sgranatura e uniformità di suono), la lirica Sarabande, ricca di trilli cristallini, o il finale Capriccio, più fantasioso, eclettico. Sokolov legge tutto come somma maestria: la limpidezza del suo Bach è tersa tanto quanto la tecnica dell’interprete.

Nel secondo tempo, Sokolov si misura con il repertorio romantico. Non a caso, ed in linea con un certo gusto etero, serafico del suo pianismo, sceglie pezzi intimi, spettacolari nel loro essere perle bozzettistiche. Le Mazurche op. 30 e 50 di Fryderyk Chopin, nella lettura del russo, diventano pagine eteree: l’agogica è lievemente rallentata (si pensi alla posatezza delle figure ritmiche, gentilmente cavalcanti, della mazurka n. 1 op. 30), anche nei momenti più spediti, a conferire un senso sospeso, quasi di tersa rêverie (in tal senso, magistrale è l’operazione compiuta nella n. 3 op. 30, dove il ritmo di polacca e la melodia militare vengono quasi trasfigurati nella leggerezza sonora). Il peso del suono si fa più denso, ma mai sanguigno: di questo magistrale equilibrio è paradigmatico esempio la mazurka n. 3 op. 50, di struttura insolitamente complessa e dai passaggi alternanti momenti di estasi a slanci più decisi. Il secondo tempo si chiude sulle Waldszenen di Schumann. Sokolov sceglie una lettura, anche in questo caso, intimistica, contenuta a livello volumetrico, ma si lascia andare (qui più che altrove, nel corso della serata) a slanci romantici più vividi, freschi, meno mediati da quell’atmosfera sospesa, serafica, che caratterizza il pianismo della sua maturità. Così, pezzi come Jäger auf der Lauer, con il suo cromatismo verticale (che rende il senso di eccitazione che prova un cacciatore prima di colpire la sua preda), e Jaglied, dal carattere festoso, da ballata, acquisiscono un peso sonoro che, probabilmente, è il più netto di tutta la performance del russo in questa serata. Ben in accordo con le atmosfere serafiche del pianismo maturo di Sokolov, Einsame Blumen, per un verso, e Verrufene Stelle, per un altro, si sposano perfettamente col sentire trasognato dell’interprete, che evoca, con la sua esecuzione, il dittico di tavolozze emotive opposte dei due pezzi: la dolcezza malinconica che suscita un prato in fiore, di contro al timore per un recesso misterioso, maledetto, del bosco. Sublime, a dir poco, la lettura del celebre Vogel als Prophet: gli acquatici passaggi della mano destra, che evocano misteriosi, simbolistici versi degli uccelli, sono eseguiti con un respiro irripetibile, che ne acuisce l’ambiguo mistero. Un calore franco promana da Herberge, come pure da Abschied, dove Sokolov indugia impercettibilmente nell’agogica, servendosi di minimi scarti di volume sonoro per librare il potenziale emotivo del brano.

Gli applausi invadono la sala, applausi che dureranno almeno una mezz’ora, in cui il pubblico non ‘concederà’ a Sokolov il diritto di rilassarsi dopo una straordinaria e impegnativa performance. Ben contento di continuare, Sokolov regala quella che, a tutti gli effetti, si profila come una coerente terza parte del suo concerto, imperniata su un’ordinata successione di pezzi barocchi alternati a brani di Chopin: si inizia con Les Sauvages di Rameau, poi ancora una mazurka (op. 63 n. 2) di Chopin, seguita da Tambourin sempre di Rameau, per poi ritornare a Chopin, ma i preludi (op. 28 n. 15 e n. 20), inframmezzati dalla Chaconne di Purcell.


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