L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Giustizia per Turandot

di Antonino Trotta

Il Teatro Regio di Parma inaugura la stagione 2019/2020 e celebra Parma Capitale della Cultura 2020 con un ottimo allestimento di Turandot: Valerio Galli inebria l’ultima partitura di Puccini mentre dal cast, perfettamente amalgamato, emergono le prove dei protagonisti Rebeka Lokar, Vittoria Yeo e Carlo Ventre.

Parma, 12 gennaio 2020 – Turandot si canta. È un’ovvietà, si sa, ma in un’opera dove tanti numeri musicali, preso atto anche dell’estrema popolarità del titolo, rischiano di degenerare in asettici numeri vocali, il pericolo di trasformare due ore di musica eccezionale in esibizioni da circo è sempre dietro l’angolo. Stavolta a Parma Turandot si canta, e molto bene.

Partiamo da Rebeka Lokar che, nel ruolo del titolo, avrebbe pure a disposizione tutto l’armamentario per saettare do che spettinano i capelli o li fanno ricrescere a chi non li ha più. Eppure ella non rinuncia a una solo segno del pentagramma, né tantomeno si crogiola sul canto plateale; piuttosto sviscera gli anfratti della partitura, riscoprendo nella varietà delle dinamiche tutta la caratura drammatica della protagonista. Se allora «In questa reggia» impressiona per la facilità, la naturalezza con cui il soprano sloveno affronta l’impervia scrittura – e solo questo è già oro che cola –, avvalorando così alla statura regale e aristocratica della principessa di gelo, è nei meravigliosi filati dell’implorazione al padre che smaschera Turandot per rivelare chi è in realtà a puntare quel dito che condanna. Dopo la morte di Liù, con la quale Turandot intavola un confronto a suon di eterei filati, Lokar da fuoco alle polveri in un finale che ripercorre repentinamente le stesse tappe emotive di una Butterfly – l’illusione e la disillusione amorosa, il ghiaccio che si scioglie in lacrime –, sfoggiando in toto quella vocalità rigogliosa, opulenta, sorprendentemente ricca e morbida che riempie il teatro e incolla alla poltrona.

Canta bene, anzi benissimo, anche Vittoria Yeo, qui quasi a ricordare qual è territorio d’azione in cui il soprano coreano riesce meglio a esprimersi – guadagnandosi, a onor del vero, i riconoscimenti più calorosi della serata –. Tanto sul piano vocale quanto sul versante scenico, la sua Liù convince ed emoziona appieno: descrive nel gesto composto, nel fraseggio garbato e quasi timoroso, l’umiltà del personaggio, la genuinità della sua natura, vittima sacrificale predestinata – ancora, nella lettura registica di Frigeni Liù, all’alba del terzo atto, si prepara con un rito all’immolazione –; esalta nell’incisività della sue smorzature tutta la forza d’animo della schiava, la tenacia e la caparbietà del suo amore, la potenza incendiaria di quella scintilla che scioglierà il cuore di Turandot.

Diviso tra le due primedonne, fa la sua figura il Calaf di Carlo Ventre, principe ignoto animato dalla sola, arida ambizione. Per sciogliere il cuore prima del pubblico, poi delle belle sul palcoscenico, gli basta davvero poco: qualche riuscita mezza voce per simulare il rapimento erotico, tecnica scaltra e squillo prepotente, il tenore uruguaiano interpreta il ruolo con sicurezza di mezzi e intenti. «Nessun dorma» infiamma letteralmente la platea e sebbene Ventre non manchi di spavalderia in acuto, il buon senso della misura e la tutto sommato compostezza dell’espressione proteggono il principe dagli scontati eccessi a cui purtroppo si rischia di abituarsi. Peccato per qualche passaggio poco fuoco nell’intonazione come l’attacco del primo finale.

Giacomo Prestia è un Timur autorevole. Fabio Previati, Roberto Covatta e Matteo Mazzaro si comportano bene nei ruoli di Ping, Pong e Pang. Corretti Paolo Antognetti (Timur), Benjamin Cho (mandarino), Marco Gaspari (principe di Persia), Lorena Campari (prima ancella) e Marianna Petrecca (seconda ancella). Ineccepibile la prova del Coro del Teatro Regio di Parma e del Coro di voci bianche Ars Canto Giuseppe Verdi, rispettivamente istruiti da Martino Faggiani e Eugenio Maria Degiacomi.

In questa ottima prova musicale gioca un ruolo pressoché decisivo la bacchetta di Valerio Galli, trascinante guida dei complessi della Filarmonica Bruno Bartoletti. Valerio Galli ama Puccini e in Puccini si fa amare: si fa amare per la cura che dimostra sempre di avere nei confronti dei cantanti, dei quali esalta allo sfinimento le qualità, nascondendo talora i difetti, e ai quali suggerisce fraseggi, respiri, agogiche, tinte; si fa amare per l’approfondita conoscenza della scrittura pucciniana, di cui valorizza ogni singola nota, ogni singolo strumento. Basta solo soffermarsi sull’utilizzo profondamente pittorico delle numerosissime percussioni, ovunque pronte ad amplificare il momento drammatico, sempre efficaci nel decorare quel mondo fiabesco e orientaleggiante entro cui Puccini immerge storie a dimensione d’uomo, per apprezzare quanto Galli sappia rendere giustizia a tutte le soluzioni del sublime dettato musicale che qui, più che mai, si incastrano come ingranaggi di una macchina teatrale spettacolare.

Pertanto non si avverte l’assenza di sontuosità nell’allestimento firmato da Giuseppe Frigeni – regia, coreografia, scene e luci – e completato dagli essenziali costumi di Amélie Haas. Non si sente la necessità della cineseria sbrilluccicante, della reggia o dei giardini perché Turandot non è né una favola né la speculazione di un Oriente oleografico ma, come si scriveva poc’anzi, un mondo fiabesco e orientaleggiante entro cui Puccini immerge storie a dimensione d’uomo. E nel taglio di Frigeni la dimensione carnale è quella di una materialità meschina giacché Calaf si serve di Liù e Turandot per ascendere al trono. Del resto l’uomo è un animale politico e se ciò in teoria sarebbe qualcosa di assolutamente nobile, talvolta la definizione di Aristotele rischia di impoverirsi e l’uomo, come in questo caso, di ridursi solo ad un animale incattivito dal potere. Calaf non è un eroe che fa simpatia, il bellimbusto ha appena perso il regno e lì ce n’è uno a portata di mano. Certo, occorre sangue freddo e stomaco d’acciaio per portare a compimento una simile rivalsa su Turandot – la illudo e la mollo, in poche parole –, ma in fondo dimostra già di esserne in possesso nel momento in cui si disinteressa del padre ritrovato e quando non muove un dito per salvare Liù dalle torture.

Fortunatamente in sala, di animali politici, ce n’è anche il migliore esempio: Sergio Mattarella onora la recita con la sua straordinaria presenza in occasione delle celebrazioni di Parma Capitale Italiana della Cultura 2020, in una giornata che non manca certo di emozioni. È il caso di dirlo: diecimila anni al nostro presidente!

foto Ricci/ Teatro Regio di Parma


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