L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Nel castello dei destini incrociati

di Roberta Pedrotti

G. Rossini

Matilde di Shabran

Florez, Peretyatko, Bordogna, Alaimo, Orfila, Goryachova, Chialli, Romano, Misseri, Rosati

direttore Michele Mariotti

regia Mario Martone

Orchestra e coro del Teatro Comunale di Bologna

Pesaro, Rossini Opera Festival, agosto 2013

2 DVD Decca 074 3813, 2013

Al primo impatto Matilde di Shabran può apparire come un'opera accattivante, eccessiva, travolgente, ma di poca sostanza drammaturgica, con personaggi schematici, privi di un'evoluzione plausibile. Eppure nel gioco imprevedibile della verosimiglianza, è proprio il suo essere surreale e sovraccarica a renderla credibile. Una straniante metaopera che riunisce tutti i topoi seri, buffi e semiseri e che risulta per questo rossiniana come poche altre, quasi sperimentale. Gli altri titoli semiseri del pesarese, siano romanzeschi e avventurosi (Sigismondo, Torvaldo e Dorliska e L'inganno felice, che poi è una sorta di Sigismondo in miniatura), borghesi e quotidiani (La gazza ladra) o esotici (Adina) presentano sempre un certo equilibrio generale, un tono sentimentale e lirico che può toccare vertici tragici quando la vita dei protagonisti è messa in pericolo o, viceversa, stemperarsi in quadri brillanti e di carattere, soprattutto per la presenza tipica di un qualche buffo servitore. In Matilde, invece, non c'è alcuna ricerca d'un tono medio, non si compone un romanzo gotico d'avventura o un dramma borghese a lieto fine, bensì si assemblano giustapponendoli diversi canovacci (principalmente quello del misogino corretto e della giovane innocente condannata a morte dal tiranno e salvata in extremis) e diversi topoi tragici e comici, dall'eroismo melanconico del contralto en travesti alla miseria del poeta basso buffo. Rossini sviluppa come musica drammatica pura, avulsa quasi da un tessuto logico, l'espansione dei numeri chiusi delle opere serie napoletane, con un quintetto di più di venti minuti cui segue un finale primo di pari durata, comprensivo di un cambio scena a vista, esattamente come nel terzettone di Maometto II. Tre ore e quaranta di musica si dividono in soli tredici numeri e di questi appena cinque sono arie solistiche, un rondò finale per la protagonista, due a testa per Isidoro ed Edoardo, figure che per motivi diversi – prigioniero l'uno, poeta girovago e quindi estraneo l'altro – si distinguono dalla corte di Corradino e che, nella rivoluzione scatenata dall'arrivo di Matilde, saranno coinvolti in misura diversa, a loro volta motori, più o meno evidenti, del ribaltamento dello status quo. Questa costellazione di personaggi è retta da rapporti ben più sottili di quanto una lettura superficiale possa suggerire, e l'opera è forse meno buffa di quanto non sembri, anche senza prendersi troppo sul serio, o forse proprio per questo. È il castello dei destini incrociati del belcanto, dove caratteri, affetti, voci e topoi si intrecciano, si confrontano, portano all'eccesso le loro peculiarità tipiche e, giunti sul limite, possono rivelare inedite sfaccettature.

