L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Strana coppia e cinque B

di Irina Sorokina

L'accostamento fra Symphony in C di George Balanchine e Gaité parisienne di Maurice Béjart può risultare piuttosto bizzarro, ma la qualità del corpo di ballo del  Bol’šoj garantisce una serata di grande danza.

Mosca, Teatro Bol’šoj, 14 giugno 2019 - “Capitano accostamenti strani”, recita una celebre frase di Puškin, ed è la prima cosa che viene in mente quando si assiste alla prima di due balletti in un atto sul nuovo palcoscenico del Teatro Bol’šoj di Mosca, Symphony in C di George Balanchine su musica di Bizet e Gaité parisienne diMaurice Béjart su musica di Jacques Offenbach. Due balletti brevi, di cui il primo, un capolavoro indiscusso, era già stato rappresentato al Bol’šoJ, mentre il secondo, che un vero capolavoro non è, viene presentato qui per la prima volta.

“Il balletto classico è un castello di bellezza”, dice il più grande poeta russo del Novecento, Iosif Brodsky, nella poesia dedicata a uno dei più famosi ballerini del Novecento, Mikhail Baryshnikov. l balletto di Balanchine nasce come Le palais cristal e solo in un secondo momento assume il titolo di Symphony in C. La frase di Brodsky e il balletto di Balanchine definiscono il fenomeno di balletto classico come qualcosa di insuperabilmente bello e inarrivabilmente perfetto. Chi potrebbe ribattere?

Le palais cristal nasce nel 1947 a Parigi in un momento difficile per la celebre compagnia francese, quando il direttore Serge Lifar viene accusato di collaborazionismo con i nazisti e cacciato sia dal teatro sia dalla capitale. Da New York viene chiamato George Balanchine per mettere in scena tre balletti quali Serenade, Apollon Musagète e Le baiser de la fée. Ma la storia d’amore tra la compagnia parigina e il coreografo americano di origini russe non è finita. Colpito dalla purezza dello stile francese, incuriosito dalla rigida gerarchia tipica per la compagnia parigina, Balanchine decide di comporre un omaggio ai suoi artisti. Nasce così Le palais cristal, che rispecchia l’immagine della compagnia del Grand Opéra con il dominio assoluto dell’étoile e del premier danseur affiancati da due coppie di solisti e dal corpo di ballo.

Per molti decenni l’arte di Balanchine fu pressappoco sconosciuta sui vasti territori dell’impero sovietico, che vantava decine di teatri d’opera e balletto e accademie coreografiche. Con l’avvento della perestrojka il ghiaccio fu rotto e i balletti del coreografo newyorkese nato suddito dell’Impero Russo cominciarono timidamente a fare la loro apparizione sui palcoscenici dei teatri della Federazione Russa e dei paesi limitrofi, ormai indipendenti. Nel 1989 Oleg Vinogradov, direttore artistico del Kirov Ballet (ora Mariinsky) fu il primo a chiamare alcune famose ballerine di Balanchine, allo scopo di insegnare agli artisti russi il suo vero stile e la sua vera tecnica.

Ora il Teatro Bol’šoj di Mosca vanta una storia interpretativa dei balletti del coreografo più famoso del Novecento e la nuova apparizione della Symphony in C (così venne chiamato il balletto a New York nel 1948 ed è finora noto sotto i due nomi) è assolutamente naturale.

La compagnia del Bol’ šoj può essere orgogliosa di molti ballerini digrande caratura artistica quali Ekaterina Krysanova, Julia Stepanova, Maria Vinogradova, Vjaceslav Lopatin, Vladislav Lantratov (quest’ultimo recentemente infortunato) e tanti altri. Symphony in C è stata un’ottima occasione per ognuno di loro di mettersi in mostra per quanto riguarda lo stile tanto elegante quanto contenuto e la tecnica cesellata, senza doversi “nascondere” dietro una storia che inevitabilmente coinvolge il pubblico.

È facile da aspettarselo che la coppia dei primi ballerini della prima parte della Symphony in C sia la migliore e così è. Ekaterina Krysanova, artista tecnicamente preparatissima e dalla personalità poliedrica, appare in tutto il suo splendore, dimostrando forza, sicurezza, spirito gioioso e leggermente malizioso. Anche da Vjaceslav Lopatin è facile aspettarsi una prestazione artistica di altissimo livello e, infatti, il ballerino letteralmente conquista il pubblico grazie alla pulizia delle sue linee, pirouette spettacolari e soprattutto “cantabilità” dei movimenti. Nella seconda parte Yulia Stepanova, alta e molto bella, fa ricordare la qualità per cui la scuola russa fu storicamente elogiata: l’estrema morbidezza e l’espressività delle braccia. Un elegante e delicato Artem Belyakov è il suo impeccabile “cavalier serviente” . Nella terza parte Maria Vinogradova (a proposito, moglie della super star Ivan Vasilyev e madre di una bimba; la coppia nella vita e sul palco viene proclamata la più bella del balletto russo) dimostra non tanto le sue capacità di ballerina affermatasi nei ruoli lirici quanto la velocità e l’altissima dinamica del movimento, formando una coppia stupenda con un raffinato Semyon Chudin. Nella quarta parte l’étoile e il premier danseur sono Ksenia Zhiganshina e Mark Chino, tecnicamente forti e molto affiatati.

