L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Nient'altro che scene

di Luigui Raso

Delude, nonostante l buona risposta del pubblico, la ripresa della Traviata al Teatro di San Carlo.

NAPOLI, 22 luglio 2022 - Sei volte in sei anni: è questo il dato statistico della presenza della Traviata sul palcoscenico del San Carlo. Una scia ininterrotta di presenze, dal 2018 al 2022, per Violetta, qui a Napoli. Per limitarci alle ultime tre: nel 2020, nel mezzo dell’era pandemica, in forma di concerto (qui la recensione); nel 2021, alla timida ripresa dell’attività operistica dopo i lunghi mesi di chiusura dei teatri al pubblico e di trasmissioni in streaming (solo a sentire risuonare l’espressione trasmessa in streaming ci vien l’orticaria!), in forma semiscenica (qui la recensione).

E finalmente si giunge a stasera, con La traviata presentata con tutti i crismi scenografici e teatrali nell’allestimento che Ferzan Özpetek firmò per l’inaugurazione della lontana stagione lirica 2012 -2013.

Fu (ed è) una Traviata turca: il regista nato a Istanbul e naturalizzato italiano pospone l’ambientazione nella Parigi del 1910, dominata dal gusto, aromi e abbigliamento proprio del declinante Impero della Sublime Porta. E così Dante Ferretti, vincitore di tre premi Oscar, disegna sontuose scenografie d’interni per la casa parigina di Violetta Valéry, con tanto di rimando per gli arredi al gusto ottomano (non manca il narghilè dal quale fuma la stessa Violetta, tappeti, cuscini e ottomane, da intendersi quali divani alla turca), e per quella di Flora Bervoix, divisa tra un ricco interno borghese de un esterno dominato dalla solenne scalinata che richiama quella di Montmartre. Meno riconducibili all’immaginario ottomano il primo quadro del II atto e, soprattutto, l’atto III, la cui scenografia è scarnificata, esaurita in un letto circondato dal buio delle notte e della solitudine nella quale annega Violetta.

Fanno da corredo i bei costumi di Alessandro Lai, con tratti e accessori evocativi della moda turca, con tanti fez adagiati sulle teste maschili e turbanti per le signore.

Ma questo impianto scenografico - la cui concezione, di derivazione zeffirelliana, apparve già datata dieci anni fa, quando vide la luce questa produzione - non è valorizzato da un evidente disegno registico: a dominare per l’intera durata dello spettacolo sono infatti povertà di idee e una interazione dei personaggi convenzionale e assai limitata.

Tutta scena, solo scene, verrebbe da dire per definire questa produzione.

E, anzi, se la memoria e i dieci anni trascorsi non ci inducono in errore, l’unica trovata registica che puntava a descrivere (e ad enfatizzare) la doppiezza morale di Giorgio Germont sembra esser stata espunta in questa ripresa. Eccessivamente truculenti e inverosimili appaiono, poi, gli effetti dell’emottisi di Violetta sulla candida veste notturna dell’atto III: per un momento pensiamo di assistere alle scene finali di Lucia di Lammermoor piuttosto che a quella della Traviata.

Sul fronte musicale la concertazione di Francesco Ivan Ciampa - nel complesso buona per tenuta del tutto e per il rispetto degli equilibri tra buca e palcoscenico - si attesta su tempi spediti e su affondi sonori talora eccessivamente fragorosi: entrambi gli elementi, tuttavia e purtroppo, non riescono ad assicurare alla Traviata quella drammaticità a tratti rovente (Atto II, Quadro II), quella fatalistica corsa verso la morte che la partitura postula e sottolinea (Atto I), così come quegli squarci lirici nei quali il flusso drammatico si ferma per contemplare sé stesso (l’assenza di applausi dopo “Amami, Alfredo è emblematica di ciò).

Sono ben curati nelle dinamiche e nel fraseggio i preludi agli atti I e III, ma risulta poco incisivo - anche per lo scarso coinvolgimento della Yende e di Gagnidze - il cruciale duetto tra Violetta e Giorgio Germont dell’atto II.

Buona la tenuta e lo smalto dell’Orchestra del San Carlo: suono potente e fragoroso nei concertati, vellutato nei ben calibrati accompagnamenti dei solisti, perfetti gli a solo del clarinetto di Edoardo Di Cicco (Atto II), e violino di spalla di Daniela Cammarano nel finale.

