L’ape musicale

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La diva delle macerie

di Luigi Raso

Edoardo De Angelis con lo scenografo Mimmo Paladino trasporta il dramma feroce di Tosca in una periferia degradata, mentre Donato Renzetti rispetto al dramma privilegia l'abbandono melodico. Gli applausi più convinti vanno alla protagonista Carmen Giannattasio.

Napoli, 22 gennaio 2020 - Dalla Roma papalina, in bilico tra ottusa oppressione poliziesca e splendori barocchi della Basilica di Sant’Andrea della Valle, degli affreschi di Annibale Carracci a Palazzo Farnese, a una degradata e anonima periferia moderna, idealmente vicina al martoriato territorio di Castel Volturno, terra nascosta all’occhio anche del Dio più benevolo: è questo l’humus dal quale, secondo la rivisitazione registica del cineasta napoletano Edoardo De Angelis, prende forma la vicenda di ribellione e morte di Floria Tosca.

L’eroina pucciniana è una donna tormentata, costretta a brancolare in un mondo buio e soffocante; Tosca combatte, soccombe: “può anche morire ma non può perdere”, dichiara il regista nelle note di regia.

Lo spazio scenico ideato da Mimmo Paladino è costituito da macerie di cemento armato disposte a mo’ di scheletro di croce per evocare la chiesa del primo atto; lo studio di un alchimista con eterogenei oggetti accatastati sullo sfondo, una lunga tavola apparecchiata e un coccodrillo imbalsamato pendente dal soffitto alludono, per Mimmo Palladino, alla forza divoratrice di Scarpia. Infine, nel terzo atto la scena è dominata dalla statua decapitata dell’Arcangelo Michele che domina Castel Sant’Angelo scaraventata a terra, contornata da un cielo stellato, abitato da stelle e cifre arabe.

Installazioni, quelle di Mimmo Paladino, emblema di un mondo dominato dalle tinte scure, ben poco rischiarato dalle luci di Cesare Accetta.

In questa notte senza alba la regia di De Angelis fa apparire i “battenti” dei Riti settennali di Guardia Sanframondi (manifestazione religiosa di suggestione pari alla truculenza che si svolge ogni sette anni nel paese in provincia di Benevento), di camorristi vestiti in stile Gomorra, un pittore di comprovata fede giacobina e una conturbante cantante in elegante abito da sera: un mix di stili e di epoche che si riflette, ovviamente, nei costumi di Massimo Cantini Parrini, dominati anch’essi da tinte scure e con cadute di gusto - deliberate - nel disegnare gli abiti di Scarpia e dei suoi scagnozzi, contemporanei killer camorristici.

Malgrado l’ambientazione eterodossa, lo spettacolo di Edoardo De Angelis non possiede quella forza dissacrante che anticipazioni di stampa e alcune dichiarazioni del regista avevano fatto prefigurare. Si ricordano alcune trovate registiche: il cane al guinzaglio di Scarpia - sul cui impiego in scena la sovrintendente ha fornito precisazioni sul canale social del San Carlo - diviene il naturale corredo di un capo della polizia che si presenta come un rozzo camorrista, spregiudicato e sanguinario e la stessa fucilazione di Cavaradossi è rappresentata come una vile esecuzione camorristica, con due killer che sparano sulla vittima inerme. Il Te Deum che chiude il primo atto, pur con la suggestiva processione dei “battenti”, non acquisisce quella potenza drammaturgica che la musica di Puccini richiede, né si percepisce immediatamente lo stridore tra la celebrazione liturgica e il contemporaneo delirio erotico di Scarpia. Edoardo De Angelis, al suo esordio alla regia lirica, ha comunque l’indiscutibile merito di impostare una recitazione efficace e teatralmente convincente.

Sul versante musicale la direzione di Donato Renzetti, coadiuvata da un’orchestra in buona forma, sembra indecisa nella scelta tra l’esaltazione del registro lirico della partitura o quello, specialmente nell’infuocato secondo atto, più drammatico: il risultato è una direzione corretta, che assicura l’equilibrio tra palcoscenico e orchestra, ma che appare priva di quella tensione emotiva che la partitura di Puccini pur richiede, preferendo abbandonarsi alla innata e immediata malia delle linee melodiche.

Molto bene il coro guidato da Gea Garatti Ansini, sia nel poderoso e compatto Te Deum sia nella Cantata fuori scena del secondo atto.

Degna di nota la breve partecipazione nel primo atto del Coro di Voci Bianche affidato alle cure di Stefania Rinaldi.

Del cast si impone la Tosca di Carmen Giannattasio: la sua è una donna appassionata, che, immersa in un contesto degradato e soffocante, anela alla fuga. Il soprano campano risolve egregiamente le difficoltà della parte, ha voce corposa, benché a tratti tenda ad apparire irrobustita nel registro medio e grave, e una linea di canto sicura, dal fraseggio appropriato. Intenso, nell’intimo ripiegamento interiore, il Vissi d’arte, staccato da Renzetti con un tempo estremamente lento.

Il Mario Cavaradossi di Fabio Sartori sfoggia una corposità vocale ragguardevole, una linea di canto omogenea, acuti ben tenuti e proiettati che esaltano il lato eroico del giovane pittore a discapito della vena lirica che avrebbe meritato maggiori attenzioni e sfumature.

La vocalità di Enkhbat Amartuvshin stupisce per potenza sonora, omogeneità nell’intera tessitura, timbro brunito ricco di armonici, ma della sottile e melliflua perfidia di Scarpia c’è poco o nulla, rimanendo allo stato di abbozzo il ritratto di una delle più potenti e seducenti incarnazioni del male nel teatro in musica.

Renzo Ran, nei panni di Cesare Angelotti, ha voce grande ma alquanto cavernosa; Matteo Peirone è un efficace Sagrestano, così come lo Spoletta di Francesco Pittari e lo Sciarrone di Donato Di Gioia; bene anche Carmine Durante nella brevissima parte del Carceriere.

Il Pastore in questa produzione viene scisso nella figure di due angeli che si dividono musica e ali: Lorenzo Narcisi e Dahami Chetana Perera sono bravi nell’intonare lo stornello che dovrebbe accompagnare l’alba romana.

Alla fine, il teatro, gremito in ogni ordine di posti, decreta il successo per tutti, con qualche sparuto dissenso per gli artefici dell’aspetto visivo e registico dello spettacolo; alla protagonista Carmen Giannattasio vengono riservati gli applausi più convinti.


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