L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Sul cammino di Reims

 di Roberta Pedrotti

Una mostra itinerante passata da Ferrara a Bologna - sperando in nuove tappe future - ci ricorda la riscoperta del Viaggio a Reims, paradigma imprescindibile dell'universo artistico e intellettuale che gravita intorno alla Rossini Renaissance e ha segnato la storia del teatro e della musica.

L'11 marzo 1829 Felix Mendelssohn dirige a Berlino la Mattheus Passion di Bach. La data rimane nella storia della musica come una delle più significative del XIX secolo, punto di partenza della rinascita dell'interesse per il Kantor di Lipsia, paradigma dell'approccio ottocentesco al repertorio precedente.

Il 18 agosto 1984 Il viaggio a Reims di Rossini torna in scena all'Auditorium Pedrotti di Pesaro. Le prime rappresentazioni del giugno del 1825 erano state anche le uniche, poi l'oblio, parzialmente interrotto da due rielaborazioni apocrife (Andremo a Parigi? per le barricate del 1848 e Il viaggio a Vienna per le nozze di Franz Joseph con Elisabeth di Baviera nel 1854), in un'aura di leggenda parzialmente animata dalla circolazione di un falso, la cosiddetta Ouverture del Viaggio a Reims, ch'è in realtà assemblata dai ballabili di Le siège de Corinthe. Non si tratta dell'unica riscoperta di un'opera perduta nell'arco del secolo scorso, ma la rinascita del Viaggio a Reims è nel XX secolo quel che la Mattheus Passion diretta da Mendelssohn è stata nel XIX. Segna il culmine della Renaissance di un autore, un punto di non ritorno di spettacolare evidenza. È l'incontro di straordinarie forza artistiche, chiamate non solo a interpretare, ma a ricreare dal nulla qualcosa di sepolto da centosessant'anni. È la punta di diamante del lavoro di riscoperta del sommerso rossiniano attuato di concerto a Pesaro fra Fondazione e Festival e resta esemplare di una precisa filosofia della ricerca e della ricostruzione dell'opera.

Sono trascorsi venticinque anni più che mai val la pena di parlare del Viaggio a Reims e del mito della sua rinascita, non per venerare, ma per mantenerne la consapevolezza storica. La cavalcata trionfale del Viaggio a Reims portato da Ronconi e Abbado da Pesaro a Milano, Ferrara, Vienna fu la cavalcata trionfale del “Rossini allo stato puro” come lo definisce Gianfranco Mariotti. Nato per l'incoronazione di un sovrano ormai anacronistico e destinato a durar poco (portando peraltro, con la fine del suo regno, non pochi problemi contrattuali a Rossini, tanto da farsi concausa del suo silenzio teatrale dopo il Guillaume Tell), Il viaggio a Reims incorona finalmente Rossini nuovamente al posto d'onore dell'Olimpo musicale, tanto che anche Placido Domingo vuol far parte del gioco e in una recita ferrarese impersona – a sorpresa – proprio Carlo X nel corteggio regale.

Claudio Abbado trovò nel carattere metateatrale della cantata scenica che si fa commedia allegorica e nonsense il terreno ideale per la sua visione condivisa, cameristica della musica come reciproco scambio e ascolto. Ronconi firmò un capolavoro di autoironia, in cui trovava perfetta collocazione la sua poetica dell'astrazione e della macchina scenica, portando forse per la prima volta la proiezione in uno spettacolo d'opera: di certo non s'era mai vista prima una tale interazione fra interno ed esterno, fra cantanti/attori e schermi, e se anche fu la necessità ad aguzzare l'ingegno (l'evento aveva rilievo tale che la sede deputata dell'Auditorium Pedrotti non poteva non risultare troppo angusta ed esigere almeno una proiezione all'esterno), l'esito superò ogni aspettativa, ogni precedente, ogni mera necessità pratica.

