L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Di tanti palpiti

 di Stefano Ceccarelli

Il Teatro dell’Opera di Roma riporta in scena il Tancredi di Gioachino Rossini. Sul podio, un ispirato Michele Mariotti; la regia, che non convince appieno, è firmata da Emma Dante. Una scommessa vinta è quella di affidare il ruolo del titolo a Carlo Vistoli, che lascia il pubblico stupito ed estasiato. Complessivamente buono il resto del cast: Antonino Siragusa (Argirio), Luca Tittoto (Orbazzano), Giuliana Gianfaldoni (Amenaide), Ekaterine Buachidze (Isaura), Maria Elena Pepi (Roggiero). 

ROMA, 26 maggio 2026 – Nel pieno della gloriosa Rossini Renaissance degli anni Settanta/Ottanta del secolo scorso, il Costanzi allestì il suo primo Tancredi (1977)con quella che rimane, ancora oggi, l’insuperata interprete di riferimento del titolo: una leggenda della lirica, Marylin Horne. Sicuramente fra il pubblico di questa ripresa del capolavoro rossiniano ci sarà stato qualcuno che ebbe la fortuna di assistervi e che, magari, non si sarà perso neanche l’ottimo Tancredi di oltre vent’anni fa (2004), quando Gelmetti diresse interpreti del calibro di Daniela Barcellona, Mariella Devia e Raúl Giménez. Era tempo, dunque, di riportare il titolo sul palcoscenico del Costanzi; del resto, il momento è propizio, soprattutto per la presenza, come direttore stabile, di un rossiniano di vaglia come Michele Mariotti, che è certamente uno dei motivi del successo di questa produzione. 

Non si può dire, invece, che la regia di Emma Dante rimarrà negli annali, per svariati motivi. L’idea di fondo, benché poco originale, è sicuramente azzeccata: il teatro dei pupi sta bene con un’opera ambientata all’alba dell’XI secolo in una Siracusa attanagliata dai saraceni. Il Tancredi rinverdisce le consuete trame del poema cavalleresco, che nel teatro dei pupi ha la sua controparte popolare, ancor oggi apprezzata. Lo spettacolo, dunque, colpisce essenzialmente sul piano estetico (scene di Carmine Maringola e costumi firmati dalla regista stessa e da Chicca Ruocco): su una cortina fissa che incornicia la scena, tipica di questa tradizione popolare, vengono alternati fondali dal gusto acceso, fauves, mediterraneo (l’Etna, una marina, un paesaggio di palme e fichi d’India), sui quali troviamo talvolta delle funi calate, a rappresentare le corde che reggono le marionette. Il tutto –  afferma Emma Dante nell’intervista rilasciata ad Anna Bandettini e acclusa al programma di sala – «è molto naïf, artigianale […] nella più fedele tradizione popolare dell’Opera dei Pupi». Elmi, costumi e pennacchi policromi colpiscono l’attenzione, anche grazie ad un sapientissimo uso delle luci (Luigi Biondi), calde e penetranti. Nelle premesse, dunque, lo spettacolo parte con ogni buon auspicio; eppure, nel corso della serata, se si esclude qualche trovata perlopiù episodica, la regia non decolla, affidata alle bravissime maestranze della compagnia della Dante, le quali costituiscono, almeno all’inizio, i pupi stessi, dove i cantanti sono i «manovratori […] in divisa nera, neutra, per tutti uguale, ognuno dietro il pupo-attore» (sempre parole della Dante). Insomma, una regia statica, che in diversi momenti riduce questo Tancredi praticamente ad un’opera in forma di concerto (si pensi, per gli esempi più eclatanti, al finale I, con i cantanti in fila al proscenio, o alla scena del carcere, nel II). Una staticità che, a lungo andare, annoia non poco lo spettatore, che trova sollievo giusto in qualche momento episodico, affidato proprio ai danzatori in forza della compagnia della regista: nel già citato finale I si mostrano come bambole di pezza, senza gli sgargianti costumi cavallereschi, messi a nudo nel loro essere pupazzi, mentre durante l’aria di Isaura delle comparse danzano sfoggiando manti variopinti, come fossero farfalle. Non si può negare, tuttavia, che la scelta registica essenziale, spoglia per il finale (tragico, quello della ‘versione di Ferrara’) colpisca lo spettatore: Amenaide sorregge teneramente Tancredi, che si spegne lentamente.