A fianco delle quattro coppie di primi ballerini si esibiscono otto coppie di solisti che riteniamo giusto a nominare: Anastasia Denisova e Denis Zakharov, Dariya Bochkova e David Motta Soares, Ana Turazashvili e Egor Khromushin, Angelina Vlashinets a Anton Gainutdinov, Eleonora Sevenard e Dmitry Dorokhov, Antonina Chapkina a Nikita Oparin, Bruna Cantanede Gaglianone e Egor Gerashchenko, Yanina Parienko e Klim Efimov.

È possibile rimproverare qualcosa al corpo di ballo: nell’esecuzione delle purissime figure delle composizioni coreografiche di Balanchine è tanto facile accorgersi dei difetti; tuttavia qualche imprecisione tecnica e musicale non influenza minimamente l’apprezzamento del lavoro del corpo di ballo del Bol’šoj. Si può stare sicuri che nelle prossime recite la padronanza dello stile, la tecnica e la musicalità degli artisti saranno migliori visto che già alle prime tre i ballerini ballano con una grazia e delicatezza apprezzabili.

La Symphony in C non necessita di scenografie e un fondale azzurro è l’unica cosa presente in scena. Sono discutibili i costumi disegnati dalla pietroburghese Tatiana Noginova che punta sull’uso dei più colori: verde, bordeaux e lilla per le coppie dei solisti e il corpo di ballo, mentre i primi ballerini vestono bianco candido (nella precedente rappresentazione del capolavoro di Balanchine al Bol’šoj nel 2004 vennero usati il bianco e il nero, soluzione decisamente migliore). Le raffinate luci sono di Sergey Shevchenko.

In Russia la combinazione di più balletti brevi in una sola serata si chiama, appunto, Serata di balletti di un atto, e l’accoppiamento della Symphony in C con il balletto di Maurice Béjart Gaité parisienne può definirsi strano a pieno diritto. Infatti, mentre il capolavoro di Balanchine non ha nessuna storia e vanta una coreografia di un’estrema bellezza, precisione e geometria, Gaité parisienne del coreografo marsigliese è “una cosina”, un balletto narrativo che racconta in chiave ironica e nostalgica le sue esperienze da giovane, l’apprendimento della difficile arte del balletto classico a Parigi, la città che non amò e dove le sue imprese non ebbero mai successo. Molto simpatica, questa Gaité parisienne, leggera e divertente, un fenomeno di danza, ma ugualmente di teatro, venti ruoli solistici che necessitano di artisti davvero bravi e di spiccata personalità. Ma ci sono delle cose che uniscono queste creazioni coreografiche; prima di tutto, il loro legame con Parigi e il Grand Opéra, seconda, la più importante, la relazione con la musica. Balanchine: “Non è soggetto alla base del balletto Symphony in C, ma la musica”. Béjart: “La musica dona il suo corpo, il coreografo è un sarto. Come vestire questo scherzo, questo adagio?”. Entrambi i coreografia sono figli del Novecento, il secolo che cambiò in modo decisivo il rapporto tra la danza e la musica.

Il pubblico segue volentieri Maurice Béjart nel suo viaggio di memorie. Eccoci a Parigi dove il ragazzino Bim (così fu chiamato il futuro coreografo da piccolo) studia danza classica sotto la guida della terribile Madame (in lei Bèjart immortalò Rouzanne Sarkisyan, la sua insegnante che apprezzava il suo salto, ma era solita pungerlo sostenendo che il suo corpo non era affatto adatto alla danza e non perdeva l’occasione di umiliarlo davanti agli altri). Fatiche, speranze, duro lavoro, amarezze si mescolano nella vita e nei sogni del ragazzino che immagina l’Opéra come un luogo magico e terribile dove trionfa sia il sublime sia il cattivo gusto dell’epoca del Napoleone Terzo. Gaité parisienne è un mix piuttosto insolito delle esperienze del giovane Béjart e del suo amore per Parigi del secondo Ottocento di cui il simbolo non poteva essere altro che Jacques Offenbach. Ed è la musica di Offenbach, nella sua fusione perfetta degli elementi satirici e lirici che usò Béjart nel suo balletto; gli ammiratori di questo compositore (che sono pochi ormai) riconoscono facilmente le melodie indimenticabili delle sue più famose operette.

