L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Pax tecum

 di Stefano Ceccarelli

Nella suggestiva cornice delle Terme di Caracalla va in scena Mass di Leonard Bernstein. Pièce teatrale complessa e multiforme, Mass è al suo battesimo nei cartelloni del Costanzi, sotto la direzione di Diego Matheuz e la regia di Damiano Michieletto, vero fiore all’occhiello di questa produzione. A questa complessa messinscena concorrono le coreografie di Sasha Riva e Simone Repele; fra gli interpreti spicca la performance di Markus Werba, per canto e recitazione.

ROMA, 5 luglio 2022 – La stagione estiva del Costanzi apre con la messa in scena di Mass di Leonard Bernstein. Spettacolo complesso, dalle molte risonanze socio-politiche, Mass fu scritto da Bernstein per commemorare l’assassinio di J. F. Kennedy ed inaugurare il Center for the Performing Arts di Washington D.C., a lui dedicato. L’opera fu infatti commissionata dalla vedova di Kennedy, oramai signora Onassis, la celebre Jacquelin Lee Bouvier. Mass risente profondamente, quindi, di un periodo storico ben preciso, gli anni a cavallo fra i 60’ e i 70’, quando l’America fu sconvolta dall’assassinio di Kennedy, vide l’ascesa di Nixon, presto infangata dallo ‘scandalo Watergate’, e fu angosciata dalla guerra del Vietnam. Pacifismo, spiritualità, contrasto fra il bene e il male, perdita di fiducia nelle istituzioni, messa in discussione dei più sacri principi: questi sono i temi generali che permeano Mass, la cui trama, in realtà, è abbastanza esile, vale a dire la celebrazione di una messa. Ma in questa messa (si ricordi che Kennedy era cattolico, il primo presidente cattolico) succede veramente di tutto.

Fiore all’occhiello di questa produzione è la bellissima regia di Damiano Michieletto, il cui stile inconfondibile, fatto di trovate appariscenti, fantasiose, che rompono l’illusione scenica, densamente metaforiche, si adatta benissimo a una pièce proteiforme come Mass. L’idea di Michieletto è quella di acuire i contrasti nell’opera, portandoli allo scontro ma anche ad una sorta di redenzione finale, che lascia un messaggio di speranza – in questo, il regista asseconda molto l’idea di Bernstein. La regia, dunque, si basa sullo scontro fra due gruppi corali/danzanti: quello dei fedeli, caratterizzati da colori pastello, abiti leggeri, tonalità tenui; e il secondo, quello dei dissidenti, rockers appariscenti, pesantemente truccati e vestiti di abiti con paillettes. Dove il gruppo dei fedeli, guidato dal Celebrante, il sacerdote della messa, vuole pregare, al contrario quello dei dissidenti insinua il dubbio, porta i mattoni per costruire un muro, esprime liberamente profondi (e leciti) interrogativi sull’esistenza di Dio. Il tema del muro è centrale nel pensiero registico di Michieletto e attorno al muro ruotano le due trovate più straordinarie della sua regia: l’identificazione del Celebrante con Cristo e la denuncia sociale sul tema della divisione e delle barriere fisiche fra i popoli. Quest’ultimo filone si vede perfettamente quando, sul muro costruito al centro della scena da tre blocchi sospesi da altrettante gru, vengono proiettati nomi, lunghezze e posizioni dei principali muri oggi presenti nel mondo, dall’America alla Cina, a separare popolazioni e culture. Vero coup de théâtre è il momento in cui il corpo di ballo comincia a distruggerlo dall’interno; prima mani, poi teste e corpi emergono da un muro che si sfalda mano a mano, simbolo della caduta delle barriere e delle divisioni. Il primo filone, invece, appare quando il gruppo dei dissidenti, coloro che hanno contribuito a costruire il muro, lapidano, crocifiggono e poi depongono il Celebrante, facendogli patire tutto ciò che Cristo soffrì durante la passione. Questo è forse il momento più alto della regia di Michieletto, perché prepara mirabilmente la sezione in cui il Celebrante rompe gli oggetti sacri eucaristici perché perde momentaneamente la fede e si smarrisce – lui, appunto, che è ministro di Dio. Il finale, nella visione di Michieletto, è una sorta di scenario post-apocalittico, in cui l’umanità tenta di risollevarsi e andare avanti dopo aver riempito i mari di plastica e petrolio. Tale idea registica è resa assai bene dalle scene di Paolo Fantin, che sfrutta bene la quinta archeologica delle Terme integrandola con elementi industriali (come le tre poderose gru o il velo di plastica della scena finale), e dai costumi di Carla Teti, che rendono bene l’idea di fondo di Bernstein.

La direzione è affidata a Diego Matheuz che fa un buon lavoro. Purtroppo, val la pena di ricordare che l’acustica delle Terme di Caracalla è, per più motivi, problematica e che l’orchestra non può esprimere il meglio di sé; né si possono apprezzare, quindi, molte sfumature della partitura. L’interpretazione di Markus Werba (Celebrante) è straordinaria, non solo sul piano vocale, ma anche su quello attoriale; si pensi solo alla scena della passione e crocifissione di Cristo. Il timbro brunito, pieno e florido, si piega bene ai differenti generi musicali virtuosisticamente cuciti assieme da Bernstein. Si prenda ad esempio l’iniziale «Sing God a simple song», o l’insidiosa «Things get broken», dove Werba deve dar prova di un monologo praticamente broadwayano. Vanno citati anche gli altri interpreti solisti: Marianna Mappa, Irene Savignano, Arturo Espinosa, Alessandro Della Morte, Angelo Giordano e Gianluca Sticotti. Splendido il coro degli Street People, che raggiunge, forse, l’acme della sua performance nell’irriverente, sfrontato Agnus Dei, uno dei pezzi che più rimane impresso. Molto bravi anche i componenti del Coro di Voci Bianche.

Le coreografie di Sasha Riva e Simone Repele, pur non essendo indimenticabili, si lasciano apprezzare. Il linguaggio da loro impiegato è sostanzialmente quello della danza contemporanea, che accompagna quasi tutte le scene della pièce. Il corpo di ballo dell’Opera di Roma è sempre straordinario, tanto nelle componenti solistiche che in quelle di gruppo.

Uno spettacolo, insomma, che si lascia apprezzare, accattivante; soprattutto, uno spettacolo che fa riflettere e pensare, grazie alle idee di Michieletto, e che rinnova un messaggio universale: pax tecum (come si legge in una grande proiezione in scena).


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