“Son io che vi fa scaltri” potrebbe sogghignare Rossini, oggi, rubando “con garbo e a tempo” i versi di Boito per Verdi. La cavalcata del Viaggio a Reims impone il giovane Rossini Opera Festival per quell'esperienza fenomenale che continua a essere alla soglia dei quarant'anni, un'esperienza sempre viva di sperimentazioni, ricerca, inciampi e trionfi. Scrive la storia del teatro e scrive la storia dell'interpretazione musicale, radunando sotto la bacchetta del Divo Claudio alcune delle voci più rappresentative del momento, che in alcuni casi (Lucia Valentini Terrani/ Melibea, Cecilia Gasdia/ Corinna, Ruggero Raimondi/ Don Profondo, Enzo Dara/ Trombonok) sembrano identificarsi in maniera insostituibile con i loro personaggi. Ma il mito non si spegne: Il viaggio a Reims, anche senza Abbado e non necessariamente nello spettacolo di Ronconi, trova nuovi volti e nuove voci a incarnare l'eterna allegoria europea, mentre i giovanissimi che nel 1984 ricoprivano ruoli minimi (Bernadette Manca di Nissa era Modestina, William Matteuzzi era Gelsomino ma tornerà come Belfiore nel 1992) compivano la parabola delle loro carriere rossiniane. Nuove stelle vi si avvicendano, dopo quelle del 1984, la partitura, per l'ampiezza del cast con la possibilità di un momento di gloria ben circoscritto per una decina di prime parti, diventa anche banco di prova prediletto per progetti dedicati ai giovani, primo fra tutti quello dell'Accademia Rossiniana di Pesaro fortemente voluto da Alberto Zedda e trampolino di lancio di almeno una generazione di belcantisti. E se Zedda fece della cantata per Carlo X il nido da cui far spiccare il volo ai suoi giovani pupilli dal 2001, la celebrazione dei gigli borbonici ricorda i raffinati studi di Bruno Cagli sui rapporti fra Rossini e le case reali di Napoli e Parigi, mentre la ricostruzione del testo a cura straordinaria di Janet Johnson avviene sotto l'ala del nume tutelare Philip Gossett. Ecco che nella rinascita del capolavoro perduto si ritrovano gli ingegni dei tre alfieri rossiniani recentemente scomparsi. Ritroviamo la musicologia pratica, storica, speculativa, la filologia del testo e della sua ricostruzione - con operazioni d'integrazione anche radicali - come quella della prassi esecutiva, ma anche l'analisi critica che rinnova l'interpretazione della modernità, che s'incarna in uno spettacolo all'avanguardia perché in Rossini si riconosce una poetica d'avanguardia, arguta, ironica, perturbante.

La riscoperta del Viaggio a Reims è un pezzo di storia della musica, del teatro, del pensiero critico; un pezzo di storia che, come l'essenza stessa della musica, s'imprime nella memoria ma si dissolve nel momento stesso in cui prende vita. L'esposizione accolta dal Museo della Musica di Bologna dal 28 marzo al 5 maggio sceglie il filtro silenzioso delle immagini per rievocarlo. Sono gli scatti di Marco Caselli Nirmal per le recite ferraresi del 1992 a testimoniare, mute e intense, un mondo di suoni, di risate, complicità, studio, entusiasmo, ricerca. A testimoniare il laboratorio di musicologia applicata varato dal Rossini Opera Festival e dalla Fondazione Rossini che gioiosamente riportava alla luce il suo santo Graal.

Fa una certa impressione incontrare da vicino la diligenza che, ribaltandosi, disperdeva il prezioso bagaglio della Contessa di Folleville salvando il solo cappellino. Poi si sorride con un pizzico di commozione, assorti nei pensieri che si affollano fra i volti degli artefici dello spettacolo mitico, in scena e dietro le quinte. E ricordiamo che dietro al mito c'erano uomini e donne, che alcuni di loro non ci sono più, ma ci hanno lasciato qualcosa di grande, la testimonianza di un cammino che abbiamo il dovere di conoscere, sul quale abbiamo il dovere di riflettere, da quale abbiamo il dovere di ripartire ogni giorno.

Dopo le immagini esposte, lo fissa bene nella mente il catalogo della mostra, che non solo presenta un ricco apparato iconografico (non limitato alle sole recite ferraresi), ma soprattutto offre alla lettura le considerazioni di Gianfranco Mariotti, fondatore e per trentotto anni sovrintendente del Rossini Opera Festival, la testimonianza di Vittorio Emiliani, presidente della Fondazione Rossini dal 1990 al 1995, i ricordi di Giovanna Buzzi, allora giovanissima assistente ai costumi, di Cecilia Gasdia e di Alessandra Abbado, figlia del maestro, oltre agli scritti delle curatrici dell'esposizioni, Roberta Cristofori e Giuseppina Benassati. Anche solo per alcune di queste righe può valere la pena di non perdersi questo volumetto.


 

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