L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Dittico sotto le stelle

di Luigi Raso

Successo per Cavalleria rusticana e Pagliacci diretti a Salerno en plein air da Daniel Oren con la regia di Riccardo Canessa. 

Salerno, Parco urbano dell’Irno, 28.08.2021 - En plein air, in una climaticamente piacevole serata di fine estate nel Parco urbano dell’Irno a Salerno, il Teatro Municipale Giuseppe Verdi di Salerno propone il dittico verista Cavalleria rusticana e Pagliacci. I rigori del caldo estivo finalmente tendono a smussarsi, l’aria fresca della sera ci tiene piacevole compagnia, così come il sussurro dello scorrere del fiume Irno; siamo in una ex zona industriale ora riqualificata, con spazi destinati ad attività teatrali e ad attività ludiche per bambini e ragazzi. All’interno dell’area verde vi è il Teatro Antonio Ghirelli nei pressi del quale si rappresentano gli spettacoli estivi del Teatro Giuseppe Verdi di Salerno. Il palcoscenico, alquanto angusto, è ricavato ingegnosamente sfruttando i leggeri dislivelli presenti nell’area verde; l’orchestra, a differenza del solito, è posizionata dietro gli elementi scenici, i cantanti e il coro. Tuttavia, pur con queste difficoltà logistiche e nell’economia di mezzi scenici, le scene e i costumi di Alfredo Troisi riescono a rendere bene l’idea, per Cavalleria rusticana, di un paesino siciliano: un balcone, un arco, un portone ed è subito Sicilia pulsante di passioni, terra arcaica e mitica. I costumi, le immancabili coppole siciliane, gli scialli neri delle donne, il senso della morte inciso nella cultura siciliana rafforzano la precisione delle coordinate geografiche della scenografia. Per Pagliacci, invece, scene e costumi ci conducono in un paesino meridionale - quello dei fatti narrati in Pagliacci è Montalto Uffugo, in provincia di Cosenza - dell’Italia del Secondo dopoguerra: ce ne accorgiamo dalle locandine dei film del neorealismo italiano che campeggiano sulla quinta. Le facies dei poveri artisti girovaghi di Pagliacci, in effetti, ben si sposano con quelle dei tanti attori non professionisti che hanno contribuito a dar lustro alla più fulgida stagione cinematografica italiana (e non solo). E in più in Pagliacci non manca un doveroso omaggio a Enrico Caruso nell’anno del centenario della sua morte: durante la farsa, la scenografia è dominata da tre gigantografie di foto del grande tenore nei panni di Canio. Forse non tutti sanno che.. - si diceva un tempo - Enrico Caruso debuttò come Canio proprio al Teatro Municipale di Salerno (oggi, Teatro Verdi) nel 1896. La citazione scenografica è quindi quanto mai pertinente e opportuna.

Allestimenti, Cavalleria rusticana e Pagliacci, costruiti con pochi elementi decorativi, tanti bei costumi, ma che costituiscono un dittico godibile e interessante; uno spettacolo all’insegna della tradizione, come era da attendersi, nel quale però non mancano tuttavia idee accattivanti. Il merito della riuscita dello spettacolo, pur nell’esiguità di spazio e mezzi scenici, è da attribuire alla regia - per entrambe le opere - di Riccardo Canessa. Il regista napoletano, infatti, movimenta sapientemente lo spettacolo: inscena un’emozionante rappresentazione dei riti della Resurrezione in Cavalleria, con tanto di processione, Madonna Addolorata che si conclude con lo spalancare trionfale e improvviso dell’unico portone della scenografica da parte del Cristo Risorto. La prova che quando ci sono idee, le si realizzano anche con quel poco che passa il... palcoscenico! Ma ciò che colpisce è la tendenza della regia a imprimere movimento, a far recitare i cantanti, i due cori, quello degli adulti e quello dei bambini. In Cavalleria e Pagliacci ci si abbraccia, ci si bacia, si accenna a uno strascino tra Lola e Santuzza; in Pagliacci si recita con gestualità sempre appropriata, tanto nella vita reale dell’Atto I che nella farsa del II, laddove gli artisti girovaghi si muovono a mo’ di marionette. Il capolavoro di Leoncavallo, con il suo perenne oscillare tra farsa e tragedia e grazie alla verve teatrale dei cantanti, consente alla regia di imperniare lo spettacolo su un mulinello di azioni e gag, movimenti dei cori e dei mimi che fanno da contorno ai cantanti. E poi vi è la bella idea di riempire l’intermezzo orchestrale di Pagliacci con una sessione di trucco degli artisti: i mimi preprano gli uomini a diventare maschere, in un lento passaggio sonoro e drammaturgico.

Sul piano musicale, gli spettacoli si giovano della direzione attenta e calibrata di Daniel Oren. Al maestro israeliano, direttore musicale del Teatro Verdi di Salerno, si potrà recriminare di non osare – pur avendo tutte le carte in regola per farlo – ampliare significativamente il proprio repertorio, ma certamente di non averne una profonda conoscenza e padronanza, come pochi concertatori hanno. Può apparire pleonastico ribadirlo e sottolinearlo, ma la capacità di sostenere le esigenze del palcoscenico quanto quelle drammaturgiche da parte di Oren stupisce ad ogni ascolto, e in ogni contingenza di ascolto, anche in quella acusticamente problematica del Parco urbano dell’Irno.

