L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Eroi e supereroi

 di Antonino Trotta

Tocca all’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai tagliare il nastro rosso nell’agone musicale torinese: serata iridescente grazie a James Conlon che eccelle nell’interpretazione della Quinta Sinfonia di Šostakóvič.

Torino, 12 ottobre 2019 – C’è modo e modo di essere eroi: alcuni non indietreggiano dinnanzi al pericolo e sacrificano la propria esistenza in nome della libertà; altri agiscono nell’ombra, osteggiano la tirannide e, anche quando con essa sembrano scendere a compromessi, non perdono l’occasione di denunciare, provare a riaccendere il senno nei sordi che ascoltano, commentare in filigrana quanto ad alta voce sarebbe invero messo a tacere.

Nel conte d'Agamonte, che mutuato dalla tragedia di Goethe risponde al primo genotipo e apre il concerto inaugurale della stagione 2019/2020 dell’Orchestra Sinfonia Nazionale della Rai, Beethoven coglie l’occasione «per manifestare in maniera compiuta il nobile idealismo eroico del suo animo, alimentato dalla lettura dei classici e dalla partecipazione appassionata agli eventi storici della sua età» (Mila). E di nobile eroismo si può parlare, per la solennità nel fraseggio che mai gonfia il petto o assume pose vanagloriose, anche in merito alla concertazione dell’Ouverture op. 84 che James Conlon costruisce alla guida dei magnifici complessi della Rai. Il percorso che dall’introduzione Sostenuto ma non troppo – tanto più intensa quanto più le pause si fanno assertive –conduce alla trionfale fanfare conclusiva appare ovunque perfettamente calibrato, ora sul piano della narrazione drammatica che esplode nel momento della lotta – Allegro centrale –, ora nel sottotesto psicologico che ivi sottende l’idea dell’autore e postilla il procedere dell’azione. È un brano che vuole omaggiare fin da subito il taglio beethoveniano della stagione – in cui, tra gli altri appuntamenti, gustosissimo si presenta all’orizzonte l’integrale dei concerti per pianoforte con Rudolf Buchbinder –, ma che nello slancio emotivo tempera il pubblico per accogliere gli strazianti bagliori della Quinta Sinfonia di Šostakóvič.

Certo, si tratta di un eroismo di tutt’altra pasta. Più lapidario di un’epigrafe e affilato almeno quanto la lama di un rasoio, Šostakóvič sottotitolò la sua sinfonia «risposta pratica di un compositore a una giusta critica», sorridendo sprezzante alle illazioni del regime staliniano che, accusandolo di “formalismo” – ossia ostilità al popolo sovietico –, aveva fatto in modo di far scomparire dalla circolazione capolavori che esaltavano la sua arte e che in quell’epoca erano messi sott’accusa come Lady Macbeth del distretto di Mcensk, il balletto L'onda limpida e la Quarta Sinfonia. Quanto sia una sublime presa per i fondelli, non è dato saperlo giacchè la musica di Šostakóvič sembra sempre imperscrutabile. Ciononostante Conlon s’inoltra con sangue freddo nei meandri tormentati del pensiero di Šostakóvič e della Quinta restituisce una lettura tumefatta nelle sonorità, livido nei timbri, spietata e violenta nel procedere grottesco dello Scherzo – Allegretto – e terribilmente espressiva nell’epicedio centrale – Largo –, falsamente trionfalistica nell’Allegro non troppo conclusivo, instradato verso un clima di sarcastica enfasi retorica. Del resto Šostakóvič stesso ammise all’amico Volkov che «il giubilo è forzato, è frutto di costrizione. È come se qualcuno ti picchiasse con un bastone e intanto ti ripetesse: "II tuo dovere è di giubilare, il tuo dovere è di giubilare" e tu ti rialzi con le ossa rotte, tremando, e riprendi a marciare, bofonchiando: "II nostro dovere è di giubilare"». Se è davvero così, Conlon ha reso perfettamente l’idea.

S’intuisce allora perché, tra questi due superuomini, il giovane ed esuberante Mendelssohn faccia un po’ la figura del bambino che interrompe un discorso tra adulti. Per carità, seppur sottratto alla sua culla cameristica, il concerto per violino, pianoforte e orchestra MWV O 4 rimane un’opera graziosa, graziosissima, che Conlon provvede a prendere in braccio per ergere a più elevata statura. In tal senso l’Allegro iniziale, dall’esposizione quasi beethoveniana, è straordinario per l’incisività e la prepotenza che egli sa conferire all’introduzione. Ma il concerto rimane di fondo una sonata per violino e pianoforte – il primo movimento condivide alcuni lineamenti con la Kreutzer – con una manciata di archi disseminati sulla partitura come Mikado su un tavolo e il gioco mostra il fianco nelle proporzioni tra solisti e orchestra – qui rimpolpata nelle file dall’aggiunta, operata in secondo momento dell’autore stesso, di fiati e timpani –, nonostante quest’ultima sia capace di accarezzare il suono e limitare al minimo, soprattutto negli interventi centrali, il duello sonoro. L’esecuzione è comunque di assoluto pregio, in primis per la presenza di una pianista del calibro di Mariangela Vacatello: tecnica, temperamento e stile le appartengono. Il tocco è lucente, il fraseggio sibillino e nell’Allegro molto conclusivo si ammira tutta l’arguzia dei folletti mendelssohniani che abiteranno poi gli scherzi di balletti e sinfonie. Di valore anche la prova di Roberto Ranfaldi, spalla dell’OSN e qui interprete dalla musicalità sensibile e dal legato pronunciato.

Applausi calorosi per tutti gli interpreti e sincere ovazioni dopo la Quinta per Conlon.

Il concerto era dedicato alla memoria di Beatrice. La redazione dell’Ape Musicale si unisce all’Orchestra Sinfonia Nazionale della Rai nell'abbracciare commossa il suo violino di spalla Alessandro Milani nel dolore per la perdita della figlia.

Foto: PiùLuce per Orchestra Rai


 

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