L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Replica dell'autore (e risposta del direttore)

 

In merito alla recensione relativa al volume La censura sulle opere di Verdi riceviamo dal professor Gabriele Moroni e pubblichiamo:

Nella recensione al mio volume La censura sulle opere di Verdi ho potuto notare errori, come anche considerazioni decontestualizzate quando non manifestamente errate. Preciso innanzitutto che sono indicati in maniera errata il titolo (che è La censura sulle opere di Verdi, e non di Giuseppe Verdi) e il nome dell’autore (Gabriele Moroni, non Giuseppe).

A proposito di Giovanna d’Arco l’autrice della recensione, Roberta Pedrotti, si stupisce che «accarezzando le manomissioni al testo di Giovanna d'Arco si faccia riferimento solo all'omissione del nome di Maria», e riporta nuovi esempi (ne avrebbe potuti portare pure altri). Devo precisare che nella sezione del volume dedicata a Giovanna d’Arco, che comprende due pagine e mezzo e non due righe, ho inserito diversi interventi della censura; nonostante la grande quantità di dati riportati nel volume, non mi sono però proposto un impossibile obiettivo di completezza, né mi interessava fare un banale repertorio. Tanto per essere chiari, il puro elenco di modifiche e manomissioni nelle diverse versioni di Rigoletto comporterebbe almeno un libro come il mio; nel capitolo dedicato alla diffusione delle opere di Verdi, trattando I masnadieri ho tagliato due pagine del “manoscritto”, perché la lettura sarebbe diventata pesante e lo scopo era comunque raggiunto. Qual era lo scopo? E’ indicato addirittura nella Quarta di copertina, dunque con tutta evidenza: spiegare i risultati della censura attraverso le leggi e i regolamenti che ne erano alla base. Non è poi così difficile elencare i diversi passi censurati: è un esercizio che ho riscontrato molto spesso. Ben più impegnativo e delicato è interpretarli, spiegare perché la censura ha effettuato quella scelta, collegando il passo ai regolamenti (se disponibili), ai censori (se noti), alla temperie storico/politica e addirittura alla situazione locale. Mi dispiace che la giornalista non si sia resa conto di questo, si sarebbe potuta risparmiare la sorpresa.

Condivido però il suo stupore, anche se per ragioni opposte, a proposito del mancato inserimento della frase «… tua sorella e del vino» (censura su Rigoletto). Come ha fatto a non accorgersi che la frase è riportata in esergo nella Prefazione? Soprattutto come ha fatto a non accorgersi che la questione è discussa a pagina 57, quando si parla dei casi veri o possibili di autocensura? Potrebbe dirci quali pagine ha letto?

A proposito dell’elenco dei Titoli originali e alternativi delle opere verdiane, la giornalista lamenta il fatto che non sia stata fornita alcuna annotazione, visto che «… a casi dovuti a documentate censure (Orietta di Lesbo per Giovanna d'Arco, Viscardello o Clara di Perth per Rigoletto) si mescolano semplici abbreviazioni (Nabucco per Nabucodonosor) …» Chiunque arriva al fondo del libro s’imbatte in una grande quantità di titoli modificati; si accorge anche, però, che era possibile avere testi brutalmente corretti nonostante fosse mantenuto il titolo originario (cito tre esempi: Ernani, I masnadieri, Rigoletto). Fornire un elenco di titoli modificati per censura avrebbe falsato il problema, e pertanto ho deciso di attuare un elenco come quello realizzato (sempre integrabile), convinto della sua utilità. Una volta stabilito il criterio, quanto mai chiaro dal titolo del paragrafo, non potevo che comportarmi di conseguenza, anche aggiungendo una sola consonante ad un titolo. A proposito di Nabucodonosor e della sua «variante abbreviata» Nabucco, la giornalista vuole forse sostenere che l’opera, sotto ambedue i titoli, non conobbe censure?

