L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Sospeso il passare del tempo

di Francesco Lora

I due Foscari di Verdi al Maggio Musicale Fiorentino hanno la saggia concertazione di Carlo Rizzi, l’adeguata regìa di Grischa Asagaroff, il valoroso canto di Maria José Siri, Jonathan Tetelman e Riccardo Fassi, nonché soprattutto il carisma di Plácido Domingo.

FIRENZE, 28 maggio 2022 – Nella sala grande del Teatro del Maggio sono in corso lavori di manutenzione, e per tale motivo il corrente Maggio Musicale Fiorentino si sta svolgendo perlopiù decentrato, cioè ospitato nel Teatro della Pergola o, anche per le opere, nella Sala “Zubin Mehta”. Quest’ultima, però, è un auditorium senza spazio di palcoscenico e risorse scenotecniche ideali a un allestimento operistico: bisogna fare di necessità virtù. Meglio che gli artefici del recente Roméo et Juliette di Gounod [leggi la recensione], l’hanno fatta il regista Grischa Asagaroff, lo scenografo e costumista Luigi Perego, il light designer Valerio Tiberi e il coreografo Cristiano Colangelo, dal 22 maggio al 3 giugno in cinque recite dei Due Foscari di Verdi. Il loro spettacolo ha il pregio d’essere deliberatamente ridotto all’osso nelle strutture sceniche, d’assecondare la struttura degradante del palcoscenico – sarebbe fatta per alloggiare il coro – e di deviare l’attenzione su uno sgargiante vestiario ove pare che non si badi a spese. L’impostazione visiva è tradizionale e quasi oleografica, la musica non patisce alcun disturbo, un asso nella manica garantisce comunque il buon esito.

L’asso nella manica è Plácido Domingo nella parte di Francesco Foscari. Ha ottantun anni compiuti, l’emissione spesso affannata, le parole qui e là dimenticate. Eppure cresce, cresce ancora: i difetti sono i medesimi che già si lamentavano vent’anni fa, mentre i pregi continuano a umiliare le nuove generazioni. Si vuol dire che Domingo non camuffa più, con l’artificio, voce e modi tenorili in altri baritonali, ma ora si trova davvero comodo e naturale in quella tessitura più grave d’una terza abbondante. Si vuol dire che risonanza e armonici impressionano ancora a un qualunque suo aprir bocca: egli che negli scorsi anni Sessanta, Settanta e Ottanta colpiva assai meno d’altri quanto a potenza vocale. Si vuol dire che la sua espressione si limita al generico: eppure quell’accento, benché di maniera, conserva un’energia elettrizzante, il segreto della quale è semplicemente precluso a pur valorosi colleghi. Non è solo il cantante ad aver sospeso il passare del tempo, ma anche l’animale da palcoscenico, che, nello stramazzare al suolo del protagonista morto, mostra tecnica e agilità da far invidia a un trentenne, senza per questo togliere maestà a una figura di doge.

Succede che un ottimo soprano e un ottimo tenore si trovino minacciati dalla carismatica compresenza d’un baritono per entusiasmo: pur con tutto il loro evidente impegno, fanno loro malgrado una figura da inerti. Ma Maria José Siri, come Lucrezia Contarini, ha volume, timbro, piglio e smalto, trovandosi in ambasce giusto nel dipanare qualche belcantistico passaggio ornamentato. E Jonathan Tetelman, come Jacopo Foscari, ha non solo un’accattivante presenza scenica, ma anche lirismo e squillo: la natura ha fatto doni lusinghieri, da affinare con lo studio. Un personaggio di protervia tanto più azzeccata ed efficace quanto più sottilmente condotta è lo Jacopo Loredano messo a punto da Riccardo Fassi, vocalista di pregio. Funzionale il comprimariato. È da ammirare, infine, la concertazione di Carlo Rizzi: egli scioglie compiaciuto e assieme sa misurare la grossa cilindrata dell’orchestra fiorentina, assiste con sollecitudine i cantanti senza per questo offendere con tagli la già stringata partitura, fissa la spontanea giustapposizione tra il metallo degli strumenti e il velluto della compagine corale. Festa grande, nel corso e alla fine, per Domingo.


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