L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Sette voci per un blockbuster

di Irina Sorokina

Valerij Gergiev in patria gode di poteri e privilegi speciali che gli consentono di proporre un'edizione sfarzosa del capolavoro di Meyerbeer, con un cast di sorprendente qualità, ma anche una cocnertazione che privilegia la forza sulle sfumature.

San Pietroburgo, 01 marzo 2024 - C’è qualcosa di incredibile nel trovarsi a teatro per vedere e ascoltare Les Huguenots, l’opera più celebre di Giacomo Meyerbeer, una volta vero oggetto di culto e oggi quasi caduta nell’oblio. Nella mente passano febbrilmente alcune cose, un ascolto della registrazione di quest’opera al Mosca, al Museo Teatrale A.A. Bakhrušin quando ancora erano in uso le bobine, una riduzione per canto e pianoforte, che pesa un accidente, comprata in un negozio di musica a due passi dal Bol’šoj che, tra varie cose, vendeva spartiti ingialliti editi nell’epoca degli zar, un ricordo della produzione di quest’opera alla Staatsoper Berlin, dieci anni fa, mai vista però. Chi sa perché non si è andati ad ascoltarla. E adesso, trovandoci per alcuni giorni a San Pietroburgo, si apprende che Les Huguenots sono in scena al Mariinskij-2 diretti da Valerij Gergiev e avere un biglietto non è un problema.

Appare come un capriccio del direttore artistico onnipotente del Mariinskij che è possibile soddisfare soltanto nella Federazione Russa, dove Valerij Gergiev da sempre gode di fama e privilegi speciali. Sfogliando gli annali, si apprende che una volta il capolavoro di Meyerbeer godette una certa popolarità non solo a Parigi dove nacque, ma anche nella capitale russa del Nord, com’era solito di chiamare San Pietroburgo. Furono i tempi degli zar, ma anche quando il Teatro Mariinskij dopo l’uccisione dell’importante funzionario del partito comunista Sergej Mironovič Kirov fu intitolato a lui, Les Huguenots continuavano a fare la loro apparizione nell’ex teatro imperiale.

Nella prima metà dell’Ottocento fama e influenza di Giacomo Meyerbeer, nato Jacob Beer, furono enormi: le sue opere si rappresentavano ovunque, a volte offuscando le creazioni di colleghi non meno valorosi. Ma la storia non fu clemente con il celebre compositore di origini tedesche che per decenni regnò all’Academie Royal de Musique di Parigi, più semplicemente chiamata Opéra: dopo la sua morte piano piano l'interesse verso le sue opere andava diminuendo anche a causa del “contributo” di Richard Wagner che nutriva odio per Meyerbeer, affiancato dai contemporanei russi. Nel ventesimo secolo arrivarono i nazisti e il loro sforzi per scacciare le opere di Meyerbeer dai cartelloni dei teatri raggiunsero lo scopo.

Le grandi voci, senza dubbio, soffrirono a causa di questo esilio; chi possiede o una volta possedeva una collezione di LP usciti nei paesi occidentali o nell’Unione Sovietica prima del digitale non può non riconoscere che le arie di Meyerbeer fornissero un’ottima occasione per soprani e mezzisoprani, tenori e baritoni di dimostrare tutta la loro bravura. Vennero seguiti dai cantanti del Novecento: come dimenticare l’interpretazione di Joan Sutherland quale Marguerite di Les Huguenots e di Nicolai Gedda nei tre personaggi tenorili più importanti del repertorio di Meyerbeer quali Raoul de Nangis (Les Huguenots), Jean de Leyden (Le prophéte), Vasco de Gama(L’Africaine)?

Le opere del berlinese ebbero successo anche nei teatri imperiali russi poi diventati sovietici e sopravvissero fino agli anni Trenta del Novecento, poi nulla, caddero in oblio. Al giorno d’oggi si nutrono alcuni dubbi legittimi del fatto di trovare dei cantanti in grado di affrontare il repertorio di Meyerbeer, ma la messa in scena recentissima di Les Huguenots al Teatro Mariinskij di San Pietroburgo fa passare questa paura.

