Una nuova musica con centotrenta anni
Robert Treviño ritorna alla guida dell’Orchestra Sinfonica Nazionale con una Nona sinfonia di Anton Bruckner alla quale, in aggiunta ai tre movimenti ultimati dall’autore, è aggiunto anche il finale ricostruito
TORINO, 29/10/2026 - Dopo l’inaugurazione la scorsa settimana con la Sesta di Mahler, anche il secondo appuntamento della stagione dell’Orchestra Sinfonica Nazionale propone un unico, corposo pezzo in programma. Questa volta a salire sul podio di via Rossini è Robert Treviño, presenza sempre gradita al pubblico torinese, con la monumentale Sinfonia n. 9 in re minore di Anton Bruckner.
C’è in verità una ragione ulteriore e particolare per definire, in questa occasione più che mai, con tale aggettivo la sinfonia, ed è, senza nulla togliere al richiamo di un bravo e dotato direttore come il maestro texano, il principale motivo di interesse della serata: l’esecuzione per la prima volta nel nostro paese, dopo i tre movimenti completati dall’autore al cui ascolto siamo abituati, del finale ricostruito ad opera di un’équipe di studiosi che, agli italiani Nicola Samale e Giuseppe Mazzuca, ha affiancato John A. Phillips e Benjamin-Gunnar Cohrs.
Sul punto occorre precisare che, sebbene l’impresa del quartetto di studiosi sia stata tutt’altro che facile e abbia richiesto molti anni di intenso lavoro, non si è trattato di inventare né di riempire nulla (come invece, ad esempio, è avvenuto per la Decima di Mahler, con Deryck Cooke che dovette provvedere soprattutto all’orchestrazione), ma semmai di compiere una selezione tra l’enorme mole di schizzi e di pagine, in massima parte già strumentate, che Bruckner lasciò nel 1896 sul letto di morte senza riuscire a ordinare lui stesso un testo musicale praticamente completo quando non ridondante. Di primo acchito non si avverte una cesura né stilistica né poetica con i movimenti precedenti: tutto suona molto bruckneriano. Chiaramente, per esprimere un giudizio preciso sulla fedeltà filologica sarebbe necessario esaminare sia la partitura finale sia il materiale di partenza, che non è nostro compito fare ora, ma il risultato pare davvero buono e convincente.
Vi sono tratti talvolta sorprendenti. Dopo l’esposizione dei temi si ascolta in almeno un paio di punti cruciali una citazione quasi letterale, per intervalli e armonia, delle battute dell’inizio dello sviluppo del primo tempo della Nona di Beethoven. Se il compositore avesse pensato il passaggio in questo modo, si potrebbe aprire un universo di riflessioni sui rapporti sotterranei, cercati oppure involontari, tra due sommi testamenti spirituali. Altrimenti vanno riconosciuti a Samale & C. un ingegno e un’inventiva di alto livello. Resta il fatto, ineluttabile, di capire quanto Bruckner sia presente in questo Bruckner, quanti dei tormenti e delle psicosi dell’uomo si siano trasmessi tramite la mano altrui al prodotto di una creatività artistica che rimane la più straordinaria sublimazione in musica, possibile solo grazie al genio, di pulsioni, paranoie e ossessioni terrene. Le facoltà combinatorie delle carte d’origine sono tante e qualsiasi ricostruzione compie un’arbitrarietà che la mente dell’artista avrebbe con ogni probabilità pensato in maniera differente.
Robert Treviño non è forse il più bruckneriano dei direttori oggi in circolazione, eppure ottiene dall’Osn Rai un’ottima performance di una partitura assai ostica dove, in maggior misura che nelle opere precedenti dell’autore, e in particolare nel tempo iniziale (indicato ‘Solenne’ e ‘Misterioso’), si sovrappongono piani sonori diversi che, in mancanza di una chiara visione da parte della bacchetta su quali di essi privilegiare di volta in volta, rischierebbero di ingenerare un senso di pesantezza e opacità nella resa timbrica.
Treviño ha il merito di esibire un suono compatto, mai sfibrato in rivoli privi di controllo, sia che si tratti di prolungare la tensione di un tremolo, sia che occorra riempire la sala con un accordo di tutta l’orchestra. L’alternanza fra il terrificante e marcato ritmo di danza (prodromo di visioni novecentesche) e la leggerezza delle divagazioni memori di sepolte gentilezze viennesi, con i legni torinesi fautori di una grandissima esecuzione, nostalgica e sottilmente inquietante a un tempo, è ben evidente nel rustico Scherzo, in seconda posizione. Anche nelle linee terse del colossale Adagio la mano di Treviño si sente, nel dosare con sapienza ed eleganza i calcolatissimi equilibri strumentali messi in campo dal compositore fino ad arrivare all’ascesi delle ultime battute, in grado di rievocare l’estasi dantesca del Paradiso ‘che solo amore e luce ha per confine’ e che, praticamente da sempre, si era abituati a considerare il commovente commiato dalla vita e dall’opera di Anton Bruckner.
Il finale col suo trionfalismo affermativo scompiglia le carte. Dal podio si insiste sui toni più brillanti di una scrittura impetuosa, con grande sfoggio degli ottoni e, tra gli applausi di un pubblico non troppo numeroso ma senza dubbio attento, si ha l’impressione, un po’ strana, di avere assistito alla première di un monumento del sinfonismo occidentale centrotrenta anni dopo la sua nascita, non avvenuta all’epoca per intero. Torna alla mente Guido Gozzano, la Cocotte de I colloqui: ‘Non amo che le rose/che non colsi. Non amo che le cose/che potevano essere e non sono state…’. Qui, per una volta, il poeta le rose le ha colte eccome.
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