L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Belcanto verista

 di Antonino Trotta

L’anteprima di stagione del Teatro Municipale di Piacenza regala una produzione di Pagliacci dove si riassesta la giusta dimensione dell’accezione verista. Alla splendida direzione di Vladimir Ovodok segue una compagnia di canto ben amalgamata. Ottime le voci protagoniste di Estibaliz Martyn, Diego Cavazzin, Kiril Manolov, Vittorio Prato e Giovanni Sala.

Piacenza, 7 Ottobre 2018 – No, non si tratta di una licenza poetica, belcanto e verismo possono dimorare, in maniera estremamente costruttiva, nella stessa frase e, sorpresa, nella stessa opera. Una densa foschia aleggia di fatto intorno a quest’ultimo scrigno divenuto, nella quotidianità del dibattito operistico, un satollo zibaldone entro cui confluiscono melodrammi improbabili e discutibili stilemi esecutivi; si può invero approcciare un’opera di Leoncavallo o Mascagni con lo stesso rigore tecnico richiesto da Rossini o Donizetti, diversificando sullo stile, non sulla qualità del suono prodotto. È quindi un enorme piacere poter ascoltare, in occasione dell’anteprima di stagione del Teatro Municipale di Piacenza, Pagliacci di Ruggero Leoncavallo epurato da quella compiaciuta prassi musicale che prescrive esplosioni ipertrofiche e urla sguaiate, tutte a discapito di un’efficace valorizzazione del testo drammatico, dove il vero verismo individua la propria essenza.

Scartavetrando, piallando e limando la superfice incrostata da una malintesa tradizione, la bacchetta di Vladimir Ovodok riporta alla luce il materiale nudo di una partitura tanto sanguigna quanto teatrale e immediata. Nella concertazione del direttore bielorusso sono l’attenta calibrazione delle pause, l’eloquenza degli accenti prima languidi poi beffardi o efferati, la plasticità dell’elemento ritmico e l’opulenza del ventaglio dinamico a tenere le redini di un discorso musicale forbito ed esaustivo. La ricerca maniacale di sfumature, inoltre, non è perseguita nel nome di una solitaria peregrinazione interpretativa, bensì risponde con estrema prontezza alle necessità del palcoscenico, con cui si stabilisce un equilibrio eccellente.

In questa lodevole impresa di restaurazione per sottrazione, la compagnia di canto, nel complesso ben amalgamata, gioca un ruolo cardine, risparmiando alla sala gremita piazzate volgari e sopra le righe. Anche alla luce di questa felice constatazione, tuttavia, Estibaliz Martyn, allieva della compianta Montserrat Caballé (alla quale è dedicata la recita), rimane fuori repertorio, non per tecnica vocale (ineccepibile), bensì per la caratura piuttosto ingenua e frivola dell’eroina verista. La dimensione principesca, viepiù avvalorata dal timbro argenteo e dalla figura angelicata, sottrae a Nedda carnale veracità nel duetto con Tonio, ma restituisce nell’aria e nel duetto con Silvio, a mezzo di delicate filature, legature e vellutate messe di voce, un’aura idilliaca e trasognante davvero commovente. Chi invece non soffre l’esilio dal proprio repertorio è Vittorio Prato, brillante baritono belcantista che dall’esperienza mozartiana e rossiniana mutua, oltre alla precisione nella linea di canto elegante e tornita, il gusto per la sfumatura articolata sulla parola, regalando a Silvio, oltre alla voce timbrata e brunita, un lirismo autentico e raffinato. Finezza parimenti colta nella celebre arietta del Beppe/Arlecchino di Giovanni Sala, morbida e flessuosa, purtroppo ovattata dal pannello che sul fondale fa da schermo alle ombre cinesi richieste dalla regia. A questi fanno da contraltare emotivo gli ultimi due personaggi, splendidamente modellati con sfaccettature tanto nel canto quanto nell’animo. Il Tonio di Kiril Manolov incarna l’ideale dell’umile verghiano, cui la provvidenza, sia essa laica o religiosa, nega ogni rivalsa sociale. Tonio è imbruttito, non brutto, incattivito, non cattivo, e tale dicotomia prende vita attraverso un canto dagli accenti mutevoli e irrequieti che conducono, nella celebre frase di chiusura, a un pentimento tangibile e straziante. Si assiste così a una caratterizzazione costruita nel corso nella vicenda, sostenuta da voce solida e bruna, corposa particolarmente nei centri, dove il registro si fa più tonante. Dulcis in fundo, Diego Cavazzin intavola una prova concitata, appassionante, conferendo a Canio una vibrante intensità. Timbro importante e omogeneo, emissione potente e sicura, ovunque controllata, il tutto declinato con una costante attenzione al fraseggio e alla parola, al colore e alla smorzatura. Dell’attesissima «Vesti la giubba» non impressiona l’acuto, per quanto bello esso sia, ma colpisce l’incisività dei versi «quel che faccio» e «eppure è d’uopo», immortalando con due soli incisi tutta la conflittualità dell’insano flusso di coscienza. Nell’ambiguità di questo passo, stretto tra realtà e finzione, si può leggere infatti la premeditazione dell’omicidio, legittimato dalla questione d’onore, dalla vergogna e dalla smania di vendetta.

Un riconoscimento a parte merita la prova dell’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, sorprendente per precisione, smalto, spettro di colori e reattività agli stimoli direttoriali. Ugualmente valida la prova del Coro del Teatro Municipale e delle Voci Bianche del Coro Farnesiano di Piacenza. Completano correttamente il corpo artistico Carlo Nicolini e Federico Cucinotta nel ruolo dei contadini.

Cristina Mazzavillani Muti firma la regia di uno spettacolo pulito e lineare. Il dualismo realtà/finzione, così come espresso dal prologo, ha luogo adesso su un set che rimanda agli albori dell’arte cinematografica. La scena fissa di Vincent Longuemere, essenziale, consta di una piattaforma circolare e di uno schermo sul quale i protagonisti proiettano ombre cinesi. Altrettanto essenziali, seppur d’effetto, i costumi di Alessandro Lai. Tutto si svolge secondo l’impostazione ordinaria, a eccezione del «Din don, suona vespero» durante il quale il coro diventa protagonista dello spettacolo predisponendosi, in formazione classica, di fronte alla platea. Rimangono ciononostante alcuni dubbi dettati dall’eccessiva dall’aderenza al libretto: perché Nedda, ora diva hollywoodiana, dovrebbe incassare personalmente i soldi durante la registrazione di una pellicola? Cavilli che, in sostanza, non alterano la godibilità di un allestimento così ben riuscito.

Siamo solo all’anteprima, però, come recita un famoso adagio, chi ben comincia è a metà dell’opera.

foto Gianni Cravedi