Ci vogliono ben sette voci importanti per poter mettere in scena il blockbuster meyerbeeriano e al Teatro Mariinskij si sono trovate. Notiamo, tra parentesi, che Valery Gergiev ha messo la compagnia dell’opera da lui diretta a dura prova; a febbraio: passando davanti al teatro, si poteva vedere annunciate due prime, I Puritani di Bellini affiancato al grand opèra, il che significa che il cast praticamente non ha avuto un attimo di respiro dovendo affrontare due titoli molto impegnativi.

A questa produzione si è arrivati per gradi, a iniziare dall’estate 2022 quando si è avuta la possibilità di ascoltare qualche brano con l’accompagnamento del pianoforte. Nel febbraio del 2023 l’opera è stata presentata al pubblico pietroburghese in forma di concerto e, un anno dopo, gli amanti della lirica hanno potuto assistere all’esecuzione completa dell’opera al moderno Teatro Mariinskij-2. Per quanto riguarda la messa in scena, la direzione del teatro è andata sul sicuro optando per una squadra già conosciuta, capitanata dal regista Konstantin Balakin che ha collaborato con Gergiev in Die Meistersinger von Nürnberg la scorsa stagione dimostrando il proprio stile ben definito e non proprio originale. Questa produzione di Les Huguenots è di stampo tradizionale e di grande effetto visivo, quindi senza il rischio di essere criticata da una grande parte del pubblico. Lo spettacolo è “tranquillo”, senza eccessi tipici del teatro di regia, Balakin dimostra una buona capacità di gestire un’opera che prevede la partecipazione di masse di coristi e danzatori, di rendere le scene collettive piacevoli all’occhio di chi le guarda, essendo simili ai grandi quadri novecenteschi di soggetto storico che sembra siano la fonte d’ispirazione per la scenografa Elena Veršinina. La lunga durata dello spettacolo non è sufficiente per apprezzare drappeggi, elementi architettonici in stile gotico, fontane, fiori e tante altre cose. Questa grandiosa messa in scena sarebbe da vedere un paio di volte, una volta seduti in platea e un’altra in galleria: entrambe le opzioni garantiscono il coinvolgimento emotivo nella faccenda e sono un banchetto per gli occhi. Dalla platea l’opera appare in un certo senso simile ai grandi balletti di repertorio nati al Mariinskij come La fille du pharaon o La bella addormentata grazie alle formazioni o “figure” di masse abbigliate in modo splendido (non ci chiediamo quanto siano costati centinaia di costumi lussuosi firmati sempre Elena Veršinina) e dalla galleria si vede chiaramerte l'elemento principale della scenografia, un'enorme croce messa sul pavimento che crea condizioni favorevoli per la disposizione degli artisti del coro e delle comparse. E non dobbiamo dimenticare due ballabili di Edval'd Smirnov, indispensabili per il grand opèra, qui rigorosamente geometrici.

Potrebbe essere rimproverata di un eccessivo decorativismo, la messa in scena firmata Balakin e Veršinina con i begli effetti di luce di Irina Vtornikova, ma siamo sicuri che il lusso e la bellezza fanno sempre la breccia nei cuori del vasto pubblico e sono quasi indispensabili quando di mette in scena un capolavoro nello stile della grand opèra francese.

Abbagliati e trascinati da tutto questo lusso in scena, ci si dimentica quasi della presenza di un elemento onnipresente, una minacciosa gargouille che diventa sempre più grande da un atto all’altro e alla fine, raggiunte dimensioni enormi e con le ali allargate, viene messa sopra il palcoscenico come si constatasse il trionfo definitivo del male.

E ora i cantanti. Non solo il Mariinskij è riuscito a selezionare la compagnia per Les Huguenots, ma è stato in grado di preparare ben tre cast per tre prime rappresentazioni, il 29 febbraio, il 1 e il 2 marzo. C’è stata la possibilità di vedere e ascoltare al Mariinskij-2, il teatro moderno sorto a fianco dell’edificio storico e diviso da esso da un canale tipico per San Pietroburgo, la seconda recita con il cast di alto livello.

