L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Il genio? Non guarda in faccia nessuno

di Alberto Ponti

L’ex direttore ospite principale ritorna sul podio dell’Orchestra Sinfonica Nazionale con uno dei maggiori affreschi del repertorio ottocentesco

TORINO, 04/07/2025 - Che Anton Bruckner fosse un tipo problematico per i suoi contemporanei, non lo scopriamo oggi. Esiste una ricca aneddotica sul personaggio, spesso frutto di esagerazioni quando non di fantasie, ma il fatto stesso che siano fiorite così tante leggende, come spesso accade, attinge a un fondo di verità. Sappiamo per esempio che era un uomo di gusti e modi assai semplici, e questo non facilitava le cose nella raffinatissima Vienna di fine Ottocento. Nel programma di sala dell’Ottava Sinfonia eseguita dall’Orchestra Sinfonica Nazionale, Daniele Spini racconta che, dopo la prima del 18 dicembre 1892 diretta da Hans Richter, l’autore si precipitò a salutare Brahms, che se ne stava andando ‘imbronciatissimo’ insieme al critico Hanslick, dal quale l’opera sarebbe stata di lì a poco inesorabilmente stroncata. Il fatto è che Bruckner rimase per tutta la vita un provinciale un po’ ingenuo ed inguaribile, atteggiamento che finiva per creare fastidio in ambienti dove imperavano le regole non scritte della mondanità. Sono convinto che Brahms, al quale sotto sotto, nonostante la fama di uomo solitario che aveva alimentato per decenni, la mondanità non dispiaceva, fosse più disturbato dall’uomo Bruckner che dall’artista. Può un genio rimanere indifferente all’opera di un altro genio? Non credo. Magari non lo approverà del tutto, ma, anche a costo di non volerlo ammettere, tra sé ne intuirà la grandezza. Il genio avrebbe potuto albergare in un uomo più colto, in un conversatore più ricercato, in un esteta di maggiore eleganza, in un indagatore abile e sottile dei rapporti umani. Gli esempi all’epoca non sarebbero mancati. Tuttavia il genio, oltre ad essere una lunga pazienza, è come la morte, non guarda in faccia nessuno, e si manifestò in un musicista che era l’esatto opposto del coltivatore di virtù mondane.

Poco importa, pensiamo oggi forti del giudizio inesorabile della storia, che ha sepolto e dimenticato tante brillanti esistenze, elevando alle stelle il rustico Bruckner. Eppure, per chi si trova a vivere a fianco dell’artista sublime, il problema può essere complesso. Bernard Berenson, immerso negli studi sul Rinascimento toscano, nelle sue visite a Parigi frequentava gli stessi locali in cui avrebbe potuto incrociare il maturo Monet o il giovane Picasso, ma le loro esistenze scivolarono tra le vie della medesima città senza che si accendesse la scintilla della reciproca curiosità.

Una sincera curiosità animava invece il pubblico, né troppo numeroso né troppo esiguo, che giovedì 4 dicembre si è ritrovato sotto le volte dell’auditorium ‘Toscanini’ per ascoltare l’Ottava Sinfonia in do minore del maestro di Ansfelden sotto la bacchetta di Robert Treviño, nella versione del 1890 con la revisione di Leopold Nowak (quella, per intenderci, senza la coda trionfale del primo movimento, e con le tre arpe in orchestra).

La visione del direttore statunitense è, nel complesso, solida e ben lavorata nelle sonorità di una partitura che si pone come l’opera sinfonica più estesa ed ambiziosa di Bruckner e può creare, sulla distanza, oggettivi problemi di tenuta anche per un professionista di alto livello. Il suono ‘bruckneriano’ è d’altronde estremamente difficile da ottenere: richiede una vasta gamma di livelli espressivi e di ‘spessore’ del volume, soprattutto negli archi, e una morbidezza particolare negli ottoni, cui sono demandati sovente ampie frasi melodiche. Gli otto corni hanno un ruolo conduttore predominante e, di conseguenza, con un capovolgimento di prospettiva rispetto all’orchestrazione tradizionale, viene meno la loro funzione di collante tra legni e ottoni, affidata invece ai legni stessi, che hanno così un compito doppiamente ingrato: devono lavorare da capo a fondo in modo incessante ed hanno poche possibilità di balzare in primo piano. Ogni direttore la pensa a modo suo e, forse, l’esecuzione perfetta dell’Ottava non esiste. Lo sapeva Toscanini, che infatti se ne tenne sempre alla larga.

Treviño scandisce con vibrante espressione la frase iniziale dell’Allegro moderato, dà il giusto movimento agli altri due temi principali con un fraseggio variato, evitando il rischio dell’uniformità dilavata anche a fronte di una pulizia delle architetture, e conduce poco a poco al climax dello sviluppo, edificando una cattedrale sonora di alta intensità emotiva. Anche il vasto Scherzo risulta all’ascolto variato con sapienza nei timbri e nelle dinamiche, con l’ingresso delle arpe all’unisono nel Trio a produrre uno degli effetti più celestiali in cui ci sia capitato di imbatterci negli ultimi mesi di frequentazione di sale da concerto.

E che dire allora del vasto e ispirato Adagio, vertice della sinfonia e vera e propria summa della poetica bruckneriana? La lettura di Treviño è sobria, a tratti perfino asciutta considerando la grandiosa perorazione progressiva che conduce al duplice colpo di piatti che ne segna il culmine prima del lento estinguersi, del ritorno alla minima cellula degli archi, quasi interrogativa, con cui si era aperto il movimento. Un gesto apprezzabile e personale, nelle intenzioni e nei risultati scevro da ogni ridondante retorica fin de siècle.

Qualche inevitabile concessione alla magniloquenza e alla solennità non può venire meno nel finale, che altrimenti perderebbe parte della sua essenza, ma l’ex direttore ospite principale dell’OSN Rai conclude in sicurezza la navigazione nell’oceano dell’Ottava, riuscendo nel compito di sbrogliare l’intricata matassa contrappuntistica della scrittura che sovrappone le diverse idee tratte da tutti i movimenti dell’opera prima della perentoria chiusa.

Applausi scroscianti per la convincente risposta dell’orchestra, chiamata per seconda volta nel giro di poche settimane, dopo l’inaugurazione di stagione con la Terza di Mahler, ad affrontare uno dei capisaldi del sinfonismo tardoromantico.

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