In questa recensione che si occupa principalmente del capitolo Verdi e la censura (si veda la frase «Assunto di base», che in realtà è alla base di quel capitolo), e a poche altre pagine, «lo stile» del libro è stato definito «per lo più compilativo» e pertanto, come vuole il vocabolario, «non originale». E’ certamente vero che non potevo inventarmi né ignorare lettere di e a Verdi (che tra l’altro ho tagliato ove possibile per non appesantire il ritmo del volume), ma vorrei umilmente far notare, e qui cito solo alcuni esempi, che forse per la prima volta si è tentata una definizione del termine «censura teatrale», il cui significato è normalmente dato per scontato nei tanti saggi che lo trattano; si è spiegato come i governi potessero sostenere con un impeto senza precedenti l’edificazione di nuovi teatri e allo stesso tempo pretendere censure severe; si è ricostruita, per quello che è possibile, la trama dei soggetti coinvolti nel lavoro di censura, ancora lacunosa dopo oltre un secolo di studi su Verdi; sì è collegato per la prima volta il noto giudizio di Belli su Viscardello ad una precisa stagione teatrale; si è spiegato il senso della firma del governatore militare von Gorzkowski al divieto de La maledizione; sono stati individuati, inseriti e spiegati documenti d’archivio inediti; per la prima volta sono stati stampati regolamenti sulla censura. Come giudica la giornalista il capitolo La diffusione delle opere di Verdi, sul quale non ha scritto praticamente nulla? Dedicato ad un fenomeno veramente spettacolare e poco noto, evidenzia la censura sulle opere già approvate dove possiamo trovare, come in un gioco di matrioski, censori che correggevano lavori censurati che erano a loro volta il frutto di censure precedenti, opere censurate nella stessa piazza in cui erano state approvate qualche anno prima, differenze di censura tra città nello stesso Stato e distanti 40 chilometri.

I censori, che pure erano censori, erano nella maggior parte dei casi personalità di grande cultura, spesso poeti o scrittori, leggevano i testi da cima a fondo ed avevano un grande rispetto verso gli autori, da Verdi in giù. E’ triste, molto triste, vedendo come è stato esaminato questo libro, trovarsi a rimpiangere la censura austriaca.

 

Gabriele Moroni

 

E, di seguito, la risposta del direttore della testata e autrice della recensione

 

Spettabile prof. Moroni,

come potrà vedere la svista riguardo il suo nome di battesimo e la presenza di quello di Verdi nel titolo è stata prontamente corretta (tra l'altro evidente, penso, anche a ogni lettore, essendo pubblicata anche in calce all'articolo l'immagine della copertina!). In questo caso la ringrazio della segnalazione.

Per quanto riguarda il riferimento a Rigoletto a pag. 57 faccio naturalmente ammenda: ha ragione, il caso celeberrimo non è passato sotto silenzio, bensì citato come esempio nel trattare di casi di autocensura. Capisco il suo disappunto, ma non si tratta della mancata lettura di parti del volume, bensì di una ragione molto più banale: leggendo il caso della censura romana ("una stanza"/"da sedere") mi sono stupita che si censurasse una forma già censurata, con un eccesso di malizia davvero notevole; così sono andata a rileggere il capitolo dedicato, appunto a Rigoletto ed Ernani (pp. 63-72) e, quindi, a riscorrere il resto del volume. L'incriminata pagina 57 era stata addirittura oggetto di diversi appunti a matita che hanno distratto la mia attenzione. Chi si occupa di archivi e filologie saprà che gli errori possono avere le origini più diverse e insidiose. L'importante è riconoscerli ed emendarli, cosa che non mi da nessun problema.

 

Per quanto riguarda le altre sue osservazioni, le vorrei far presente che nella mia recensione faccio più volte riferimento alla panoramica globale che il volume getta sulla storia della censura. Non credo lesivo del suo lavoro né l'affermare che la lettura "stimola l'appetito" verso nuove ricerche (anzi), né che lo stile "compilativo" sia un'offesa (almeno, ai miei tempi una tesi di laurea "compilativa" era considerata anche una rispettabilissima e spesso utilissima ricerca di documenti, messi a confronto e contestualizzati), tanto più che lei stesso contina a riconoscere di aver voluto appunto dare il più possibile voce ai documenti, alle lettere, ai fatti. La considero semplicemente una constatazione, come il fatto che non si proponesse una completezza assoluta, cosa che peraltro nella mia recensione anch'io definisco impossibile e utopistico, lodando invece la ricerca sui documenti e l'attenzione allo sviluppo storico, soprattutto a quella che a me è parso il concetto più significativo: la censura come dato di fatto riconosciuto e normalmente accettato dagli artisti, la sua evoluzione e gli attriti con Verdi, che su molti punti non volle cedere affermando sempre più la novità e l'autonomia della sua arte. 

