L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Come Puccini comanda

 di Roberta Pedrotti

 

Affidata all'intelligenza di Francesco Lanzillotta sul podio e Yasko Sato sul palco, Madama Butterfly brilla a Parma in una lettura esemplare per lucidità e intensità, facendo dimenticarele perplessità destate da alcune voci maschili e un allestimento scenico di routine.

PARMA, 14 giugno 2015 - La stagione 2015 del Regio Parma, programmata in concomitanza con l'ultimo cambio ai vertici, è stata decisamente ridotta all'osso: appena due titoli di consolidato repertorio, in allestimenti tradizionali e ben noti. Apparentemente nessuna sorpresa nella roccaforte della melomania vecchio stampo, là dove leggenda vuole si dicesse aver “sbagliato Verdi” a non scrivere l'acuto a piena voce per Radames e nemmeno il Festival dedicato al genius loci, nonostante tante opportunità e svariati tentativi anche felici e promettenti, è ancora riuscito a fare fino in fondo il suo dovere musicologico di proposta, stimolo e rinnovamento interpretativo. Invece un soffio d'aria fresca ha sorretto il volo di questa Madama Butterfly già estiva: non aria necessariamente nuova, però, perché non c'è forza più grande e rivoluzionaria di quella che scaturisce semplicemente da una lettura del testo pucciniano emancipata dai fraintendimenti di tradizione.

Quanta melassa, come carta moschicida, ha invischiato la povera farfalla giapponese negli ultimi centodieci anni! Quante volte abbiamo sentito travisare quasi fosse un vero duetto d'amore quel terribile momento che è il finale del primo atto, il gioco sadico di un cinico predatore sessuale con le illusioni di una bimba che si crede innamorata e si aggrapperà disperatamente a quest'idea per cercare di sopravvivere e conservare almeno un sogno! Quante volte abbiamo visto questa ragazza madre abbandonata e assediata da un mondo ostile spandere melodrammatico sentimentalismo a buon mercato! Ma Puccini era un genio, uno dei più grandi musicisti e uomini di teatro dei suoi tempi e di ogni tempo: la sua tragedia giapponese non è un romanzetto strappalacrime. È molto di più e deve colpire precisa e crudele, come lo spillo che infigge la farfalla sulla tavola del collezionista o dell'entomologo. L'esito dipende in massima parte da due soli elementi chiave, che possono determinare il trionfo o il naufragio, possono regalarci lacrime di cartone e passioni da feuilleton o, viceversa, un pezzo di lacerante, travolgente teatro musicale. Tutto, o quasi, è nelle mani del direttore e della protagonista, qui forse più che in ogni altra opera. E, per fortuna, da questo punto di vista, il Regio ha saputo giocare le carte giuste in Francesco Lanzillotta [guarda l'intervista] e Yasko Sato [guarda l'intervista per la Madama Butterfly, Firenze 2014].

Il lavoro di cesello con cui Lanzillotta delinea ogni dettaglio della scrittura pucciniana ci dona il piacere di un ascolto che si rivela come una riscoperta. Si potrebbe dire perfino cameristico il suono dell'Orchestra Toscanini per la chiarezza della trama, per la misura con cui vengono calibrate le dinamiche in modo da far emergere in tutta la sua evidenza la preziosa finezza della partitura, la costruzione perfetta, sottile, lucente e crudele come una tela di ragno imperlata di rugiada. Esattezza senza effetti ridondanti possono commuovere molto di più, e più profondamente.

Raro, rarissimo (e sia resa lode anche alla precisione del coro del Regio e a tutte le parti di fianco) ascoltare il brusìo crescente, il cicaleggiare dello sciame femminino, tutte le sequenze della scena del matrimonio rese così nitide nella scansione del testo, nei rapporti fra le varie sezioni, nella gestione delle intensità, delle sovrapposizioni, delle dinamiche. Lancinante la pudica tensione che traspare da questo gesto sempre ficcante e trattenuto, sì che lo strappo degli archi in “Tu, tu, piccolo Iddio” vibra come lo spasimo estremo di un'anima veramente straziata ed estenuata, protesa verso l'inevitabile colpo di grazia.

L'anima straziata con la quale non possiamo a nostra volta risuonare per disperata simpatia è quella di Yasko Sato, una delle migliori interpreti di Cio Cio San nel panorama attuale. Potremmo dire di come la voce sia morbida, potremmo lodare l'omogeneità dell'emissione sempre avanti e sul fiato, ma la cosa più importante è che Yasko Sato è un'artista, un'artista autentica. Pronuncia ogni parola con una chiarezza, un'intenzione, una sensibilità per la fonetica, la prosodia, il significato tali da far invidia a molte madrelingua italiane. Ha nel gesto una naturalezza innata che ci sembrerebbe perfino riduttivo attribuire semplicemente alle origini nipponiche, perché nella sua espressione, nel suo essere costantemente presente al personaggio, disinvolta e accurata, passionale e misurata ribadisce un talento attoriale di classe superiore. Tale da riverberarsi in un modo di articolare e vivere il testo musicale da autentica fuoriclasse, come dimostra la collaborazione così stretta, duttile e proficua con concertatori egualmente convincenti, ma senza dubbio differenti come Lanzillotta qui e Valčuha un anno fa Firenze [ leggi la recensione], senza abdicare alla riconoscibilità di una sua firma personale.