Ajgul Khismatullina dà la voce a Marguerite de Valois, è un soprano lirico leggero pulitissimo e cristallino in possesso di una tecnica vertiginosa, quasi circense che lascia a bocca aperta e dona tanti momenti di gioia a chi l’ascolta. Maria Bajankina nella parte di Valentina sfoggia una bella qualità di soprano lirico spinto sufficientemente forte e morbida e una spiccata musicalità. Riesce a domare la difficile vocalità meyerbeeriana con legato incantevole e chiaroscuri raffinati e trova un buon equilibrio tra il lato lirico e quello tragico della sua eroina. Il conte de Saint Bris è affidato a Andrej Serov e al suo fascino di “cattivo”, implacabile, impietoso e dalla voce di basso importante, capace di produrre un effetto quasi spaventoso. Grigorij Černetsov nel ruolo del nobile conte di Nevers è una delle star più brillanti del cast della seconda recita, baritono dal timbro nobile e dai modi aristocratici, figura benissimo in scena, desta simpatia e affascina con il cantabile e dalla pronuncia espessiva. Qualsiasi nome portasse l’interprete del ruolo di Raoul de Nangis, il suo ingresso si aspetta con un mix di emozione e dubbio: ce la farà il tenore ad impadronirsi dello stile difficile di Meyerbeer che unisce il belcanto romantico con l’opera francese? Sergej Skorokhodov lo può fare e riesce a conquistare i cuori dei melomani. Grazie al carisma personale è credibile come eroe romantico, mentre la sua bella voce deve ancora risolvere qualche problema nel registro acuto. Oleg Syčev, la vera star della seconda recita dell'opera, domina il palcoscenico dalla sua prima apparizione; Marcel, il vecchio servo di Raoul, un ugonotto scatenato senza macchia e senza paura, letteralmente butta a terra il pubblico appena apre la bocca. Non capita spesso di ascoltare una voce così enorme che fa venire in mente qualche nome dei leggendari bassi russi del primo Novecento. Con i suoi “Pif paf” produce un vero effetto di sparo, e unisce macabra comicità con autentico senso drammatico ottenendo una reazione entusiasta del pubblico. Il grazioso paggio della regina, Urbain, ha il volto di Irina Šiškova, un mezzosoprano da bel timbro, una buona tecnica e dalla presenza scenica simpatica. Appare sicura e spigliata e la sua cavatina raccoglie dei begli applausi. Fanno parte del grande cast gli interpreti dei ruoli dei nobili cattolici: Stepan Zavališin, Dmitrij Grigor'ev, Oleg Losev, Ivan Novoselov, Aleksandr Gerasimov, Anton Perminov; accanto a loro due dame di corte, Elena Gorlo e Varvara Solov'eva, due fanciulle cattoliche, Margarita Ivanova e Anastasia Lamanova, Bois-Rosè, un soldato ugonotto, Artem Melikhov, tutti i cantanti, tranne uno, già premiati in concorsi di canto internazionali.

L’artefice di tutto questo, il direttore artistico dei teatri Mariinskij di San Pietroburgo e Bol'šoj di Mosca guida l’orchestra con una grandissima energia che lo distingue da sempre e col suo gesto personalissimo, le sonorità che vuole ottenere sono decisamente grandiose, massicce, sanno dell’acciaio e del fuoco. Col tempo si spera di sentire più sfumature e più trasparenze. Inestimabile il contributo del coro del Mariinskij diretto da Konstantin Rylov.

Alla fine, una domanda. Cosa significa l’apparizione de Les Huguenots nel repertorio del Mariinskij, soprattutto subito dopo I Puritani? Prima un’opera del belcanto romantico italiano, dopo un’altra, nello stile romantico francese, ugualmente impegnativo. Possiamo supporre che il maestro con l’iper energia che gli è consona voglia arricchire il repertorio del teatro, un motivo valido, ma porre iun obiettivo davvero difficile agli artisti che devono dimostrarsi versatili e sempre pronti alla sfida. Se il duo I Puritani – Les Huguenots è una sfida, non ci rimane che riconoscere la vittoria dei complessi artistici del Teatro Mariinskij.


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