L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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I soliti sospir!

 di Antonino Trotta

Ancora un titolo del grande repertorio nel cartellone del Teatro Alla Scala: L’elisir d’amore di Donizetti si affida a due protagonisti del calibro di Rosa Feola e Vittorio Grigolo per far breccia nel cuore di un pubblico internazionale.

Milano, 4 ottobre 2019 – Avventurarsi nel territorio dell’opera buffa dopo che il Cigno l’aveva condotta ai suoi massimi livelli non doveva essere un gioco da ragazzi: se Donizetti ci riuscì è perché fece sì tesoro dell’esaustivo insegnamento di Rossini ma, al tempo stesso, seppe individuare nella componente idillica e romantica la chiave di volta di un complesso drammaturgico – di indiscutibile efficacia tant’è spontaneo e immediato il suo linguaggio – che potesse essere in grado di reggere il confronto con la produzione dell’inarrivabile predecessore. L’elisir d’amore – così come anche il Don Pasquale – racchiude proprio nel sapido contrasto tra circostanze grottesche e svenevoli, nell’involo melodico e riflessivo, nelle pagine di profonda introspezione intervallate da numeri brillanti e goderecci, la più felice intuizione del teatro comico donizettiano. Frizzi e lazzi, gag e smorfie sono allora, in una ricetta così sfiziosa, spezie da usare con parsimonia – eccetto nel farcire quella porchetta ancora viva che si aggira sul palcoscenico tra una scena e l’altra – allorquando non si voglia alterare la naturale squisitezza degli ingredienti, viepiù se il sapore dominante è quello agrodolce. Certo è che lo spettacolo curato da Grisha Asagaroff, se non giustificato, andrebbe un attimo contestualizzato per la funzione che esso svolge nell’attuale cartellone scaligero, ossia intermezzo tra un Verdi negletto e Strauss, Korngold e Musorgskij, una boccata di polvere in una stagione in fin dei conti di buon respiro. Questo allestimento poi è noto ai più e se per la lettura approfondita dell’Elisir si dovrà attendere la prossima occasione, ci si lascia intanto confortare dalle magnifiche scenografie di Tullio Pericoli che restituiscono il capolavoro donizettiano in una chiave delicatamente fiabesca che ha del potenziale inesplorato.

Una dimensione da favola non poteva dunque fare a meno di una protagonista da favola e tale è Rosa Feola nei panni di Adina: l’emissione è impeccabile, il legato e la coloratura spontanee; il fraseggio d’alta scuola appassiona per eleganza e colta musicalità. Nel giovane soprano ormai consacrato alle scene internazionali sono soprattutto il gusto per la misura, la grazia ora nel gesto ora nel porgere, a definire un personaggio che non cede mai alle lusinghe del patetismo melenso né strizza l’occhio all’esibizionismo goliardico, ma fa sfoggio di una femminilità irresistibile costruita con arguzia e seduzione, candore e risolutezza. Non è invece impeccabile Vittorio Grigolo – qui si arruffiana la scrittura più animata, lì forza qualche acuto –, tuttavia sarebbe anch’egli un Nemorino da favola se solo provasse a interpretare davvero Nemorino, rinunciando cioè a qual pizzico di divismo che alla fine pur lo caratterizza e impone lui, tra vezzi, sospiri e lagrime non tanto furtive, degli irrinunciabili eccessi nel fraseggio quand’anche sfumato e plastico. Da favola è però il materiale vocale e la tenuta della scena, ancorché subordinata ai suddetti eccessi, tradisce un certo magnetismo che sarebbe disonesto non riconoscere. C’è poi Massimo Cavalletti, dallo strumento tanto statuario quanto impacciato nel canto di agilità, che non proporrà un Belcore da manuale ma in fin dei conti assolutamente convincente. Ambrogio Maestri colma invece una certa stanchezza vocale con la solita e solida verve teatrale. Chiude il quintetto Francesca Pia Vitale, Giannetta di ottima fattura.

Quanto alla concertazione di Michele Gamba, in merito al meno lussuoso Elisir torinese si scriveva un anno fa su queste colonne: «la severa tenuta del tessuto ritmico, infatti, lascia spesso poco respiro a una cantabilità sfacciatamente sentimentale e talora compromette il rapporto con il palcoscenico. Nella serrata articolazione agogica comunque Gamba non perde di vista l’intarsio strumentale e l’equilibrio tra le sezioni, principali punti di forza dell’intera concertazione». Oggi si rinnovano esattamente le stesse impressioni, stressando magari l’osservazione sulla tormentata relazione buca palcoscenico giacché, nelle recite milanesi, Gamba il coro se l’è perso più di una volta.

Insomma, tutto nell’ordinario. Come il successo, facile e assicurato.

Foto Brescia Amisano. Nelle immagini d'insieme Nemorino è René Barbera