In una recita tesa come un arco, in un crescendo che prende il volo nel secondo atto fino a precipitare inesorabile nella catastrofe, “Un bel dì vedremo” s'illumina di nuova luce, apre nuovi spazi teatrali, quasi fosse, più che una romanza, un piccolo melodramma nel melodramma, perfettamente fuso e consequenziale anche con le frasi più minute, con quelle piccole parole scandite su note ribattute che costituiscono il perno drammatico dell'opera e che la Sato con Lanzillotta colora d'ironia, speranza, malinconia, tenerezza o tragedia in un continuo moto caleidoscopico sempre è logico e indispensabile, nel quale nulla è mai di troppo.

Alla screziatura e all'intensità di questa Cio Cio San ben si contrappone la concretezza popolare, perfino dura, vissuta, che Silvia Beltrami conferisce alla sua Suzuki. Non sappiamo se sia una sua iniziativa o una sollecitazione registica, ma lo sguardo che lancia quando sente Pinkerton dire “mi sposerò con vere nozze con una vera sposa americana”. A margine le si può sempre consigliare di alleggerire l'emissione per meglio mettere a frutto gli ottimi mezzi naturali, non sempre liberi come si vorrebbe, ma senza dubbio in quest'occasione la sua presenza scenica e vocale risulta efficace. Così come anche le voci femminili che solitamente si citano alla stregua di corifee a malapena riconoscibili: Leonora Sofia caratterizza bene sia la madre precocemente invecchiata di Cio Cio San sia un'imbarazzata e graziosa Kate, parimenti incisivi gli interventi di Lorelay Solis, voce sempre penetrante nei panni della zia, e di Hitomi Kuraoka, cugina non meno presente con verve e timbro argentino.

Al contrario Angelo Villari è la dimostrazione di come non basti possedere un timbro interessante e l'energia necessaria per spanderlo a piena voce soprattutto in acuto se poi tecnica, musicalità e interpretazione risultano non pervenute: il fraseggio è goffo e sembra dover essere costantemente trainato e indirizzato dal podio, i centri sono opachi e fiochi, il canto sciatto e brado, coronato da un'apatia scenica che sarebbe inappropriato definire recitazione (anche la superficialità di Pinkerton deve essere interpretata in qualche modo!). Meglio il baritono Damiano Salerno, che non avrà mezzi indimenticabili, ma delinea con gusto il suo Sharpless, distinto diplomatico non privo di cuore.

Andrea Giovannini è un Goro decisamente fiacco, così come lo zio bonzo di Daniele Cusari, cui si aggiungono lo Yamadori di Matteo Mazzoli, lo Yakusidé (lui sì, fra i parenti, quasi trasparente, come d'abitudine in questa versione dell'opera) e l'ufficiale del registro di Adriano Gramigni, il commissario imperiale di Tae Jeong Hwang. Il bimbo è Diego Ilariuzzi, dalle chiome più corvine di quelle della sua madre giapponese (deroga dal libretto in omaggio alle leggi di Mendel), ma soprattutto, ahilui, abbigliato con un ridicolo costumino che già stigmatizzammo in occasione della ripresa bresciana di questo allestimento di Giulio Ciabatti [leggi la recensione].

Allestimento che, a dire il vero, conferma l'impressione suscitata pochi mesi fa, quando venne grossolanamente posto sul letto di Procuste della seconda stesura dell'opera, stirato e contratto in base a differenze del libretto che non ci si curò di approfondire. Ovviamente tutto fila molto meglio quando si esegue la versione parigina corrente, per la quale è stato pensato, ma resta uno spettacolo molto ordinario, un'innocua illustrazione in cui molto spazio è lasciato alla libera iniziativa dei cantanti e di tanto in tanto si inciampa, come nell'apparizione di uno zio bonzo che con la sua scorta di samurai pare un cosplayer di mezza età leggermente sovrappeso, appartenente alla comunità di fanatici otaku di manga d'azione per adolescenti (shōnen). Più discretamente, se il suicidio di Cio Cio San è risolto benissimo per quanto concerne la protagonista, resta superflua e distraente la controscena sullo sfondo.

Difetti che, comunque, non hanno inficiato l'esito finale, coronato con calorosissimi applausi.

Ora l'appuntamento è per l'autunno, con il Festival Verdi, per il quale non possiamo che augurarci che il Regio continui su questa strada, con artisti capaci di leggere l'opera iuxta propria principia, per quello che è, senza pregiudizi e condizionamenti.

foto Roberto Ricci


 

 

 
 
 

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