L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Il tormento e l'estasi

 di Andrea R. G. Pedrotti

Edizione in forma di concerto, ma incandescente di passione, per la Manon Lescaut pucciniana a Salisburgo. Strepitosa protagonista è una sfolgorante Anna Netrebko, ma il successo trionfale è ben condiviso dall'ardente Des Grieux di Yusif Eyvazov, dalla bacchetta suadente e impetuosa di Marco Armiliato e da tutti gli artisti coinvolti.

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SALISBURGO, 1 agosto 2016 - Al Salzburger Festspiele, nella serata del primo giorno del mese dedicato a Ottaviano Augusto, sul palco del Groβes Festspielhaus abbiamo avuto ventura di ascoltare un’esecuzione della Manon Lescaut di Giacomo Puccini ai massimi livelli internazionali. È un’opera drammaturgicamente complessa, caratterizzata da una scrittura musicale colma di passione travolgente, ma con degli sfasamenti narrativi spazio-temporali tali da rendere quasi impossibile rendere pienamente comprensibile il susseguirsi delle vicende se non si conoscesse già da prima la storia di Renato Des Grieux e della sua amata. Quasi impossibile, ma quando il livello d’esecuzione e la compagnia vocale sono, molto probabilmente, i migliori della contemporaneità, tutto diviene un mirabile continuum narrativo, privo di cali di tensione o momenti di stasi emozionale.

L’unione di un gruppo di artisti straordinari ha reso possibile un’esecuzione che sinceramente fatichiamo a definire come konzertant, perché l’intero melodramma è stato presentato in una forma che oseremmo definire scenica in abito da sera, ben oltre una banale resa semiscenica. Tutto era come un flusso inarrestabile di sentimento e gli sfasamenti di cui accennavamo prima parevano non esistere nemmeno.

Yusif Eyvazov, che interpretava Renato Des Grieux, indossava addirittura una giacca settecentesca, aumentando così l’effetto scenico. Proseguendo nella nostra analisi degli interpreti affronteremo le piccole interazioni sceniche, ma prima è bene citare due autentici momenti di regia, ossia il minuetto “Vi prego, signorina” del secondo atto, eseguita sul lato destro del palcoscenico, come un’autentica lezione di ballo, e il terzetto finale dello stesso atto “Ch’io prenda fiato”, quando Manon viene strattonata da Renato Des Grieux e il fratello Lescaut. In questo attimo è la stessa Anna Netrebko, interprete del ruolo eponimo, a cercare la mano del baritono, dopo che il tenore aveva preso la sua destra. Questa è una cosa da sottolineare, perché troppo spesso capita, in Italia, di assistere a recite dichiaratamente sceniche, ma con molta meno dinamicità di quanto visto nella sala salisburghese.

Musicalmente non si potrebbe sperare di meglio, anche grazie alla presenza di uno dei migliori soprani (almeno nel suo repertorio) dal dopoguerra a oggi. Ascoltando Anna Netrebko, per di più da una posizione abbastanza ravvicinata, bisogna sempre cercare di convincersi che quello che sta facendo non è facile. Bisogna ripeterselo, perché la cantante pare quasi non appartenere al genere umano, quando si trova in palcoscenico, per la freschezza con cui emette ogni suono, sicuro e centrato in tutta l’estensione. Fin dalla sua sortita sul palcoscenico ella sale in cattedra per pulizia, proiezione e omogeneità fra i registri, fraseggio intenso e dizione imperfettibile. Interpretativamente, è dal secondo atto che il soprano russo regala al pubblico le cose migliori, non solo grazie all’eccezionale resa nell’aria “In quelle trine morbide”, con sfumature, mezzevoci, policromia del suono, tenute di fiato e filati ben oltre l’eccellenza, ricamati da una vocalità rotonda dal timbro pastoso e dall’emissione morbida. Il suo secondo atto è maiuscolo anche per la resa delle sottigliezze caratteriali che rimandano direttamente all’Histoire du chevalier Des Grieux et de Manon Lescaut, scritta dall’Abbé Prevost. Sicuramente questo era dovuto, oltre all’arte scenica, alla straordinaria musicalità dell’artista. Nel bellissimo duetto “Tu, tu amore? Tu?!” e nelle scene successive emerge veramente la personalità della figura letteraria, con tutta la sua frivolezza e civetteria. Una leggerezza d’animo quasi incosciente.

