L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Addio fiorito asil

 di Antonino Trotta

Con un bell’allestimento di Madama Butterfly il Teatro Carlo Felice di Genova chiude la stagione lirica 2018/2019: alla pulizia del disegno registico corrisponde la concertazione equilibrata ed efficace del direttore artistico Giuseppe Acquaviva. Felice debutto nel ruolo per Stefan Pop, in crescendo la prova di Maria Teresa Leva, ottima la Suzuki di Raffaella Lupinacci.

Genova, 16 Giugno 2019 – «Grandi dolori in piccole anime». Il segreto di Puccini è tutto qui, in questo paradigma transustanziatosi in poetica melodrammatica, in un nuovo modo di intendere e realizzare il teatro musicale. Non c’è da meravigliarsi se Madama Butterfly fu una delle opere più amate dal Lucchese, essa non ne è solo un capolavoro, ne è l’emblema: anima piccola, piccolissima, in cui riversare l’agonia della disillusione, germoglio appena sbocciato a cui la vita strappa ogni petalo, asilo fiorito che il vile di turno saluta in uno dei peggiori – e nel contempo uno dei più intensi – momenti di codardia di tutta la letteratura operistica. Poi il suicidio, di gran lunga il finale più caro a Puccini e al puccinismo, unica alternativa alla delusione sentimentale con cui la donna riscatta l’amante, coinvolta laonde appassionata, ma forte ancorché fragile. Solo scriverne provoca un groppo alla gola, figuriamoci godersela in teatro. E di godimento si può tranquillamente parlare perché con questa Madama Butterfly il Teatro Carlo Felice mette a segno, insieme al Simon Boccanegra dello scorso Febbraio, uno dei migliori spettacoli della stagione.

Allestimento sontuoso – non è facile suscitare quest’impressione quando il palcoscenico è talmente vasto – preso in prestito dall’Opera di Astana, dove la triade Amato-Frigerio-Squarciapiano, si legge nelle note di regia, firmavano la prima rappresentazione kazaka della tragedia pucciniana. Si intuiscono allora le ragioni, e viepiù si comprendono, di un taglio a tratti bozzettistico volto a dettagliare, con cura quasi didascalica, il fascino della realtà esotica, a due passi da quella erotica nell’immaginario maschile occidentale. Così, sospeso lungo un corso d’acqua di cui si intravede continuamente il riflesso, quasi si alludesse agli specchi adorati dalla dolce Cio-Cio-San, un praticabile ligneo accoglie il Giappone nell’eleganza della sua architettura e nella grazia della sua ritualità, ben identificati dalla monumentale scenografia di Ezio Frigerio e dai bei costumi di Franca Squarciapino – a voler essere proprio pedanti, le luci avrebbero potuto rendere meglio giustizia alla dialogica visiva –. Certo Butterfly non è una casa delle bambole ma il dramma più nudo che abbia riposato sullo scrivania di Puccini e Lorenzo Amato non manca di porre l’accento sulla carnalità dei personaggi – interessante Suzuki, osservatrice inerte e premurosa, che si ribella a Butterfly durante la celeberrima aria –, seppur ricorrendo talora a qualche soluzione prossima all’inciampare sul kitsch – stonano con lo stile della messinscena le proiezioni dello skyline americano durante l’intermezzo –. Precisate allora queste inezie che fuori dal perimetro recensorio si sarebbero risolte con una scrollata di spalle, lo spettacolo si lascia davvero ben seguire, anche corroborato da un risultato musicale di tutto rispetto.

Sicuramente positiva la concertazione del direttore artistico Giuseppe Acquaviva che, al netto di qualche scollamento tra buca e palcoscenico – le battute di Goro prima dell’arioso con coro iniziale, ad esempio – o durezza negli impasti strumentali – nel preludio soprattutto – guida i complessi del Teatro Carlo Felice senza crogiolarsi nell’infallibilità delle sonorità poderose, piuttosto approfondendo nel fraseggio orchestrale l’opulenza del materiale tematico, ora evocando il candore e la sensualità dei trafiletti orientaleggianti, ora esasperando il pathos laddove la tragedia si consuma tra trame cosmopolite e sfacciatamente pucciniane.

La prova della protagonista, Maria Teresa Leva, chiamata a sostituire l’annunciata Anna Pirozzi, è una prova in crescendo. La Leva rivela fin da subito una propensione all’involo lirico e febbricitante ma il primo atto soffre di alcune mende vocali: note fisse agli estremi della tessitura, filature talvolta laboriose e in definitiva suoni che rischiano di apparire tubati. Dissoltasi però l’utopia della geisha, il personaggio si apre in un canto determinato, forte di un volume considerevole, e il fraseggio acquista una squisita espressività drammatica che le vale tutti i riconoscimenti finali.

Non contento degli ardori che infiammano i lombi del duca di Mantova, Stafan Pop si avvicina al più viscido dei seduttori, e se ne appropria. A conti fatti, il suo debutto nel ruolo è felicissimo: acuti pieni che raggiunge e su cui sosta senza sforzo, colore accattivante nella sue screziature baritonali, squillo e vanagloriosa baldanza per costruire un Pinkerton gradasso che tuttavia non indugia a polverizzarsi nel fraseggio commosso e mortificato di «Addio fiorito asil». C’è ancora del lavoro da finalizzare in alcuni passaggi della scena iniziale o del duetto ma il ruolo dischiude lui incoraggianti prospettive.

Quindi Raffaella Lupinacci di cui si lodano la beltà delle qualità timbriche e la ferrea disciplina vocale. Fascino scenico, accenti nobili e ben scolpiti, uniti a un gran temperamento, in perfetto equilibrio nel finale di grande presa: la sua è una Suzuki di lusso. Meno convincente sotto il profilo vocale Stefano Antonucci che pur risolve Sharpless esaltandone la sincera compassione.

Completano il cast Marta Leung (Kate), Didier Pieri (Goro), John Paul Huckle (Lo zio Bonzo), Claudio Ottino (Yamadori/Il commissario imperiale), Roberto Conti (Yakusidé), Sofia Olivieri (La madre di Cio-Cio-San), Annarita Cecchini (La zia), Lucia Scilipoti (La cugina), Filippo Balestra (L’Ufficiale del registro). Dignitosa la prova del coro istruito da Francesco Aliberti.

Grande successo per la chiusura di stagione e caloroso tributo del pubblico che durante l’esecuzione non ha esitato nel manifestare affetto ai complessi e all’istituzione lirica locale. Addio fiorito asil. Anzi, arriverci.

foto Marcello Orselli


 

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