L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Carolina Lippo e Daniele Caputo nelle Nozze di Figaro

Le nuove Nozze

 di Valentina Anzani

Sguardo innovativo e colto per Le nozze di Figaro al Teatro Olimpico di Vicenza con la regia di Lorenzo Regazzo.

Vicenza, 3 giugno 2015 – Lorenzo Regazzo, già interprete acclamatissimo, si dedica da alcuni anni anche alla regia operistica, e ci riesce splendidamente. Il suo rapporto con le Settimane Musicali al Teatro Olimpico era iniziato nel 2014 con Così fan tutte (leggi la recensione) ed è proseguito con Don Giovanni (leggi la recensione ) lo scorso anno. Con le odierne Nozze di Figaro il suo progetto triennale sulla trilogia mozartiana giunge a compimento.

Il percorso, di Regazzo e dei suoi collaboratori, è stato progressivo. Nel tempo l’uno e gli altri sono entrati sempre più in confidenza con l’antico teatro vicentino, riuscendo sempre più a valorizzarne gli spazi e le preziosità. Così le scene (progettate da Carla Conti Guglia) si compongono essenziali, e grazie a un fine gioco di illuminazione (a cura di Claudio Cervelli) il palcoscenico con le sue arcate si trasforma con agilità nell’interno elegante di un palazzo signorile, così come il gioco prospettico dello Scamozzi diventa il naturale prolungarsi di un giardino.

La visione d’insieme si configura in questo modo cornice garbata e sobria per il turbinoso svolgersi della folle giornata di Beaumarchais/Da Ponte: per quanto la componente visiva giochi un ruolo di tutto rispetto, è proprio la lettura registica di Regazzo a entusiasmare, convincere e divertire. Regazzo usa infatti la partitura come espediente per mettere sulla scena un ventaglio di passioni e azioni umane tanto aderenti al dettato musicale settecentesco quanto attuali. Lo fa lavorando su molteplici fronti con atteggiamento eversivo e non per questo blasfemo, fitto di riferimenti sapienti, e con l’aggiunta di un pizzico queer che non guasta.

I suoi personaggi poi sembrano trarre vividezza dall’essere costruiti sulle caratteristiche personali degli interpreti: così, scansato il rischio di essere macchiette o stereotipi, risultano delineati a tutto tondo e mai scontati.

Marco Bussi torna a calcare la scena dell’Olimpico, dopo averlo fatto come Guglielmo nel Così fan tutte, quale Almaviva. Mattatore del palcoscenico, cattura con i suoi modi volutamente leziosi ai limiti dello stucchevole ad assecondare una libidine che travalica i generi. Oscurato da tale presenza carismatica, a Daniele Caputo non resta che un Figaro debole e vessato dalle mire di conquista del padrone, ma coerente con la lettura registica di questo allestimento. Susanna era Carolina Lippo, interprete precisa e dal mezzo vocale ricco e promettente. Patrizia Bicciré, subentrata in extremis a causa di in infortunio della preannunciata Silvia Dalla Benedetta, si è prontamente inserita nella produzione. La sua era una Contessa dal vero sapore ancien régime, e la sua toccante interpretazione di “Dove sono i bei momenti” raggiunge un acme emotivo tanto intenso da oscurare per un attimo il tono frivolo generale.

Anche i comprimari hanno fatto la loro bella figura: Francesca Cholevas (Barbarina) al suo applaudito debutto, Elvis Fanton (Curzio) e Claudio Zancopè (Antonio) esasperati – sia visivamente sia nelle ricercate alterazioni vocali – nei loro tratti comici. Filippo Pina Castiglioni merita una menzione speciale: ha restituito infatti una spassosissima caratterizazione del suo Basilio che, nonostante l’abito clericale, non nasconde la sua passione per Cherubino. Questi era Margherita Rotondi, voce giovane e convincente quanto il suo physique du rôle.

Divertente poi l’accoppiata Antonio De Gobbi/Giovanna Donadini nei panni rispettivamente di Don Bartolo e Marcellina, l’uno totalmente assoggettato all’altra fin dal loro primo apparire.

L’Orchestra di Padova e del Veneto diretta da Giovanni Battista Rigon assicura una vivida lettura della partitura mozartiana. Buoni anche gli interventi corali affidati ai Polifonici Vicentini.

Grazie all’intelligente operazione di Regazzo, fatta di un’idea registica in vero dialogo con tutte le componenti dell’allestimento (gli spazi, gli interpreti e le loro personali attitudini, i mezzi a disposizione) l’opera mozartiana riluce di sfumature innovative, che la rendono tanto interessante per i sottotesti che fanno scaturire, quanto godibile.

Alla fine, grandi applausi per uno spettacolo divertentissimo.


 

 

 
 
 

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