La passionalità amorosa di una donna abbandonata da tutti, fuorché da Des Grieux che lei non sa ricambiare con egual intensità, è dirompente nel terzo atto e massimamente nel quarto, quando la drammaticità del tragico epilogo si manifesta in un’accentazione della parola tanto emozionante, quanto entusiasmante. Meravigliosa la scena del terzo atto: “Sola, perduta, abbandonata”, durante il quale il soprano russo ci conduce in una crescita emotiva di gran intensità, pari al climax ascendente contenuto nella successione lessicale del libretto, nei tre aggettivi dell'incipit.

Nel ruolo del cavaliere Renato Des Grieux abbiamo avuto il piacere di ascoltare, al suo debutto al prestigioso festival di Salisburgo, il tenore azero Yusif Eyvazov. La prima cosa che si nota con soddisfazione è il continuo miglioramento tecnico. Le sue origini mediterranee e est-europee conferiscono al suo canto una notevole alchimia passionale. Eyvazov mantiene immutata la freschezza vocale dall’inizio alla fine dell’opera e non è solo lo squillo a impressionare, ma anche e soprattutto la sonorità in smorzature sempre più affinate e raffinate. Già in due occasioni avevamo potuto apprezzare le sue notevoli capacità sceniche e interpretative, ma queste risultano ancora più evidenti in questa particolare forma concertante. Colpisce per languore e partecipazione la splendida aria del primo atto, “Donna non vidi mai”; come per la Netrebko, è l’avanzare del dramma e della commozione a palesare la capacità di fraseggio e partecipazione di Eyvazov. Nel secondo atto si rivolge a Manon serio, invitandola a lasciare la casa del suo protettore, Geronte. Amoroso e passionale nel sentimento, deciso nel tornare dall’amata con l’intensità conferita al duetto “Tu, tu amore? Tu?!” e nell’accentazione specifica in singole frasi, come nel pronunciare “la mia condanna” o in un’interpretazione veramente splendida di “Ah, Manon, mi tradisce il tuo folle pensiero”, parimenti a quella emotiva e commovente di “No pazzo son”, cantata addirittura inginocchiandosi, nella preghiera di essere deportato assieme a Manon. L’immagine più bella è, tuttavia, al termine dell’opera, quando, in presenza dell’ovazione del pubblico, il tenore scoppia in un pianto commosso per il meritatissimo tributo.

Bravo anche il Lescaut di Armando Piña, cinico nei confronti della sorella, che concede senza coscienza alcuna alle brame di Geronte. È efficace nel sottolineare qualche, raro, sprazzo di pentimento di un personaggio essenzialmente abbietto. La voce è bella, corre bene nella sala, garantendo un successo per il baritono ispanico.

Molto bene tutti i comprimari, a partire dal veterano Carlos Chasson (Geronte), che con questo cameo evidenzia una gran musicalità e notevole accentazione, oltre a un mezzo vocale per nulla usurato, anzi ancora fresco e squillante. È sempre piacevole notare l’umiltà dei grandi del passato nell’affrontare con gran merito parti da caratterista.

Il cast era completato da Benjamin Bernheim (Edmondo), Erik Anstine (Oste/Sergente), Patrick Vogel (Maestro di ballo/Lampionaio). Sottolineiamo la presenza di due artisti provenienti da un progetto del Festival per la promozione di giovani cantanti, ossia Szilvia Vörös e Simon Shibambau, rispettivamente il Musico e il Comandante di marina. I madrigalisti erano Daliborka Miteva, Martina Reder, Cornelia Sonnleithner e Arina Holecek, tutte provenienti dal Wiener Staatsopernchor.

Ottima, al solito, la prestazione del coro dell’Opera nazionale viennese, diretto da Ernst Raffelsberger.

Alla guida della Müncher Rundfunkorchester, abbiamo avuto la gioia di ritrovare la sempre eccellente bacchetta di Marco Armiliato, inappuntabile per perizia tecnica, ricerca di colori, impeto e raffinatezza. Ottime sia le scelte dinamiche sia quelle agogiche, come magistrale è l’intensità conferita alla passione sentimentale e tragica della scrittura pucciniana. I cantanti sono accompagnati, e seguiti con puntigliosità e perizia d’altissimo livello. Splendido e commuovente il celeberrimo intermezzo, con gli archi che si passano la melodia, dal violoncello solo, alle viole, ai violini, fino a tornare alle viole stesse, in un unisono di elegia straordinaria. Armiliato dovrebbe veramente essere d’esempio per molti colleghi: professionale, umile, preparato e artista come pochi altri concertatori.

Al termine, inevitabilmente, entusiastico trionfo per tutti.

© Salzburger Festspiele / Marco Borrelli


 

 

 
 
 

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