L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Il fattore umano 

di Roberta Pedrotti

Roberto Prosseda sfida il pianista robot Teo Tronico fra Chopin, Mozart e Scarlatti per raccontare l'imprescindibile fattore umano nell'interpretazione musicale, nel passaggio dal segno scritto al suono. E alla fine, più delle sue velocissime cinquantatré dita, l'arma vincente della macchina è il suo sorriso: il fattore umano è sempre determinante, anche quando ci trae consepevolmente in inganno.

BOLOGNA, 2 luglio 2020 - Maledetta pareidolia! Anche quando saremmo tentati di trascurare il copione di battute e botta e risposta funzionali allo show, spunta l'istinto innato dell'animale che deve riconoscere il predatore o la preda nel fogliame, quell'istinto che fa oggi individuare al credente il volto del santo nella macchia di muffa, all'ufologo il viso umano nella roccia marziana. Oggi, basta mettere occhi con palpebre e soppracciglia mobili, un'arcata che somigli a una bocca, e se il pianista robot si volta e sorride al termine dell'esecuzione, va a finire che ti intenerisci e lo applaudi con condiscendenza. Aggiungiamo che l'aspetto del robot, la testa, i cingoli, richiamano un po' lo Wall-E Disney-Pixar, un po' Numero5/ Johnny5 di Corto Circuito e il gioco è fatto. Anche se non vuoi, anche se non è tanto il gioco delle parti uomo/macchina che ti interessa e sai benissimo che davanti hai solo un oggetto programmato per pigiare i tasti del pianoforte, il fatto che abbia qualcosa che riconosciamo come una faccia non ce lo fa più percepire del tutto come un oggetto, anzi, si arriva perfino a fare un po' il tifo per lui, quando ha svolto il suo compito meccanico, si volta e sorride. Maledetta pareidolia!

Per questa edizione un po' particolare del Festival Pianofortissimo, che riesce a non rinunciare al suo ottavo compleanno e si accoppia alla rassegna Talenti di Bologna Festival, il concerto/spettacolo di Roberto Prosseda con il robot Teo Tronico, creato da Matteo Suzzi, arriva al momento giusto. Dopo una chiusura che ha reso necessario filtrare la quasi totalità dei rapporti con l'esterno attraverso schermi e tecnologie, ora, cautamente, ci si riappropria dell'esperienza diretta con una serata dedicata proprio all'apporto umano, irripetibile, imperfetto, imponderabile all'interpretazione e alla fruizione dell'arte.

Piazza Maggiore è ancora lì, ad aspettare il crepuscolo e poi a salutarci, a fine concerto, illuminata nella notte. È ancora lì il cortile dell'archiginnasio con il suo carico barocco di stemmi nobiliari e accademici. È lì la brezza vespertina tagliata dagli amici volatili che si avvicendano ogni notte di concerto, fatta eccezione per gli invertebrati: zanzare, moscerini e pappataci latitano e di loro non sentiamo la mancanza. Le sedute sono distanziate, ci si alza e ci si avvicina solo con la protezione sul viso e non si stringono mani, niente baci e abbracci. Ma si conversa come sempre, ugualmente. Il modo migliore per preservare il fattore umano è preservarne la sicurezza.

Ma cosa è il fattore umano? L'argomento è immenso ed è ovvio che, per ragioni di spettacolo, la serata giochi molto su scambi di battute fra uomo e macchina sulla falsariga di un'infinita letteratura (qual è il primo essere artificiale immaginato dall'uomo? Il Golem? il gigante Talos?). Non meno inevitabile è che il tema del ruolo dell'interprete nell'espressione della musica sia svolto concentrandosi su alcuni punti cardine ben precisi, con confronti diretti e appositamente studiati fra le esecuzioni di Teo Tronico e quelle di Prosseda: il rubato, le dinamiche, l'articolazione metrica e ritmica, i colori, la velocità e la precisione. Intendiamoci, è chiaro che Teo Tronico possa fare tutto questo (quanto a precisione e velocità, poi, vince senz'altro) e che quel che ora non può fare, facilmente potrà farlo in futuro continuando a perfezionare la programmazione e le possibilità tecniche, come ha già dimostrato in questi anni l'aumento delle dita, il potenziamento del software, perfino l'abilità canora. Il punto, però, è che resta uno strumento e come tale esegue, non interpreta. O, meglio, necessita di chi interpreti per lui. Se glielo si chiede riproduce pedissequamente e perfettamente il solo segno scritto come nessun essere umano potrebbe mai fare, e dà quindi una misura di quanto l'interprete dia alla musica nel passaggio dall'inchiostro su carta alla vibrazione nell'aria. Se glielo si chiede, ed è emozionante, realizza dal vivo su strumenti moderni le incisioni su rulli di cartone di pianisti storici. Se glielo si chiede suona pezzi composti espressamente per lui, le sue decine di dita (attualmente 53) e la sua capacità di calcolo (il Volo del calabrone rivisitato da Alessio Manega, che Teo Tronico suona anche a velocità iperbolica al contrario), pezzi che non potrebbero fisicamente essere affidati a pianisti umani. Se glielo si chiede, appunto. Ma per chiederlo ci vuole un essere umano, quello senza cui la musica non si scrive, non si interpreta, non si ascolta. Quell'essere umano che nessuno streaming può sostituire e che bisogna incontrare dal vivo. La tecnologia, ricordiamocelo, non è che uno strumento, buono o cattivo a seconda del nostro uso o abuso. La tecnologia, ricordiamocelo, nel concreto non corrisponde alla nostra fantasia, e l'intelligenza artificiale che si sviluppa realisticamente nei laboratori non ha molto a che fare con Hal 9000, un cylon o Roy Batty, con C-3PO, R2-D2 o il Medico Olografico d'Emergenza. Chissà, magari in futuro si apriranno anche queste prospettive, ma per ora anche Teo Tronico è un sofisticatissimo strumento che risponde a un copione prestabilito, può fare cose strabilianti dal punto di vista meccanico e aiutare a illustrare mirabilmente alcuni concetti.

Solo che, a lato di tutte queste considerazioni su uomo e macchina, c'è una parte infantile di noi che, data una faccia allo strumento, quando sorride, sbatte le palpebre, aggrotta le sopracciglia, finisce per vederlo come uno splendido giocattolo, uno di quei giocattoli a cui da bambini si vuol dare un nome, regalare un'anima, offrire amicizia. Alla fine lo strumento matematico ci sorride e gli sorridiamo complici. Maledetta pareidolia!

foto Gianni Schicchi

 


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