Proprio questo finale dà il la per commentare l’ottima performance di Michele Mariotti. Direttore rossiniano quant’altri mai, sensibilissimo alle partiture del pesarese, Mariotti debutta in Tancredi dimostrando, ancora una volta, che Rossini è il ‘suo’ compositore. Ogni pagina brilla di una freschezza, persino nuova, inedita in molti passaggi, giocando, letteralmente, con le pieghe più nascoste delle pagine di Rossini e scoprendone soluzioni timbriche e dinamiche di piacevolissimo effetto. L’agogica è piegata alle esigenze sceniche, tagliata sulle singole voci: Mariotti è un vero uomo di teatro, nel pieno senso della parola. L’orchestra lo segue quanto può, nel senso che l’impasto sonoro è buono, ma non eccelso. Il coro maschile stupisce per volume e precisione. Il cast è complessivamente buono, anche se gli esiti non sono uniformi. L’Argirio di Antonino Siragusa è di presenza, ma non sempre preciso e centrato. Il cantante, che festeggia nel 2026 il trentennale della sua carriera, superati i sessant’anni dà ancora prova di tempra e squillo, di un canto d’antan fatto di spinta, senza risparmiarsi, in un ruolo, peraltro, tutto in tessitura acuta, di ardua resa. Infatti, sono diversi i passaggi in cui la voce perde di volume, soprattutto nelle arie (particolarmente evidente è il caso della seconda, «Ah! Segnar invano io tento»); diverso è il caso dei recitativi, più incisivi, dove, tuttavia, non mancano, qua e là, asprezze e graffiature. Una scommessa certamente vinta è stata quella di affidare il ruolo del titolo al controtenore Carlo Vistoli, considerando che le incursioni dei controtenori in questo ruolo sono state episodiche e non scevre da critiche. Vistoli si muove, dunque, in un terreno sostanzialmente vergine e tale scelta, che ha lasciato interdetta una parte della critica (giacché il ruolo fu effettivamente scritto per un contralto già dal compositore), viene giustificata da Mariotti, nell’intervista, sul programma di sala, per l’augusta firma di Luca Della Libera, in maniera del tutto franca: «abbiamo deciso di chiamare Carlo Vistoli semplicemente perché è bravissimo, musicale, intelligente, ha classe e sa fare tutto ciò che gli viene richiesto». E Vistoli non delude le aspettative. Dotato di un mezzo vocale insolitamente generoso, voluminoso, idiomatico nel panorama controtenorile, il cantante ha un timbro limpido, terso, mai disincarnato, gentilmente vibrato, assai espressivo. Che la sua performance sarebbe stata memorabile il pubblico se ne rende conto fin dal si naturale con cui esordisce la sua cavatina: Vistoli mostra doti straordinarie, prolungando a perdifiato quella nota, con tanto di variazioni dinamiche. Il recitativo, poi, ne palesa le doti di fraseggiatore, fino all’aria vera e propria, e soprattutto al celebre moderato «Di tanti palpiti», in cui s’è apprezzato il legato, la limpida linea di canto, porta con assoluta naturalezza. Il resto della sua parte è interpretato con eguale perizia, come i duetti con Amenaide, nei quali la sua voce si armonizza così bene con quella della Gianfaldoni (colpisce, in particolare, l’unisono del primo, «L’aura che intorno spiri»), o il finale, struggente, a mezza voce, puro colore e fraseggio, sapientemente accompagnato da Mariotti. Giuliana Gianfaldoni proprio con questa produzione debutta al Costanzi. Interprete con un certo carisma scenico, dotata di voce luminosa e aggraziata, ma poco potente, la Gianfaldoni emerge poco nel I atto, migliorando nel corso della serata. È solo nel II che si fa notare, grazie alle sue due arie ‘del carcere’, ambedue calorosamente applaudite: soprattutto la seconda, «Giusto Dio che umile adoro», funambolica nella parte dell’Allegro, ne testimonia le doti di coloratura, con l’interprete che sfoggia note penetranti nella tessitura acuta e sovracuta (arrivando fino al do naturale). Sontuoso, vocalmente parlando, l’Orbazzano di Luca Tittoto, forse una voce persino troppo generosa per il ruolo. Ekaterine Buachidze spicca per squillo e linea di canto in Isaura, con una buona resa dell’aria «Tu che i miseri conforti». Anche il Roggiero di Maria Elena Pepi si ricorda per lo squillo, che gli consente di fraseggiare recitativi smaglianti, nonostante il taglio dell’aria «Torni alfine, ridente e bella».

In conclusione, questa ripresa del Tancredi di Rossini si lascia apprezzare per più ragioni, ma nessuna è superiore alla perizia rossiniana di Mariotti e, soprattutto, all’arte di Vistoli, che delinea un’interpretazione sublime del ruolo protagonistico, lasciando ai posteri una pietra di paragone per ogni controtenore che voglia tentare la medesima sfida.

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