L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

 

 

 

 

 

 

Con passione

 di Giuseppe Guggino

L’eccellente riuscita musicale della Johannes Passion di Bach ad opera di Ignazio Maria Schifani sconta la realizzazione scenica non indispensabile, se non proprio invadente, di Pippo Delbono. Applausi per complessi e solisti, contestazioni per l’attore/regista.

Palermo, 29 aprile 2017 - Si sa, produrre concerti sinfonico-corali non è molto gratificante; ai fini della valutazione quantitativa FUS sono conteggiati appena 2,50 punti a fronte dei 12 punti assegnati ad una serata d’opera a massimo dispiegamento di organici. Per cui drammatizzare Bach, se le recite sono tre, magari aggiungendo anche una prova aperta al pubblico che per i concerti non si computerebbe, il salto da 7,50 a 48 punti è presto fatto; si consideri poi come un punto FUS valga circa 4˙900 € di contribuzione pubblica, per cui la traduzione in termini di maggiore contributo ottenuto, a volerla fare, serebbe dell’ordine di 198˙000 €. Ma saremmo troppo prosaici a vedere un simil tornaconto alla operazione della Johannes Passion di Bach funestata da cima a fondo dalle interpunzioni lette, talvolta bofonchiate da Pippo Delbono; e quindi non glielo vediamo nella maniera più assoluta, sia chiaro.

L’idea di fondo, salutata urbi et orbi come geniale, poetica, di rottura (senza ulteriori specificazioni), di identificare la passione cristiana con quelle dei migranti dei nostri giorni, di per sé, non sarebbe neanche particolarmente inedita. L’urbe (e forse anche l’orbe) avrà certamente rimosso dalla memoria che nel 2011, proprio nel medesimo teatro, l’identica idea di teatro “politico” fu declinata da Damiano Michieletto in un’ispiratissima Greek passion di Bohuslav Martinů. Allora si ebbero i mezzi per poter fare ricorso a un arditissimo edificio scenico a tre piani semovente, montato su girevole in carpenteria metallica, opera di Paolo Fantin; niente che possa competere, beninteso, con l’impalcatura metallica a telai prefabbricati da lavori edili pensata dal prof. Renzo Milan, molto più brechtiana, poetica, ovviamente.

Certo, il teatro può e deve essere talvolta anche disturbante, ma sempre evocativo; allorquando porta in scena il “vero” sordomuto Bobò (in veste di risuscitatore) o il rifugiato e il musulmano (come ladrone), però, rischia di affacciarsi troppo sul limitare del circo, a uso e consumo del compiacimento e dell’autoassolutoria pietas intellettualistica borghese.

Ché la drammaturgia della passione riletta dall’Evangelista necessitasse di una sorta deus ex machina vagante per la platea e il palcoscenico a strattonare i malcapitati solisti è quantomeno dubbio; certamente indubbio è che non abbisognasse di contaminarsi a detrimento della musica di Bach, coi messaggi dai disparati (persino sulla religiosità della madre di Delbono), in perenne raddoppio consonantico a pochi millimetri da un microfono “a gelato”.

E questi “mmuri”, queste “ppaure”, queste “mmadri” ha dovuto scontare innanzitutto il duttilissimo Nathan Vale, Evangelista di grande pertinenza stilistica e grandissimo autocontrollo dell’intonazione e dei nervi durante le persistenti e fastidiose incursioni. Ma non solo a lui sono da rivolgere gli elogi per una parte musicale di straordinario valore; sia Ugo Guagliardo come Jesus sia Giorgio Caoduro, impegnato nelle altre parti da basso, si segnalano per una realizzazione della scrittura vocale estremamente curata nel dettaglio, così come la voce sopranile educata di Marleen Mauch eccelle per musicalità e precisione. Decisamente meno affidabile risulta Alessandro Luciano negli interventi tenorili diversi da quelli dell’Evangelista, mentre il controtenore Nils Wanderer, per intonazione e omogeneità nei registri, rappresenta il neo di una distribuzione altrimenti ottimale.

Del cimento dei complessi del Teatro Massimo in un terreno molto distante dal repertorio usualmente praticato, complici certamente la competenza e l’entusiasmo palpabile di Ignazio Maria Schifani, si deve registrare forse il primo risultato pienamente convincente. L’orchestra esibisce grande precisione e varietà di dinamiche, anche nei numerosi soli, così come il Coro delle voci bianche, istruito anche in questa occasione da Salvatore Punturo, viene a capo agevolmente dell’articolata scrittura contrappuntistica con esiti da Tölzer knabenchor; qualche margine di crescita ancora l’avrebbe il Coro di Piero Monti, se non altro nell’articolazione melodica spesso non sufficientemente sbalzata, che comunque assicurato un risultato al di sopra delle aspettative.

Successo incondizionato per la parte musicale e bordate di fischi (quanto mai irrituali in quel di Palermo) alla comparsa di Delbono alla ribalta, che rientra in quinta per trascinarsi dietro il “vero” di questo spettacolo: compassione con passione.

foto Rosellina Garbo