Di questo castello è proprietario Juan Diego Florez, che come Corradino s'impose ventitreenne all'attenzione globale nella ripresa pesarese dell'opera nel '96. Domina la parte come nessun'altra, la veste come una seconda pelle, la voce svetta libera attraverso tutte le asperità virtuosistiche e si piega a tutte le intenzioni di un'interprete sicurissimo negli eccessi e nei repentini mutamenti del “fatal Cuor di Ferro”. Se un difetto si potrà trovare sarà proprio dalla spavalda disinvoltura che occasionalmente lo porta a eccedere nel sottolineare ciò che è già di per sé esagerato (in particolare il concertato “Dallo stupore oppresso”, in cui la stralunata comicità dell'improvviso turbamento amoroso del misogino non ha bisogno d'essere enfatizzata da troppe smorfie), ma si tratta comunque di scelte personali non illegittime nell'ambito di una prestazione eccellente. Come eccellente è tutto il cast di quest'opera che la supremazia dei pezzi s'assieme rende indiscutibilmente corale e caleidoscopica. Olga Peretyatko ha il physique du rôle e la personalità ideale per essere una Matilde dall'irresistibile, determinata femminilità. La voce pare maturata, più piena nel centro, le variazioni sono tutte pertinenti e di ottimo gusto, le scene di seduzione del primo atto e il rondò finale soprattutto le permettono di mettere in luce le sue qualità migliori, protagonista credibile, convinta e convincente. Paolo Bordogna fa di Isidoro finalmente un personaggio e non una macchietta: lo analizza nella sua umanità, seriamente, e il cliché del poeta squattrinato diventa quasi una riflessione politica sull'artista, che spesso non è considerato un vero lavoratore e, dopo tanti complimenti, nel concreto non riceve sempre trattamenti e compensi equi (“alla fine del canto | gran resate gran brave... e nfratanto | po dijuno”). L'artista deve scendere a compromessi con il potere per sopravvivere, ma deve anche fare i conti con la coscienza. È un Isidoro meno remissivo e più sfaccettato, più profondo di quanto non fossimo abituati ad ascoltare. Anche l'Aliprando imponente ma bonario di Nicola Alaimo colpisce per l'acume musicalissimo con cui calibra accenti, colori, fraseggio per delineare l'autorevole medico di corte, altro uomo di cultura – di scienza, in questo caso – determinato a temperare gli eccessi del tiranno e, pur se talora scettico, a favorire la rivoluzione gentile di Matilde. Severo guardiano, ma anche complice divertito e ironico di Bordogna e Alaimo è il Ginardo di Simon Orfila; Chiara Chialli si immedesima alla perfezione in un'insidiosa, ma grottesca Contessa d'Arco. Anna Goryachova, alle prese con Edoardo, cui spettano due arie una più bella e difficile dell'altra e il magnifico duetto con Corradino, è aiutata da una ripresa audio particolarmente attenta alle voci e risulta quindi ben udibile in tutta l'estensione, ma l'impressione destata in teatro non muta: nel grave tende a parlare, il suono non è ben sostenuto e naturale, mentre la voce si rinfranca salendo, anche se l'acuto, probabilmente per lo sforzo di tessiture troppo basse per lei, risulta stanco e poco controllato. La coloratura e il medium non mancano d'interesse e nel complesso s'inserisce bene nello spettacolo, ma la prova resta interlocutoria per la valutazione di una cantante non ancora ben inquadrata nel giusto repertorio, con la migliore organizzazione vocale. Una lode va infine, pur nell'esiguità della parte, a giovani meritevoli d'attenzione come Marco Filippo Romano (Raimondo Lopez) e Giorgio Misseri (Egoldo). Ottimo il coro del Comunale di Bologna, come l'orchestra e il continuo ai recitativi realizzato da Giulio Zappa e Roberto Cima.

Sul podio c'è Michele Mariotti, e in questo repertorio non potrebbe darsi di meglio. La sua capacità di respirare con il canto e mantenere la tensione, il passo teatrale è quasi simbiotica con la sua personalità di musicista che non trascura una sola nota, ma sa dare un senso, un colore ad ogni dettaglio. Soprattutto, compie delle scelte, anche minute, anche impercettibili, ma nette e mai gratuite, per conferire nobiltà, dignità, spirito e suggestione alle pieghe più intime della partitura. Facile sarebbe soffermarsi sull'ouverture, o sulla grande introduzione all'aria di Edoardo nel secondo atto, mentre è proprio nei momenti dove l'accompagnamento rischia di farsi più meccanico, nei concertati, nelle strette che ci rendiamo conto con ammirazione che mero accompagnamento non è, non ha nulla di banale, ma è sempre vivo come un'ulteriore voce, come un indispensabile elemento, mobile, colmo di colori e chiaroscuri, della drammaturgia musicale. Senza svelarci quale sia necessariamente la strada giusta ecco dunque che Mariotti ci illumina un cammino affascinante attraverso il labirinto di quel monumento surreale che è Matilde, dove un tenore collerico, un soprano seduttore, un buffo, un eroe contralto, un basso e un baritono brillanti, un mezzosoprano antagonista si ritrovano improvvisamente riuniti fra duetti e concertati di proporzioni e complessità sempre crescenti.