Non solo un viaggio nell’epoca di Napoleone Terzo e Jacques Offenbach; il balletto di Béjart è anche un omaggio alla danza classica che la madre di tutti i tipi di danza. Dopo l’ouverture frizzante che viene da La vie parisienne, si assiste in un silenzio totale all’esibizione dei talentuosi ballerini maschi che si mettono in competizione eseguendo i passi di danza più virtuosistici che colpiscono sempre anche lo spettatore esperto: cascate di tour en l’air, grand jeté en avant ed en tournant, pirouette en dehors, en dedans e à la seconde, brisé volé e altre batterie. Inutile dire quanto sono bravi i danzatori maschi del Bol’šoj che non si risparmiano nelle prodezze tecniche: Mark Chino, Dmitry Dorokhov, Anton Gainutdinov, Pyotr Gusev, Ivan Alexeyev, Igor Pugachov. Sono gli amici di Bim - uno simpaticissimo, versatile e scatenato Alexey Putintsev. Dopo la loro vulcanica esibizione sotto gli occhi della terribile Madame – una credibilissima Anna Antropova - partono “i quadretti”, se così si può dire, le scene vivaci ispirate dalla Parigi dell’epoca del Napoleone Terzo ed il suo più famoso, insieme al barone Haussmann, rappresentante, il dolce e folle Jacques Offenbach.

Gaité parisienne è un vero fenomeno di teatro con più di venti ruoli tra cui i personaggi storici come lo stesso imperatore (Artur Mkrtchyan), l’imperatrice Eugenia considerata all’epoca, insieme a Elisabetta d’Austria detta Sissi, la più bella tra le regnanti (Nelli Kobakhidze), lo stravagante Ludwig di Baviera (Fuad Mamedov). La verve e l’invenzione coreografica di Béjart pretendono parecchio dagli artisti e tutti si rivelano all’altezza assumendo le sembianze dei suoi personaggi e i loro modi d’essere descritti dagli storici. Ma due degli interpreti meritano elogi speciali: Vjaceslav Lopatin nel ruolo di Offenbach e Denis Rodkin in quello del padre del protagonista Bim. Chi altri, se non Lopatin, potrebbe essere Offenbach? Un artista incredibilmente versatile, veste senza alcuna fatica prima di panni del premier danseur in Symphony in C, nobile ed elegante, per passare dopo una ventina di minuti al ruolo di Offenbach in Gaité parisienne, un ometto piccolino e bizzarro che esegue sequenze di passi velocissime, acrobatiche, pazzesche. E chi altri potrebbe essere “mio padre, mio eroe”, se non Denis Rodkin, così spavaldo, così irresistibile, così bizzarro? Accanto ai regnanti europei, il loro seguito e Offenbach c’è la gente di Parigi coinvolta in una febbrile festa di vita che portò, si sa, alla catastrofe di Sedan e l’occupazione di Parigi dalle truppe tedesche: parigini, ballerine e le loro ammiratori, ussari, amanti, un primo ballerino, una cantante di strada e tanti altri, tutti gli artisti perfettamente calati nelle loro parti, ugualmente efficienti e brillanti sia come ballerini sia come attori.

Thierry Bosquet firma un’affascinante e leggera cornice scenografica e  fantasiosi e colorati costumi. Lo spettacolo, senza dubbio, è la gioia per gli occhi e il divertimento per la mente e lo spirito anche se rimane “uno scherzetto”, “una cosina”, una serie di quadretti. Sul podio Timur Zangiev che conduce l’orchestra del Bol’šoj con eleganza e moderazione necessari per la sinfonia giovanile di Bizet usata da Balanchine in Symphony in C e si scatena totalmente nell’esecuzione dei vertiginosi galopp offenbachiani senza trascurare i momenti dei grandi slanci lirici, quando si tratta dei pezzi da La Perichole o Les contes d’Hoffmann.

Accostamenti strani. È davvero una buona idea, mettere insieme un capolavoro di Balanchine e “una cosina” di Béjart? Forse si, o forse no. Stranamente i cognomi di tutti i protagonisti della serata iniziano con la B: B come Bizet, come Balanchine, come Béjart. Ma a questa festa svolta all’interno del palazzo di cristallo sono presenti i graditi ospiti come Brodsky, autore della poesia più magnifica mai dedicata al balletto classico, e come Baryshnikov, a cui essa è dedicata. E siamo nella preziosa compagnia di cinque B. Un vero onore.


 

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