L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

I diversamente romantici

di Alberto Ponti

In tre celebrate pagine, sfilano davanti a noi l’alfa e l’omega dell’Ottocento germanico con la direzione di Robert Treviño e il violino solista di Sergey Khachatryan

TORINO; 7 maggio 2026 - Un programma all’insegna del grande repertorio austro-tedesco caratterizza l’ultima apparizione per questa stagione di Robert Treviño sul podio dell’Orchestra Sinfonica Nazionale. L’impostazione (ouverture, concerto solistico, sinfonia/poema sinfonico) è dunque assai tradizionale, ma non per questo priva di insidie.

Ci se ne accorge subito con l’ouverture da Der Freischütz di Carl Maria von Weber dove, con il timbro ancora ‘a freddo’, l’ingresso nell’Adagio introduttivo del quartetto di corni nella melodia che dipinge il richiamo dei cacciatori non è esente da qualche sbavatura, peraltro riscattata da un’intonazione eccellente e rotonda nel successivo Allegro vivace con il direttore che, a fronte di una scrittura brillante che raggiunge talvolta, per il primo Ottocento, punte di virtuosismo, mantiene una mano controllata e misurata, privilegiando la pulizia e la precisione degli attacchi, il bilanciamento in termini di peso sonoro tra archi e fiati, lasciando di lato la spettacolarizzazione del selvaggio e del soprannaturale, che pure potrebbe essere una chiave di lettura del pezzo, e facendo in sintesi di questo Weber più che un precursore di Wagner (con cui i punti di contatto rimangono innegabili) un continuatore di Mozart.

Nel successivo Concerto per violino n. 1 in sol minore op. 26, composto da Max Bruch tra il 1864 e il 1866 e diventato di gran lunga l’opera più celebre dell’autore, che meriterebbe senza dubbio maggior fortuna anche per il resto della sua ampia produzione, l’approccio di Treviño diventa addirittura quasi cameristico, con una compagine di archi che viene ulteriormente sfoltita (i contrabbassi passano da sei a quattro e così via in proporzione le restanti parti) rispetto alla già non immensa orchestra di Weber. L’accompagnamento sinfonico, che nel primo e terzo movimento raggiunge punte di vera enfasi in un discorso all’insegna di un romanticismo al calor bianco, sotto una guida attenta che all’occasione lascia le briglie sciolte a un’orchestra che dà prova di un elastico rigore, pare fatto apposta per far brillare la stella del solista Sergey Khachatryan. L’affermato violinista armeno non è nuovo ai palcoscenici torinesi e il concerto di Bruch ne mette in risalto una volta ancora la tecnica eccezionale, il suono di irresistibile fascino, la precisione e sensibilità della cavata nei confronti di un incedere sempre vario ed originale, dapprima rapsodico nel Preludio e poi intriso di simmetrie più tradizionali nell’Adagio e nell’Allegro energico finale, votato all’espressività piuttosto che al virtuosismo.

La forma inconsueta, in particolare del movimento iniziale, unite alla felicissima invenzione melodica del tempo lento e in generale alla freschezza delle idee di tutto il lavoro dovettero apparire all’epoca della prima esecuzione del 1866 come una ventata di novità in un panorama che, dai tempi del concerto di Mendelssohn di oltre un ventennio precedente, non vedeva l’apparizione di un concerto violinistico capace di far breccia nel cuore del grande pubblico, decretandone il duraturo successo fino ai nostri giorni.

Il fraseggio di Khachatryan è contraddistinto da una perfetta messa a fuoco di ogni frase, da un’intonazione impeccabile, da un’incantata e amabile leggiadria nell’articolazione anche quando la parte solistica si espande in rapide doppie ottave, in repentine incursioni nel registro grave, in folate risolute verso le estreme regioni dell’acuto. Il controllo magistrale di timbro e dinamica, unito a una personalità che non teme di prendersi poetiche licenze rispetto al dettato della pagina scritta, sono la cifra prevalente della Sarabande dalla Partita n. 2 di Bach proposta come bis con un effetto di autentica sospensione del tempo.

Laddove Treviño ha occasione di mettere in luce appieno le sue capacità di concertatore è nel vasto poema sinfonico Pelleas und Melisande op. 5 di Arnold Schönberg, prova impressionante di un autore non ancora trentenne al momento della sua composizione (1902-03). intrisa degli estremi frutti del romanticismo che in Weber aveva trovato una prima prepotente realizzazione e in Bruch la quieta consacrazione.

Il linguaggio del brano, fortemente wagneriano e straussiano, presenta tuttavia forti elementi di novità novecentesca che paiono anticipare lo stile schönberghiano futuro. L’impasto di corno inglese, clarinetto basso, fagotto, controfagotto e archi bassi che si articola lungo le prime battute, leggibile senza dubbio in senso tonale nel rigore contrappuntistico di canto e controcanto, entra invece, nella secchezza inquieta dei propri accenti, nello spazio di regioni che appartengono già all’espressionismo.

L’interpretazione del direttore statunitense dipana al meglio l’intricata trama di motivi conduttori, ognuno dei quali è riferito a un personaggio del romanzo di Maurice Maeterlinck fonte di ispirazione per il pezzo, attraverso un gesto pulito, preciso e chirurgico che rende chiara la successione delle idee e dei loro sviluppi anche per chi non abbia una conoscenza approfondita della partitura, che prevede un organico tra i più ampi mai utilizzati e che il palcoscenico dell’auditorium RAI contiene senza tuttavia lasciare troppo spazio inoccupato.

L’orchestra risponde alle puntuali sollecitazioni del podio con un suono dovizioso e di costante bellezza, sia che si tratti di un mélange di poche ed essenziali armonie distillate in passaggi ridotti al fruscio di singoli strumenti, sia di fronte alle poderose esplosioni dell’intera compagine che riempiono lo spazio sonoro di una sensualità sfuggente e conturbante.

Applausi convinti a tutti i protagonisti della serata, da quelli tripudianti per Khachatryan a quelli entusiasti ma numericamente più sparuti dopo il Pelleas und Melisande.

Nel 2026 si può affermare senza timore di essere smentiti che Schönberg non susciti più paura né scandalo ed appaia alla stregua di un vero e proprio classico. Rimane il fatto che una parte non trascurabile degli astanti abbandona la sala al termine della prima parte, senza ascoltarne uno dei capolavori giovanili.


 

 

 
 
 

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