L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Mariella Devia, Norma, Venezia

Mariella Devia, addio al trono

 di Francesco Lora

Con una recita della Norma al Teatro La Fenice di Venezia, Mariella Devia ha dato in punta di piedi il proprio addio alle scene. Commozione e gratitudine da parte del suo pubblico nonché dei suoi colleghi: Carmela Remigio, Stefan Pop, Luca Tittoto.

VENEZIA, 19 maggio 2018 – Continuerà a dare concerti senza porsi scadenze: nell’agenda di chi scrive è già stata segnata la sua partecipazione a una Petite messe solennelle di Rossini (Roma, Santa Cecilia, 15 ottobre) e a una serata monografica donizettiana (Bergamo, Festival Donizetti, 28 novembre); ma il 19 maggio Mariella Devia ha dato il proprio addio alle scene, al Teatro La Fenice, con l’ultima di tre recite come protagonista della Norma di Bellini. Settant’anni appena compiuti, quarantacinque di carriera, desiderio dichiarato di fare la nonna e insegnare ai giovani, mezzi vocali tuttora così trasfigurati da una tecnica di diamante, che ogni altra collega farebbe la firma per appropriarsi del declino della Devia e ricavare in esso un momento di gloria. Un addio in punta di piedi, del quale si è saputo soltanto nelle ultime settimane, attraverso il passaparola fra melomani e un sobrio comunicato-stampa della Fenice. Pudore sempre. Nessun evento preparato, dunque, ma una recita concepita come mille altre e una primadonna che invoca la normalità. Molti turisti in sala, lì capitati soprattutto per godersi il teatro-monumento, si saranno chiesti cosa stesse accadendo intorno a loro: ed era l’ovazione alla sortita in scena verso la diva che non è diva, ed era l’applauso infinito e commosso al termine di «Casta diva», ed era ogni fiore del mondo gettato nel finale all’artista adorata.

Nel foyer, tra fedelissimi, gran ritrovo di amici venuti da ogni parte e sguardi radiosi da matrimonio combinati con occhi rossi da funerale. Tempesta di affetti. Ce la si spiega a vicenda tornando verso casa: ormai assuefatti a un presente ove grandi cantanti si rivelano per poi sparire in un lustro, la Devia è sempre rimasta al proprio posto, stella polare per attuare le leggi del canto; all’annuncio di ogni nuova stagione d’opera, si andava a cercare per primo il suo nome; chi scrive l’ha potuta ascoltare per venticinque anni in venti parti e settanta recite: ne ha cavato ricordi che formano il museo della vita. Sospesa l’agiografia, ecco il resoconto: recitativo di sortita cesellato con inusitato vigore d’accento, in adrenalinica risposta alla trionfale accoglienza in scena; romanza qui e là adombrata, nella sua lunare levigatezza, da un’emozione clandestina (ma quando la si riascolterà più, da altra, meglio ispirata alla perfezione?); cabaletta con imperiose variazioni che non si accontentano di essere quelle di tradizione; Finale I e Introduzione all’atto II, comprensivi dei due duetti tra donne, condotti con serena sorvegliatezza; Finale II, comprensivo del duetto con Pollione e degli ultimi siderei cantabili, dominato con un fulgore di mezzi, una misura espressiva e una lezione di stile da lasciare attoniti; sopracuti interpolati, per chi attendesse in coda la nota velenosa, sfolgoranti al loro posto.

Intorno alla Devia, colleghi della più bella quotidianità italiana, in estatica amicizia. Come Adalgisa v’era Carmela Remigio, trepidante nel carattere e indiscutibile nel canto, quasi divertita di deporre i panni di Norma per farsi attenta ancella del mito vivente. Come Pollione v’era Stefan Pop, al solito – ma qui è il personaggio stesso a suggerirlo – baldanzoso e superficiale, compiaciuto di mezzi vocali d’eccezione e piuttosto disinteressato a sfumare; a lui fare concreto lo spirito di tutti i presenti, ossia quando è caduto in ginocchio e scoppiato in lacrime nell’accompagnare per l’ultima volta la Devia al proscenio. Come Oroveso v’era infine Luca Tittoto, a dimostrare quanto bene faccia la pratica del repertorio secentesco per una più autorevole, vivida, forbita e fragrante messa a punto di una partitura romantica. Dramatis personae completate con puntualità dalla Clotilde di Anna Bordignon e dal Flavio di Emanuele Giannino. Lo spettacolo era quello firmato da Kara Walker in regìa, scene, costumi e involontari tratti comici, già recensito in queste pagine [leggi le recensioni: Venezia, Norma, 30/05/2015 e 18/09/2016]. La concertazione toccava a Riccardo Frizza, esigente nell’imprevedibile stacco di tempi e per questo reso oggetto di frequente insubordinazione da parte di cantanti, coro e orchestra. Farla da regina era, d’altra parte, spettanza della Devia; e ora manca chi possa succederle al trono del belcanto.

foto Michele Crosera