L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Federico Maria Sardelli

La chaconne del Re dei cieli

di Francesco Lora

I Te Deum di Charpentier e Lully, nella basilica di S. Barbara a Mantova, godono di una lettura di riferimento grazie a Federico Maria Sardelli, il coro Ricercare Ensemble e l’orchestra Modo antiquo.

MANTOVA, 25 novembre 2019 – Nell’attualità musicale italiana (e non solo) latitano (tra l’altro) tre indirizzi artistici: l’attività corale di livello quantomeno semiprofessionale e non legata al teatro d’opera; la pratica della musica sacra, di gran lunga sopraffatta da quella strumentale e teatrale; la proposta consapevole del repertorio sei-settecentesco, delegato a specialisti veri o presunti. Tutte e tre si ritrovano nel lavoro del Ricercare Ensemble, compagine corale con sede a Revere, nel Mantovano, e attiva da trentacinque anni sotto la direzione di Romano Adami: è composta perlopiù da amatori, ma con passione e coraggio non inferiori a quelli dei professionisti, e con il vivido corredo timbrico che si cercherebbe invano fuori d’Italia. Tre sono gli appuntamenti regolari a Mantova o dintorni, nel corso dell’anno, con almeno un concerto in ciascuna occasione: il programma di Natale, quello di Pasqua e – ghiottissimo, anche poiché più libero e ardito nella scelta delle musiche – quello delle “Meraviglie cantate / Cori a Palazzo”, gravitante di norma attorno alla festa di santa Cecilia.

A quest’ultimo fa riferimento la presente recensione, scritta giusto alla vigilia del concerto natalizio. Il giorno di santo Stefano, nella chiesa di S. Maria del Gradaro, stanno per essere eseguite le cantate BWV 131 e 140 e la Messa BWV 233 di Johann Sebastian Bach, con la direzione di Adami e il concorso dell’orchestra Accademia degli Invaghiti. Il 25 novembre scorso, saltando a tutt’altro àmbito, il Ricercare Ensemble è invece comparso nella basilica palatina di S. Barbara, con la direzione di Federico Maria Sardelli – negli anni sempre più stretto, illustre e avvalorante concertatore ospite – e con il concorso dell’orchestra Modo antiquo.

Preziosissimo – per ardimentosa idea, impegno tecnico e valore formativo – il programma presentato, incentrato su due poderose partiture vicine l’una all’altra come Castore e Polluce, o piuttosto come Caino e Abele: l’arcinoto Te Deum H.146 di Marc-Antoine Charpentier (ca 1688-92) e il capitale Te Deum LWV 55 di Jean-Baptiste Lully (1677). Entrambe le partiture furono concepite per il rito di ringraziamento della comunità gallicana durante il regno di Luigi XIV, un contesto ove la veste musicale dell’inno assumeva dimensioni e splendore ben maggiori rispetto all’uso italiano coevo. La versione di Charpentier – un francese filo-italiano – reca in sé la dottrina affettuosa e contrappuntistica della scuola romana, appresa da Giacomo Carissimi e inoculata a Parigi nel tentativo di addomesticare i connazionali all’uso della città papale; la versione di Lully – un italiano filo-francese – è invece l’impressionante manifesto retorico ove il Re dei cieli, nel momento della lode e dell’invocazione, è omaggiato con l’apparato musicale della corte di Versailles (danza di chaconne compresa).

L’esperienza d’ascolto, nella riverberante corsa di suoni da un tiburio all’altro della basilica mantovana, è la festa dell’intelletto. Il Ricercare Ensemble provvede entusiasta alle quattro parti del coro di ripieni, in Charpentier, e alla cinque del grand chœur, in Lully, giustamente anteponendo la formidabile grandeur declamatoria alla calligrafia di anacronistiche sfumature. Il canto solistico dei soprani Rui Hoshina ed Elena Bertuzzi, del controtenore Jean-François Lombard, del tenore Raffaele Giordani e del baritono Mauro Borgioni si fa invece carico qui delle parti di concerto e là del petit chœur, mostrando scaltrezza di filologica prassi diminutiva e di fonetica latina infranciosata. Quanto alla concertazione di Sardelli, fa arricciare ogni naso all’insù per compiacimento: è il solito capolavoro di erudita comprensione – non fantasiosa reinvenzione – intorno a composizioni con alta connotazione storica. Si allude non tanto al pittoresco ripristino del fragoroso bâton de direction – quello con cui Lully, battendo la misura, si ferì il piede e procurò la morte per cancrena – quanto alla lucida individuazione delle studiate proporzioni metriche, al riconoscimento delle frasi da pronunciare in tempo puntato e all’esaltazione di masse sonore opposte in perfetta prospettiva stilistica. Pur ridotta nel numero, la formazione strumentale del Modo antiquo sfavilla e ruggisce. Né manca, tra i due Te Deum, la divertita ma ingegnosa inserzione di un mottetto per due soprani, Jesu dulcis memoria, composto da Sardelli stesso nello stile francese degli eredi di Lully e specificamente nella forma di una passacaille; né manca ancora, a terminare la serata, un encore operistico: la Danse du grand calumet de la paix e il susseguente «Forêts paisibles» dalle Indes galantes di Jean-Philippe Rameau, ritmato complemento di genere musicale per una più ampia messa a fuoco della Francia di Ancien Régime.


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