Si attesta su livello di eccellenza, per compattezza e precisione e varietà di colori, la prova del Coro del San Carlo preparato e guidato da José Luis Basso, il quale per l’occasione – e questa è una simpatica nota di colore – canta mischiato all’interno del proprio coro nel corso della festa dell’Atto I a casa di Violetta. Una partecipazione, quella di José Luis Basso, che ci dà la misura veritiera dell’evidente feeling che si è instaurato tra il maestro argentino e i suoi artisti del Coro.

La Violetta di Pretty Yende è salutata da un’ovazione al termine dello spettacolo; eppure a chi scrive la vocalità del soprano sudafricano, pur nella tendenziale correttezza del suo canto, non è apparsa adeguata alla scrittura della Traviata: a mancare è una discreta dose di peso specifico vocale, l’incisività, il sostegno adeguato della voce sul fiato. Troppe frasi appaiono come accennate, ben poco sostenute dal punto di vista tecnico e interpretativo; la vocalità della Yende sembra subire gli affondi lirici che pure Verdi scrive e pretende, dando l’impressione di essere vicina al punto di lacerazione. Le cose migliori, come era ovvio aspettarsi date le sue caratteristiche vocali, vengono dalle colorature dell’atto I, suggellate dall’acuto (da Verdi non scritto) che chiude la cabaletta finale, acuto, però, solo “toccato” e tenuto per pochi attimi.

La Yende appare poco incisiva nel duetto dell’atto II con Giorgio Germont e ben poco ribelle al velo di morale borghese che le è stato calato sul suo cuore nel disperato “Amami, Alfredo”.

La drammaticità dell’atto III, insistendo nelle regioni più gravi della tessitura, è, di conseguenza, solo accennata.

È in crescendo la prova dell’Alfredo Germont di Francesco Demuro, il quale torna al San Carlo dopo il trionfo del suo Elvino nella Sonnambula dello scorso gennaio (qui la recensione): dopo un Brindisi non proprio esaltante, il tenore sardo mette meglio a fuoco la propria organizzazione vocale.

Timbro suggestivo, ma in questa produzione (almeno dal posto di platea dal quale si è osservata e ascolta l’opera) il volume appare eccessivamente esiguo.

Migliora (e abbastanza) la tenuta vocale e lo scavo interpretativo nel corso dell’atto II e III, dando vita a un Alfredo appassionato e determinato.

Mostra i muscoli vocali George Gagnidze nei panni di Giorgio Germont; la linea di canto però oscilla tra forzature ed eccessivi alleggerimenti di emissione: la sua aria - “Di Provenza il mar, il suol” - nel complesso è convincente, ma il personaggio di Germont padre risulta, tirando le somme, soltanto abbozzato e non troppo nobile nel canto.

Fa bene il Balletto del Teatro di San Carlo nella danza delle zingarelle e dei matadores nel corso dell’atto II.

Accettabili le parti secondarie di Valeria Girardello, Flora Bervoix dal timbro non molto seducente ma dalla buona partecipazione teatrale; il Gastone di Marco Miglietta; il sanguigno (per intenzioni registiche) Barone Douphol di Enrico Marabelli; il marchese d’Obigny di Pietro Di Bianco e il dottor Grenvil di Alessandro Spina; Giuseppe di Michele Maddaloni, il Domestico di Flora di Giacomo Mercaldo e un commissionario di Alessandro Lerro, tutti e tre artisti del Coro del San Carlo.

Ma a dominare su tutta la schiera di comprimari è la Annina della sempre deliziosa Daniela Mazzucato, grande artista che sa illuminare di originale luce personale anche parti tanto piccole quanto significative.

Un teatro gremito ed entusiasta decreta con lunghi applausi un successo per tutti gli artefici dello spettacolo, con ovazione, come accennato, per la Violetta di Pretty Yende.

Dopo le ingiustificate e “colpevoli” defezioni da parte del pubblico in occasione del magnifico Evgenij Onegin (qui la recensione: recensione) e dei concerti sinfonici diretti da Fabio Luisi e Juraj Valčuha, constatiamo che al richiamo di Violetta il pubblico non si sottrae mai.


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