L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Il canto dell’atmosfera

 di  Francesco Lora

Il Simon Boccanegra di Verdi è la prima opera proposta in forma scenica nel ricostruito e inaugurato Teatro Galli di Rimini: una lezione di canto, che proviene però dalla direzione di Gergiev e dall’orchestra del Mariinskij anziché dalla modesta compagnia vocale pietroburghese.

RIMINI, 11 dicembre 2018 – Era famoso per l’acustica eccezionale ma criticato per la cattiva visibilità: il segreto della prima è malauguratamente rimasto tra le macerie, mentre sulla seconda occorrerebbe tuttora intervenire qui e là. Ma il Teatro Vittorio Emanuele II di Rimini – reintitolato al locale compositore Amintore Galli solo dopo che il bombardamento del 1943 lo aveva già ridotto a un cratere – è per il resto tornato a svettare dove e com’era: con una sala luminosissima per la fresca imbiancatura, per l’oro appena applicato e per il raso rosso dei palchi, e con eventi inaugurali che hanno risarcito di una Sagra musicale Malatestiana in formato ridotto. L’ultimo spettacolo della serie è stato anche la prima opera proposta in forma scenica: il Simon Boccanegra di Verdi, una partitura accompagnata dalle onde, un omaggio alla città di mare. Prima recita esaurita e blindata, il 10 dicembre, per la benvenuta visita istituzionale del Presidente della Repubblica. Seconda recita, l’indomani, aperta anche all’«Ape musicale» e con una compagnia di canto quasi tutta differente.

Questo il punto di speciale interesse nella proposta riminese: si è trattato non di una produzione autoctona, bensì di un’importazione in blocco dal Teatro Mariinskij di San Pietroburgo. Vale a dire: direttore, cantanti, orchestra e coro tali quali li si ascolterebbe in una serata sul Mar Baltico. Discorso un poco diverso, invece, circa l’allestimento con regìa e scene di Andrea De Rosa, costumi di Alessandro Lai e – questo è il vero fulcro dello spettacolo, con gli immani scorci sulla costa ligure, che mordono il cuore in ogni istante – i video e le luci di Pasquale Mari: ben noto al pubblico italiano, è infatti lo stesso coprodotto nel 2014 tra la Fenice di Venezia e il Carlo Felice di Genova, passato nel 2016 al teatro russo e infine tornato a casa tramite una terza città di mare italiana. Un allestimento ben noto eppure cambiato nel linguaggio teatrale: affatto diversa da quella nostrana è infatti la cultura che se ne è impossessata, e che sia nei veementi gesti degli attori, sia negli enfatici movimenti del coro lo fa ora musorgskianamente odorare di Boris Godunov o di Chovanskina.

Si rimane a bocca aperta innanzi alla direzione di Valery Gergiev: l’orchestra pietroburghese, sotto di lui, è un capolavoro di sommessa duttilità, di canto pacato, molle, sfumato, fino ad abortire una dopo l’altra le occasioni di fortissimo fine a sé stesso, e fino a collocare tutta l’azione – per così dire – dietro un filtro di alonata nostalgia. Narrazione ve n’è poca, l’atmosfera è sovrana. Mentre ogni strumento dà una lectio magistralis di eloquio dolente o superbo, sorprende allora che il senso del canto risulti difettare ai vocalisti stessi. È il caso del rude, rozzo, stanco, corrivo, ingolato, monocorde protagonista di Roman Burdenko, dello Jacopo Fiesco di Stanislav Trofimov e del Paolo Albiani di Efim Zavalny: manca l’idiomaticità dello stile italiano, dalla qualità del legato alla bontà della pronuncia, fino alla misura attoriale. Come Amelia Grimaldi, Irina Churilova ha volume e smalto da vendere ma patisce un certo disordine tecnico, mentre impegno, eleganza e proprietà si trovano finalmente nel giovanile Gabriele Adorno di Najmiddin Mavlyanov.


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