L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Il ritorno di Volodos

 di Stefano Ceccarelli

L’Accademia Nazionale di Santa Cecilia ospita il recital di Arcadi Volodos, che presenta un programma bipartito: alla Sonata in sol maggiore D 894, op. 78 di Franz Schubert seguono una selezione di Mazurche (op. 33, n. 4; op. 41, n. 2; op. 63, n. 2), il Preludio op. 45 e la Sonata n. 2 in si bemolle minore op. 35 di Fryderyk Chopin, senza contare ben cinque bis finali.

ROMA, 6 maggio 2026 – Se la memoria non m’inganna, un recital di Arcadi Volodos mancava nei programmi dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia da un decennio (leggi la recensione). Non stupisce, dunque, che il pubblico sia accorso numeroso per questo evento, che si è svolto nella più contenuta sala Sinopoli. Volodos, seduto sulla sua immancabile sedia, presenta un programma armoniosamente bipartito, un dittico: Franz Schubert e Fryderyk Chopin, due autori che, certamente, dialogano magnificamente fra loro.

Tutto il primo tempo è occupato dalla Sonata in sol maggiore D 894, op. 78 di Schubert. Fin dal I movimento (Molto moderato e cantabile) si nota una scelta intimistica, poco retorica, quasi immediata, volta a cogliere la bellezza del suono schubertiano: alcuni passaggi sono ragguardevoli, a cominciare dai misticheggianti, larghi accordi iniziali, fino al valzer, quasi spettrale nella sua resa traslucida. Volodos ricerca un fraseggio che tende a cogliere un senso di vago mistero. Le progressioni sono ottime e le verticalizzazioni (che arrivano a un fortissimo con tre fff) sono risolte, tutto sommato, con eleganza, senza eccesso. Nell’Andante (II) si nota, più nettamente, un tratto idiomatico del pianismo di Volodos: l’intensità, il peso, il piglio. Nei passaggi drammatici dello sviluppo si gode la fibra spessa del suo pianismo. Così, anche nel Minuetto (III) il pianista si sforza di conferire colore alla scrittura schubertiana, dosando sapientemente i volumi, nell’equilibrio della cura del peso sonoro quasi di ogni nota. Ne esce una resa in cui Volodos ha buon agio di trascolorare da passaggi più netti, appunto, a momenti talmente sospesi da sembrare evocazioni oniriche (si tratta del trio, i cui accordi trasportano in un’altra dimensione). L’effetto di nettezza sonora, qui, è dato dalla chiarissima sgranatura del suono, che coglie quegli echi quasi arcadici, inseriti da Schubert nel Minuetto. Il IV movimento, l’Allegretto finale, suona brillante, frutto di una mano sicura in grado di eseguire, con fresca pulizia sonora, lo «spensierato e amabile tema», perla dell’arte di Schubert. Il pubblico applaude sonoramente, mostrando già tutto il suo apprezzamento.

Il secondo tempo vede un florilegio di musiche chopiniane. Si inizia con tre delle migliori Mazurche di Chopin. Volodos trova nella Mazurca op. 33, n. 4 un polso più deciso, soprattutto nel fraseggiare lo sviluppo, giocando con l’altalenante ritmo, così tipico della scrittura del polacco – bello il primo tema, variato per peso e colore nella ripresa. Segue la Mazurca op. 41, n. 2, che si segnala, oltre che, ancora, per la chiarezza agogico/ritmica, anche per come Volodos spagina l’accenno di danza, con un effetto evanescente dovuto al parco, sensibile uso del pedale. Ultima, la Mazurca op. 63, n. 2, che Volodos rende con tersa e cantabile malinconia. Penultimo pezzo è il celebre Preludio in do diesis minore op. 45, eseguito dall’interprete con sensibilità, soprattutto nei passaggi maggiormente impressionistici: le frasi lussureggianti della scrittura chopiniana sono qui rese con morbidezza e, ancora, un effetto di evanescenza, il che concorre a rendere il Preludio op. 45 piacevolissimo. Con studiata Ringkomposition, il concerto si chiude (almeno da programma) con la Sonata n. 2 in si bemolle minore op. 35. L’attacco del I movimento (Grave. Doppio movimento) e la sua ripresa presentano un uso del rallentando molto personale, riequilibrato da accelerazioni e ‘compressioni’ di passaggi successivi. Ne esce un effetto vieppiù particolare, quasi inaspettato. L’intensità dell’esecuzione è ragguardevole. Il dolce tema che segue questa sezione è ben sviluppato in passaggi drammatici, in cui il peso sonoro non è mai violento, ma dinamico e ben dosato. Si noti che, rispetto a Schubert, nelle sezioni più virtuosistiche della Seconda Sonata di Chopin Volodos si slancia in velocità e virtuosismi, che nulla, però, tolgono al peso sonoro. Dunque, l’effetto è decisamente maggiore, qui, che in talune pagine schubertiane eseguite in precedenza. Molto intenso e riuscito anche lo Scherzo (II), in cui Volodos sente e trasmette l’atmosfera angosciosa, mortifera, acuita non solo dalla violenza trascinante dei passaggi, ma anche dal contrasto con un tema che si illumina come uno spiraglio in tanta angoscia. Il celeberrimo III movimento, la Marche funébre, risulta, con ogni probabilità, il momento migliore del concerto: la regolarità agogica perfetta, la nettezza dei colori della mano sinistra, l’insondabile incedere della destra, tutto evoca la morte. Il parossismo del passaggio centrale, monumentale, è scolpito con marmorea potenza. Volodos si permette di allargare la dolcezza, anch’essa, a suo modo, mortifera, della melodia che prelude al finale, largheggiando nell’agogica, ma senza sfibrare la tenuta ritmica – scultoreo questo finale, che invade la sala grazie alla pienezza del suono prodotto dall’interprete. Il Presto che suggella la Seconda Sonata riesce atmosferico, fulmineo, rapidissimo, non senza che Volodos ne ricavi quanta più angoscia possibile. Gli applausi coronano il talento del pianista, ma si sa, nei recital di Volodos vengono sempre annunciati due tempi, mai il ‘terzo’, a sorpresa. Non deludendo gli spettatori, Volodos inanella ben cinque bis: di Brahms, l’Intermezzo op. 117, n. 1, di Lyadov, il Preludio in si minore op. 11, n. 1, poi una magnifica, applauditissima esecuzione della virtuosistica parafrasi che Horowitz fece di alcune celebri pagine della Carmen di Bizet (Carmen Variations), cui seguono il Preludio op. 11, n. 1 di Scrjabin e il Lento (n. XXVIII) da Música Callada di Mompou. Direi che il pubblico non possa lamentarsi.

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