L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Luzzati in Algeri

  di Francesco Bertini

 

Alla vivace messa in scena ispirata a Emanuele Luzzati fa eco una lettura musicale interlocutoria, in cui si riconoscono comunque i meriti di una compagnia che affiancava voci giovani a collaudati interpreti del repertorio rossiniano.

TREVISO, 29 gennaio 2016 - La stagione lirica del Comunale di Treviso si chiude con la “follia organizzata e totale” della rossiniana Italiana in Algeri. Composta secondo i consueti tempi record del pesarese, l’opera venne battezzata, con grande successo dovuto a solisti e musica, il 22 maggio 1813 a Venezia dove già erano nate ben cinque farse e Tancredi. Il libretto esilarante e la passione sfrenata per la turquerie esaltava il pubblico di due secoli or sono e continua ad appassionare gli ascoltatori odierni. Lo spirito, la comicità e il ritmo, mai arrendevole, incalzano l’azione che tra onomatopee e couleur locale corona le morbose e irriverenti curiosità degli spettatori.

L’idea registica trae spunto dalle brillanti intuizioni, risalenti a circa un trentennio fa, di Emanuele Luzzati, il quale concepì un assetto scenico abbastanza disadorno ma coronato da proiezioni, riprese a Treviso da Federico Cautero, curatore del riallestimento visuale, scenografico e del disegno luci. Gli spazi sono definiti da immagini e colori, vicini al gusto esotico ottocentesco, che illuminano alcuni sottili drappi disposti verticalmente lungo la superficie del palcoscenico. Con il contributo di Marco Godeas, addetto alle proiezioni, lo spettacolo si anima fin dalla sinfonia: il sipario funge da supporto per la visione del simpatico cartone animato ideato nel 1968 da Luzzati proprio per raccontare, in dieci minuti, l’Italiana in Algeri. Il regista Giuseppe Emiliani regge le fila di tante citazioni rischiando, però, di restarci imbrigliato. A un primo atto fluido, con rimandi fin troppo evidenti al celeberrimo allestimento di Ponnelle, succede una seconda parte meno intuitiva e scorrevole dove, comunque, non mancano trovate ironiche e idee d’effetto. Emiliani si attiene alla classica caratterizzazione dei personaggi dando spazio agli interpreti per personali apporti alla messinscena. I costumi di Stefano Nicolao appaiono in linea con la parte visiva.

Alla vivacità di tinte fa eco una lettura musicale con alcuni punti di domanda. Il Coro Iris Ensemble, istruito da Marina Malavasi, manca completamente di coesione, con alcune scivolate amatoriali, e sbaglia spesso gli attacchi. Non è molto più efficace il contributo dell’Orchestra Città di Ferrara la quale, come già evidenziato in passate occasioni, assomma alle disomogeneità, la tendenza a suonare senza grande attenzione alle sonorità.

Agisce in queste condizioni poco favorevoli Francesco Omassini. Il direttore veneto cerca di attenuare le problematiche della compagine emiliana ma, nel far ciò, perde di vista le esigenze dei solisti, spesso in difficoltà con le agogiche e le dinamiche scelte. Resta l’attenzione agli impasti timbrici e la fragranza di talune trovate musicali.

Protagonista è il mezzosoprano Alisa Kolosova che, pur con qualche limite in zona acuta e una certa genericità nel fraseggio, affronta con gran copia di mezzi il ruolo di Isabella. Il timbro brunito, l’agilità ben sgranata e la persuasiva presenza scenica giocano a favore della buona resa della scaltrita parte muliebre. Un interprete scafato come Nicola Ulivieri si confronta con Mustafà senza temerne le insidie. Alla validità attoriale, derivante dalla lunga esperienza, si abbinano le naturali potenzialità vocali, ideali per un basso rossiniano. La capacità di approfondire la scrittura con gusto e soggettività, senza dimenticare le sparse tracce ironiche e umoristiche, gli conferisce quell’indispensabile credibilità nelle vesti del Bey. La vena volitiva, il carattere istrionico e la piena padronanza della scena fanno di Lorenzo Regazzo un Taddeo esuberante per forza comica e attenzione alla parola. L’intelligenza esecutiva ovvia ai piccoli appunti che gli possono essere mossi per delle indecisioni nell’ascesa del pentagramma. Il tenore argentino Francisco Brito indossa i panni, un po’ troppo larghi per le sue attuali potenzialità, dell’amoroso Lindoro. Il timbro è di prim’ordine ma la tecnica vacilla al confronto con i registri acuto e sopracuto evidenziando alcune emissioni non ben a fuoco, con conseguente slittamento nell’intonazione. Giulio Mastrototaro ha le carte in regola per dare ad Haly quella felice connotazione furbesca, nonostante la perfettibile predisposizione espressiva. L’asprigna Elvira della concitata Daniela Cappiello è spalleggiata dalla Zulma di Valeria Girardello.

Il teatro, inspiegabilmente semivuoto, si è riscaldato con il procedere della recita ma al termine ha applaudito sbrigativamente artisti e direttore.

foto Piccinni


 

 

 
 
 

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