Daniel Oren, coadiuvato dalla buona e affidabile Orchestra Filarmonica Giuseppe Verdi di Salerno, respira con i cantanti, indovina tutti i tempi, dà impeto e vigore quando occorre, stempera, cesella: insomma, è un concertatore che sa la virtù magica per far funzionare correttamente lo spettacolo operistico. Ciò potrà apparire una precondizione ovvia per ogni esercizio lirica, ma essa è, spesso e volentieri, tutto meno che scontata. I cori, sia quello degli adulti (diretto da Francesco Aliberti) sia quello di voci bianche (diretto da Silvana Noschese), si dimostrano puntuali, appassionati e dalla voce compatta e poderosa, tanto in Cavalleria quanto in Pagliacci.

I cast vocali presentano delle piacevoli sorprese e conferme.

Cominciando da Cavalleria rusticana, Ekaterina Semenchuk è una Santuzza coinvolgente, a proprio agio nella parte, efficace anche come attrice: è perfetta nel mettere in mostra il proprio tormento amoroso. Gonfia talora eccessivamente qualche nota grave, ma il risultato complessivo è del tutto convincente. La sua rivale in amore, Lola, è la bellissima, sensualissima e brava Martina Belli, la quale unisce all’indubbia ed evidente avvenenza della figura una linea di canto pulita, voce dal bel colore caldo e conturbante, tecnica eccellente e immedesimazione nel personaggio. Azer Zada è un Turiddu convincente per spessore e generosità vocale: le note ci sono tutte. Resta da affinare l’aspetto interpretativo: qualche sfumatura in più avrebbe giovato a rendere più sfaccettata una già dignitosa interpretazione del giovane  siciliano.

Cavalleria rusticana sfodera una Mamma Lucia di lusso: è il mezzosoprano Agostina Smimmero che dà voce – e quanta voce! – a una parte sempre più frequentemente riservata a vecchie glorie sul viale del tramonto. Qui no: la Smimmero, per doti naturali e interpretative, è uno dei mezzosoprani più interessanti attualmente in circolazione. E la breve ma significativa interpretazione di questa sera è qui a confermarcelo.

Alfio, infine, trova negli accenti incisivi di Franco Vassallo una voce dal bel colore, ben timbrata, con acuti squillanti. È un carrettiere, quello interpretato da Vassallo, valido localmente e teatralmente: non si perde in fronzoli, è immediato, schietto e vendicativo.

Al termine, gli applausi premiamo tutti, con percettibile entusiasmo.

Dopo l’intervallo e il rapido cambio di elementi scenici, si riprende con Pagliacci.

I panni di Canio sono vestiti da Piero Giuliacci, tenore di lungo corso, dai mezzi vocali sicuramente non più immacolati, ma cantante di grande esperienza, che riesce a superare le prove ardue che la parte gli riserva: bissa "Vesti la giubba", risolve egregiamente, malgrado qualche spia di stanchezza vocale, "No, Pagliaccio non son". Nel complesso un Canio espressivo, vigoroso e persuasivo.

La sua sposa Nedda è affidata all’ottima Nino Machaidze. La voce, dopo la seconda e recente maternità, appare ancora più corposa, coinvolgente e il timbro più brunito, il registro acuto sempre luminoso: un soprano nel bel mezzo della maturità artistica, pronta ad addentrasi in nuovi repertori: ad ottobre sarà, infatti, Giovanna d’Arco nell’attesa produzione diretta da Daniele Gatti e con la regia di Davide Livermore. In "Qual fiamma avea nel guardo" delinea una Nedda voluttuosa, consapevole della propria bellezza e giovinezza, desiderosa di libertà, intimamente estranea al mondo triste nel quale Canio l’ha condotta: Nino Machaidze è precisa nei trilli, appassionata nel declamare e cantare "(...)Vanno laggiù verso un paese strano/ che sognan forse e che cercano in van (...)", languida nel duetto con Silvio, ruvida e disgustata in quello con il ripugnante Tonio. Deliziosa, per coinvolgimento vocale e teatrale, nella farsa quando accenna a movenze da burattino: è una donna in bilico tra realtà e finzione, ma consapevole e decisa a correre incontro al proprio destino di morte. Una interpretazione da ricordare per compiutezza e raffinatezza vocale ed efficacia scenica.

Il Tonio di Franco Vassallo convince meno rispetto al precedente Alfio di Cavalleria: in Pagliacci si ha l’impressione che il baritono milanese debba calcare la mano in termini di emissione e di ricerca di sonorità. Manca, insomma, quella genuina spontaneità notata in Cavalleria; tuttavia il suo Tonio denota il giusto grado di sottile perfidia che il personaggio postula.

Mario Cassi è un elegante e molto ben cantato Silvio: sfuma, alleggerisce, sussurra molto bene l’incipit "E allor perché, di', tu m'hai stregato..." per poi riprendere il filo del discorso melodico con vocalità piena e virile. Molto bene anche il Beppe/Arlecchino di Francesco Pittari che cesella con gusto la celebre serenata e che dimostra spiccate attitudini teatrali in uno spettacolo che fa muovere e saltellare tutti, personaggi e mimi.

Dopo la duplice coltellata di Canio, finita la commedia, tanti, tanti applausi per tutti.


 

 

 
 
 

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