L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

A tutto Brahms

di Alberto Ponti

Il ritorno sul podio dell’OSN Rai del direttore texano Robert Treviño, sempre amato a Torino, avviene all’insegna di un programma dedicato per intero al compositore tedesco

TORINO, 12 marzo 2026 - Destino comune ai grandi è mostrare più volti. Non sfugge alla regola Johannes Brahms che, accanto all’indiscusso ruolo di illustre rappresentante del romanticismo tedesco per cui passava in vita come conservatore, può essere considerato, allo sguardo di noi moderni, inevitabilmente più dilatato sul fronte temporale e meno parziale rispetto a quello dei suoi contemporanei, un altrettanto importante innovatore. D’altronde ogni frutto artistico maturo porta in sé già il principio del suo superamento. Esemplare in questo senso è il Concerto per violino, violoncello e orchestra in la minore op. 102, datato 1887 e ultimo grande lavoro sinfonico dell’autore, eseguito dalla coppia formata da Itamar Zorman ed Enrico Dindo sotto la bacchetta di Robert Treviño in occasione del suo ritorno alla guida dell’Orchestra Sinfonica Nazionale dopo l’Ottava Sinfonia di Bruckner diretta lo scorso dicembre.

Il doppio concerto di Brahms è una pagina in apparenza tradizionale, nel solco dell’inconfondibile stile del compositore, ma reca molti elementi di novità a cominciare dalla lunga cadenza solistica dopo il perentorio inciso dell’Allegro iniziale per proseguire con una serie di elementi che si fanno strada man mano che ci si addentra nella partitura: dal differente trattamento dei due strumenti protagonisti, che conduce a mélanges di timbro e sovrapposizioni ritmiche arditissime, all’andamento rapsodico del conclusivo Vivace non troppo, insaporito dalla notevole incertezza armonica, oscillante da capo a fondo tra tonalità vicine ma diverse con il la minore dell’impianto a fare da cornice. Zorman e Dindo scalano la montagna nota dopo nota, instaurando un’intesa che alle prime battute pare un poco vacillante per la differente personalità degli interpreti, col violinista assai saltellante e con il respiro più corto rispetto all’ampia arcata narrativa imbastita dal violoncello, ma destinata a crescere con l’addentrarsi in un dialogo sempre più fitto e coinvolgente che si scioglie in un eloquio finalmente disinvolto nella ricapitolazione del primo movimento e nel capriccioso incedere del rondò, raggiungendo la vetta in termini di tensione e partecipazione emotiva nel breve Andante con moto centrale dal canto parallelo, reminiscenza della Sinfonia concertante K364 di Mozart. Il controllo dei tempi, nel loro continuo variare, e delle dinamiche, si arricchisce così della maggior scioltezza nell’articolazione di Zorman mentre Dindo, da par sua, sfodera un suono profondo, di velata sensualità e pienezza, esibendosi entrambi in un ulteriore pizzico di virtuosismo pungente nel Très vif (ancora in un la minore inteso in modo molto largo) della Sonata di Maurice Ravel proposta come bis dopo le chiamate in scena del pubblico.

Treviño, in un’opera dove all’orchestra sono comunque demandati muscolosi interventi in un gioco incalzante di rimandi con i solisti, non sta certo a guardare, innervando di sapido vigore il robusto impalcato brahmsiano. Nell’ambito della produzione del musicista amburghese, anche il Quartetto n. 1 in sol minore op. 25 per pianoforte e archi (1861) nella trascrizione compiuta da Arnold Schönberg nel 1937 pare fatto apposta per mettere in luce le qualità del maestro texano. Schönberg, le cui prime composizioni dell’ultimo decennio dell’Ottocento si muovono sulla linea degli estremi lasciti di Wagner e Brahms, ritorna nel pieno del periodo ‘americano’, dopo essersi stabilito a Los Angeles a metà degli anni Trenta, a uno dei suoi più amati pezzi del repertorio cameristico dandogli una nuova veste sinfonica, nella consapevolezza dei traguardi sonori del Novecento resi possibili dall’evoluzione della tecnica, senza però rinnegarne la natura originaria.

La magnifica partitura si snoda attraverso quattro tempi in cui ogni risorsa timbrica ed espressiva è sfruttata a fondo, dall’intenso Allegro di apertura fino al celebre Rondò alla zingarese passando attraverso il fiabesco Intermezzo e l’Andante con moto dal sapore eroico, in equilibrio tra suggestioni beethoveniane e paesaggio nordico. Il gesto energico di Treviño spreme a fondo un’orchestra alla quale chiede molto in ogni suo comparto, a cominciare dagli ottoni cui Schönberg affida rapidi e cruciali passaggi tutt’altro che scontati in termini di resa efficace. E se nei primi tre movimenti prevale una visione abbastanza monumentale e meditata in grado di far apprezzare al meglio l’abilità costruttiva dell’autore, nello scintillante finale ottiene un’eccellente performance sia dal punto di vista dell’elasticità agogica che da quello della bellezza e consistenza del suono, scatenando un’autentica ovazione appena un istante dopo il fulminante accordo con cui termina la travolgente corsa del Rondò.

Leggi anche

Torino, concerto Treviño/OSN, 04/12/2025

Ravello, concerto Treviño / SWR Symphonieorchester, 25/07/2025

Torino, concerto Hadelich/Robert Treviño/OSNRai, 21/03/2025

Roma, Concerto Treviño/Perianes / Santa Cecilia, 07/03/2025


 

 

 
 
 

Utilizziamo i cookie sul nostro sito Web. Alcuni di essi sono essenziali per il funzionamento del sito, mentre altri ci aiutano a migliorare questo sito e l'esperienza dell'utente (cookie di tracciamento). Puoi decidere tu stesso se consentire o meno i cookie. Ti preghiamo di notare che se li rifiuti, potresti non essere in grado di utilizzare tutte le funzionalità del sito.