Concordia discors
La Biennale porta alla Fenice, a mezzo secolo dalla prima e cent'anni dalla nascita dell'autore, Coro di Luciano Berio in versione coreografica. Un'occasione per riflettere sulle dimensioni e le declinazioni dell'ars musica, coralità in senso lato, e sul valore del tempo, soprattutto in una città oggi emblema di uno scontro fra splendore d'arte e potere decadente.
VENEZIA, 6 dicembre 2025 - Fra nemmeno due mesi saranno trent'anni esatti da quel 29 gennaio 1996 in cui La Fenice andò fisicamente in fumo per riaprire – con il motto di una ricostruzione “dov'era e com'era” – nel dicembre del 2003. Ancora oggi, gli ori dei fregi, i putti, gli sfondi rosati o azzurrini sanno di nuovo, squillando ricordano quanto sia breve il tempo trascorso rispetto alla storia del Teatro e come siano la storia stessa e le persone che la costruiscono a fare di quelle mura, di quei decori quel che sono. Quello, cioè, che durante la manifestazione del 10 novembre ha fatto esclamare a una giovane donna sulla porta di un negozio “Grazie: ci fate tornare orgogliosi della nostra città” (orgoglio che, peraltro, il sindaco e presidente della Fondazione ha dichiarato di non condividere sminuendo apertis verbis il valore della Fenice: il teatro è della comunità, non dell'autorità, che non sempre ne è degna).
Il simbolo della Fenice che si rinnova rimanendo sé stessa, del teatro che vive nella sua forma al di là della materia transeunte si sposa anche benissimo nella riproposta dell'opera di Luciano Berio oggi. Già nelle ore precedenti a Ca' Giustinian – sede della Biennale – il centenario congiunto di Berio e Boulez aveva animato una giornata di studi dai risvolti non solo accademici, ma anche contingenti, a proposito della figura del musicista come intellettuale attivo in un contesto culturale, sociale e politico. Nella serata, alla Fenice, torna in scena Coro e non pare illegittimo domandarsi quale sarà l'impatto, se la musica composta cinquant'anni fa non parrà invecchiata. No, non lo è, semmai è straniante, costringendoci a ripensare al concetto allargato di coralità che sta alla base della composizione, coinvolgendo non solo la dimensione immanente, l'intreccio di dimensioni orizzontale e verticale fra le voci e gli strumenti, ma anche linee trasversali fra lo spazio, il tempo, i generi. Anche là dove non si citi espressamente un modello, le strutture della musica popolare rendono familiari alcune sequenze così come elementi propri della tradizione colta occidentale, in costante dialogo con riferimenti extraeuropei, fra testi pure di origine popolare e altri letterari di Pablo Neruda.
Questo intreccio pulsante di piani attraverso uno spazio cartesiano, in un'idea “corale” di musica nel senso di plurale e multidimensionale, prende forma grazie a un'esecuzione di grande pregio, che affianca la duttilissima orchestra della Fenice (il Mozart della Clemenza di Tito è stato sui leggii fino a pochi giorni prima) al Coro della Cattedrale di Siena “Guido Chigi Saracini”, pure avvezzo al madrigale cinquecentesco come agli autori di oggi. Il risultato (sul podio Koen Kessels, maestro del coro Lorenzo Donati) esalta il nitore degli intarsi in ogni dimensione, l'esattezza dell'intonazione, una pasta densa o tersa, la cura del colore e delle dinamiche, delle inflessioni espressive, proprio in virtù delle competenze ed esperienze stilistiche di entrambe le compagini. L'unico limite è dato dal sacrificio della spazialità del suono prescritta da Berio per lasciare una fetta di palcoscenico alla coreografia di Wayne McGregor e ai danzatori della sua Company Wayne McGregor e del progetto Biennale College Danza Danzatori. La resa del rapporto stretto fra strumento e voce, nell'insieme e negli accostamenti solistici, risulta ovviamente attenuata nell'impatto acustico indietreggiando di fronte all'azione tersicorea, che rappresenta comunque un'ulteriore dimensione del discorso aperto da Berio, forse memore anche del fatto che nel teatro greco orchestra (ὀρχέομαι, orchéomai, danzare) fosse il nome dell'area in cui agiva il coro e si svolgevano le coreografie.
Il lavoro di McGregor, in prima assoluta per la Biennale, appare proprio come teso a dar forma fisica alla musica, in un moto perpetuo fra solo, coppia, piccoli gruppi e pieno assieme. Sono corpi neutri ma veri, atletici ma non stereotipati quelli che danno prova di grande consapevolezza tecnica nel reggere la tensione incessante di questi quasi sessanta minuti di Coro nello spazio luminoso tagliente, con tratti aggressivi, pensato da Theresa Baumgartner.
Proposta del cartellone di Biennale Danza, la coreografia la fa da padrona nell'impostazione anche fisica dello spettacolo, che tuttavia non potrebbe esser tale senza il nuovo/antico di una sala giovane e secolare come un fiume di Eraclito, senza la qualità fiorente di complessi blasonati non solo di nome, senza sollecitare il pubblico a decifrare codici diversi e metterli in relazione senza pregiudizi. Finché i potenti passano e questo resta, Venezia – e non solo Venezia – rimarrà ciò che è ed è stata.
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