 

Sull'opportunità di citare questo o quell'esempio naturalmente si potrà discutere, e, per esempio nel caso di Giovanna d'Arco, sarà nel mio diritto notare che accanto alla censura politico/religiosa sul nome di Maria associato a propositi patriottici e rivoluzionari la censura morale sulle allusioni sessuali di Giacomo ("Pura e vergine sei tu?"/"Non sacrilega sei tu?") sia particolarmente significativa. E' nel diritto del lettore e del recensore stupirsi di quest'omissione e chiedersene la ragione esattamente come è nel diritto dell'autore selezionare gli esempi. Ogni scelta, per forza di cose e in quanto tale, potrà non essere condivisa.

 

Noterà altresì che, se non è citato espressamente il titolo del capitolo Censura al quadrato (e al cubo): la diffusione delle opere di Verdi, al suo contenuto si fa riferimento, per esempio quando si parla (in termini positivi, tra l'altro!) del "rifiuto di riprese censurate che ponessero, di fatto, la sua musica su nuove drammaturgie sciocche e innocue (il Duca che canta l'elogio della fedeltà, Gilda illibata e salva) o di eccessi primadonneschi che interpolassero arbitrii varii nelle partiture" o, in generale a un percorso di carriera, al prestigio crescente dell'autore e al rapporto con impresarie  burocrati che non ho mai correlato solo alla genesi delle opere. Il contenuto del capitolo di cui lei mi chiede conto è chiaramente compreso nel discorso generale su Verdi e la censura e su uno studio che ne riassuma i rapporti. Non credo sia troppo utile sottoporre al lettore un'analisi minuziosa che riassuma ogni paragrafo, bensì percorrere i pregi e i motivi d'interesse del volume con eventuali osservazioni critiche, che possono essere difetti ritenuti oggettivi ma anche stimolo di discussione. Non è nemmeno detto che gli aspetti reputati più interessanti dal critico (come da ogni lettore) coincida con quanto propostosi dall'autore e dichiarato in prefazione e quarte di copertina.

 

Chiudo con la questione Nabucodonosor/Nabucco. Non ho negato che l'opera abbia conosciuto censure, ho solo notato che il titolo Nabucco entrò già in uso alla prima dell'opera perché sulla locandina le numerose sillabe del sovrano eponimo erano distribuite su due righe e venne così naturale al pubblico, alla critica, al mondo musicale di utilizzare già il nome rimasto più diffuso ancor oggi (la metà sulla prima riga con il raddoppio eufonico della C). Quindi che il titolo Nabucco derivi da una abbreviazione diffusa e non da una censura. Anche per questo avrei trovato opportuno un paragrafo introduttivo, o una nota esplicativa riferita a quella tabella, di per sé un po' generica.

 

Ribadisco quindi, al di là della svista e dei due refusi che la ringrazio di avermi fatto notare, che non condivido alcuni passaggi del suo lavoro e che ho apprezzato la ricerca soprattutto sulla legislazione degli stati italiani ed esteri. Del resto, una recensione esprime il parere del critico e questa non è detto che coincida con quella dell'autore, liberissimo di rimpiangere la censura e di non apprezzare chi non ha apprezzato in toto il suo lavoro, addirittura, se le fa piacere, credere che chi scrive non abbia letto il suo libro. Io, quest'ultima, la considero un'offesa, ma, per quanto grave, non ho intenzione di darvi peso, considerandolo uno sfogo un po' impulsivo dettato dal grande amore per il proprio lavoro di fronte a un'accoglienza non rispondente alle aspettative.

 

Voglia gradire i miei auguri per un felice 2016.

 

Cordialmente

 

dott.ssa Roberta Pedrotti

 


 

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