Il labirinto, in questo caso, è costituito concretamente dal moto intrecciato di due scale a chiocciola concentriche, splendida invenzione scenica di Sergio Tramonti che Pasquale Mari illuminava da par suo. Splendidi i costumi di Ursula Patzak e azzeccatissima la regia di Mario Martone nel concertare l'azione corale nel lasciare spazio a personalità sceniche spiccate e perfettamente affiatate. Il serio e il buffo senza stemperarsi a vicenda si esaltano reciprocamente nel gioco dei contrasti, eppure non abbiamo mai la sensazione di squilibrio o di tinte troppo forti, viceversa lo spettacolo trova una sua essenziale cifra stilistica che lascia debito spazio all'esplosione di questa pirotecnica drammaturgia musicale.

Da questo punto di vista dispiace solo che la ripresa video non sia all'altezza dell'audio, davvero eccellente nel rendere sia i dettagli orchestrali sia le voci, tutte sempre nette e udibili come non sarebbe realistico pensare in teatro, con un equilibrio complessivo assolutamente godibile all'ascolto. Al contrario le immagini sono in definizione digitale troppo bassa, trasformando nei campi medi e lunghi gli effetti di luce in sgradevoli macchie di colore. Un vero peccato: i tecnici del suono della Decca sono all'altezza della loro fama, ma non possiamo dire altrettanto del settore video, in questo caso.

Dal punto di vista editoriale si tratta di un prodotto di alto livello nell'impostazione: basta consultare la locandina e l'elenco delle tracce, dettagliatissimo, scandito precisando i numeri di partitura e i personaggi coinvolti per sorridere di compiacimento e soddisfazione. Proprio per questo, però, alcune sviste si fanno notare: libretto e copertina annunciano, per esempio, nella piccola parte di Rodrigo Ugo Rosati, mentre i titoli nel filmato indicano Luca Visani (fra i due, che si alternavano nelle recite pesaresi, è il primo ad apparire effettivamente nel DVD); soprattutto, non si precisa che per la prima volta a Pesaro si è deciso di eseguire l'introduzione nella prima versione romana e non in quella, ormai consueta, napoletana. Quest'ultima stesura è, nel complesso, preferibile, giacché Rossini, per il debutto dell'opera, affidò a Pacini diversi numeri che, invece, per la ripresa partenopea (nella quale la parte di Isidoro fu tradotta in dialetto) sostituì con altri di suo pugno, inserendo anche il bellissimo e inedito duetto Corradino-Edoardo in luogo dell'aria del tenore, tratta da Ricciardo e Zoraide, e attribuendo a Edoardo la splendida "Ah, perché, perché la morte" (in origine appannaggio del di lui padre Raimondo, ruolo infine affatto marginale). Ma se le due versioni presentano gli stessi versi nell'introduzione, a Napoli ne cambiò la distribuzione, riducendo il contadino Egoldo a corifeo e inserendo Aliprando già nel primo numero. La stesura romana invece sembra più completa e coerente dal punto di vista drammaturgico, con Egoldo che guida i compagni alla scoperta del castello e viene sorpreso e terrorizzato da Ginardo, cui spetta l'onore della completa esposizione degli orrori del nobile Cuor di Ferro, mentre sarà più solenne l'ingresso del medico direttamente nel Quartetto successivo, per salvare Isidoro e annunciare l'imminente arrivo di Matilde, sua protetta. L'elenco delle tracce, il saggio introduttivo e il riassunto dell'opera non fanno menzione di questa variante e seguono la versione napoletana generando qualche confusione.

Fatte salve queste imperfezioni (maggiore è il prestigio di etichette e locandine, maggiori sono le aspettative), si tratta comunque, giova ribadirlo, di una pubblicazione di assoluto rilievo, un documento che nel proporre l'unica edizione ufficiale in video dell'opera ne offre anche l'esecuzione di riferimento, forse la migliore, soppesando tutti gli elementi le potrebbe contendere il primato solo la riscoperta del '96, mai eseguita nell'ultimo secolo. Da non perdere, dunque.


 

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